Idee

Il virus non è democratico

Il mito del "virus democratico" è, appunto, un mito, e non corrisponde alla realtà. È vero che stiamo navigando tutti nello stesso mare, quello del Covid-19, ma le barche con cui lo attraversiamo non sono per niente uguali. L'ultima indagine Eurobarometro ci aiuta a capire come sia stata diversa, tra gli individui, la gestione del primo lockdown e quante differenze ci siano nella preoccupazione per il proprio futuro economico.

È banale sostenere che gli individui non hanno tutti gli stessi strumenti per affrontare le difficoltà della pandemia, le stesse possibilità di gestire eventi dannosi, le stesse capacità di adattamento all’incertezza, le stesse basi per guardare con fiducia al futuro? E questo, oltre che per ovvie ragioni di tipo, diciamo così, caratteriali e psicologiche (c’è chi è più ansioso e chi meno, chi più coraggioso e chi meno, chi più sereno e chi meno, etc.), anche e soprattutto per le condizioni materiali in cui le persone vivono? Cioè, per le disuguaglianze sociali che caratterizzano la nostra vita in comune e che riguardano reddito e ricchezza, condizione di lavoro, livello di istruzione, genere, età, situazione familiare e chiaramente stato di salute? Forse no, perché il mito del “virus democratico” circola ancora nel discorso comune, ma è, appunto, un mito, e non corrisponde alla realtà. Gli individui non sono uguali di fronte alla pandemia, e ce ne siamo accorti.

Il primo lockdown: facile o difficile?

Una fonte utile per capirlo è l’ultima indagine Eurobarometro, condotta tra luglio e agosto 2020 in tutti i paesi europei. Due specifiche domande poste nell’ampia ricerca ci sono d’aiuto. La prima è questa: L’esperienza del confinamento/lockdown è stata facile o difficile da vivere? Il riferimento è alla chiusura della prima ondata, da marzo fino all’estate. Il nostro paese evidenzia, di gran lunga, più difficoltà rispetto agli altri: la metà degli italiani risponde che si è trattata di un’esperienza difficile (50%), contro un terzo degli europei (32%). Per quasi il 40% di questi ultimi è stata un’esperienza facile, contro solo il 23% degli italiani. L’hanno vissuta peggio di noi solo Grecia e Portogallo; meglio di tutti i paesi nordici (Finlandia, Svezia e Danimarca) e Lettonia ed Estonia.

Chiaramente, le cifre risentono del tipo di chiusura previsto nei diversi paesi e di quanto severe e durature siano state le misure di contenimento (tema che, qui, non approfondiremo). Per l’11% degli italiani il lockdown è stato molto difficile da vivere, al punto di mettere in pericolo la salute fisica e mentale; solo il 4% ha dichiarato che è stato facile da vivere ed ha anche costituito un miglioramento nella vita quotidiana. Da notare che, a differenza di quasi tutte le altre indagini e anche dalle risposte date ad altre domande della stessa inchiesta, la percentuale di coloro che hanno risposto Non so è pari a zero: segno che, di fronte ad un’esperienza forte come questa, è difficile non prendere posizione.

Vediamo come si distribuiscono i risultati a seconda delle variabili sociodemografiche, concentrandoci solo su chi ha dichiarato che si è trattato di un’esperienza difficile (abbastanza o molto) e tenendo ovviamente conto che in Italia le percentuali sono molto più alte della media. Mentre a livello europeo maschi e femmine hanno risposto sostanzialmente allo stesso modo, in Italia la quota delle seconde è leggermente più alta: 53% contro 48%, non così tanto da trarne conclusioni significative, ci sembra. Sia in UE che in Italia, non ci sono grandi differenze per fascia d’età (tranne che per gli ultranovantenni, tra cui le percentuali sono molto alte). Segnalano una difficoltà leggermente (ma solo leggermente) superiore coloro che hanno tra 35 e 44 anni, di nuovo sia in Italia che un UE.

Veniamo allo status occupazionale: in Italia le categorie più penalizzate sono state le casalinghe (59%) e soprattutto i disoccupati (65%), mentre per studenti e dirigenti/manager le percentuali appaiono più basse. Lo stesso vale a livello europeo, dove i disoccupati, categoria comunque più penalizzata, lo sono stati proporzionalmente di meno: in Italia, cioè, chi non ha lavoro ha avuto più probabilità di vivere male il lockdown rispetto agli altri europei che non hanno un’occupazione. Il confinamento è stato difficile per chi ha un livello di istruzione basso e medio, meno per chi lo ha alto, sia in Italia che in UE. La variabile istruzione, come noto, è strettamente legata a quella del reddito: infatti, la percentuale di chi ha dichiarato difficoltà schizza tra chi ha redditi bassi al 70% in Italia e al 57% in UE.

Questi dati sono confermati se si guarda all’autopercezione della classe sociale: tra chi si sente di classe operaia o di classe media inferiore le percentuali sono più alte rispetto a chi ritiene di appartenere alla classe media superiore o alla classe superiore, sia in Italia che in UE. Tra chi si sente di classe media, i valori (che, ricordiamo, per l’Italia sono comunque molto alti) sono leggermente inferiori alla media. Quanto allo stato civile e familiare, i più penalizzati sono stati i divorziati e i vedovi. I single in coppia, in Italia, hanno vissuto con meno difficoltà il lockdown, al contrario dei single con figli (60%).

Nel nostro paese, tra chi vive nei piccoli paesi (rural village) le percentuali sono molto più alte (62%), ed anche per chi abita nei grandi centri urbani (56%); viceversa, è andata un po’ meglio per chi vive nei centri piccoli o medi (46%). In Europa è diverso: tra chi abita nei piccoli paesi la situazione è migliore della media (29%), mentre è in media per chi abita nei centri piccoli o medi e peggiore per chi abita nei grandi centri urbani (35%). Forse questo dato potrebbe essere legato alle difficoltà più generali che vivono le nostre aree interne, trascurate non poco dalle politiche pubbliche degli ultimi decenni, come dimostrano moltissimi studi.

Poco più di una curiosità (forse): in Italia il lockdown è stato più difficile tra chi si colloca a destra nello spettro politico (57%) rispetto a chi lo fa a sinistra (47%). Magari perché il governo che lo ha gestito è definibile di centrosinistra (anche se il M5S, difficilmente collocabile, è il partito più rappresentato nel Consiglio dei ministri), per cui essere di destra (e presumibilmente non del tutto a favore delle misure prese, se non apertamente ostili) potrebbe aver condizionato, in peggio, l’esperienza del lockdown. Tuttavia, anche a livello europeo chi si colloca a destra presenta valori più elevati, sebbene in misura minore rispetto all’Italia (34% contro 30%).

La preoccupazione per le conseguenze finanziarie

Veniamo ora alla seconda domanda di Eurobarometro che prendiamo in esame, cioè il grado di accordo con l’affermazione L’epidemia di Coronavirus avrà delle gravi conseguenze finanziarie per lei personalmente. Anche in questo caso, l’Italia è penalizzata rispetto alla media europea: la percentuale di coloro che sono d’accordo è del 56%, contro il 46% a livello UE. Stavolta, ci sono intervistati che rispondono Non so: quasi uno su dieci nel nostro paese, segno di non poca incertezza. L’Italia è decima in graduatoria tra gli Stati europei, dopo tutti quelli del sud e Bulgaria, Romania e Ungheria. Di nuovo, la situazione migliore si nota nei paesi nordici (Svezia, Danimarca e Finlandia) e in Olanda e Germania. Non ci sono differenze tra maschi e femmine, sia in Italia, sia in Europa.

Mostra più preoccupazione, in Italia e in Europa, chi ha tra 25 e 60 anni. È interessante notare che a livello UE i più timorosi sono la Generazione X (i nati tra il 1965 e il 1980) e i Millenials (i nati dopo il 1980); questa differenza, in Italia, si nota solo leggermente. I più preoccupati sono di nuovo i disoccupati: ben il 77% in Italia e il 65% in UE. Seguono, da noi, gli operai (66%) e le casalinghe (61%). A livello europeo, la percentuale dei lavoratori autonomi è ben più alta della media, cosa che, invece, forse sorprendentemente, non risulta nel nostro paese. I meno timorosi sul proprio futuro economico sono i pensionati e gli studenti e, a livello europeo, i dirigenti/manager.

Nettamente più preoccupati sono coloro che ricevono redditi bassi (79% in Italia e 74% in UE), anche se pure i redditi medi non sono certo tranquilli (65% e 63%). Chi ha redditi elevati, invece, è decisamente meno timoroso (42% e 36%). In Italia, la classe più preoccupata è quella media inferiore (76%), mentre le altre presentano valori più o meno in media; in UE, le disuguaglianze sembrano più marcate, visto che le più timorose sull’avvenire finanziario sono la classe operaia e la classe media inferiore e quelle che lo sono di meno la classe media superiore e quella superiore.

Il 76% dei divorziati italiani è d’accordo con l’affermazione che la pandemia avrà gravi conseguenze finanziarie personali; in Europa, invece, lo stato civile non sembra condizionare la risposta alla domanda. In entrambi i casi, i meno preoccupati sono i vedovi. Invece, come prevedibile, soprattutto nel nostro paese i più preoccupati sono coloro che hanno figli, soprattutto se single (68%); anche in UE, ma proporzionalmente di meno. Infine, di nuovo quasi come curiosità: è più preoccupato chi è di destra rispetto a chi è di sinistra.

Non è per tutti uguale

Analizzando le risposte alle sole due domande che abbiamo preso in considerazione, emergono evidenti disuguaglianze, dunque, che riguardano, per chi le studia, i soliti noti. Hanno vissuto con più difficoltà il lockdown casalinghe e disoccupati, redditi bassi, classe operaia e classe media inferiore, divorziati, vedovi e single con figli. Quasi coincidenti le categorie più preoccupate del loro futuro economico come conseguenza della pandemia: disoccupati, operai e casalinghe, redditi bassi, classe media inferiore, divorziati e coloro che hanno figli (soprattutto se single).

No, il virus non è democratico: è certamente vero che stiamo navigando tutti nello stesso mare, quello del Covid-19; e tutti abbiamo delle difficoltà, più o meno grandi, che si sommano a quelle che già vivevamo prima (quante volte abbiamo detto o abbiamo sentito dire, in questi mesi, “ci mancava il coronavirus…”). Ma le barche con cui attraversiamo questo mare sono molto diverse le une dalle altre: c’è chi ha uno yacht, chi un gozzo, chi un motoscafo più o meno grande, chi una barchetta a remi, chi, addirittura, è senza barca e chi anche senza salvagente, direttamente in acqua e in preda alle onde. Le barche sono disuguali, e di molto, così come, fuor di metafora, le condizioni materiali e di vita degli individui.

Foto di copertina di analogicus da Pixabay.

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