Idee

Il rapporto Edelman

Quella ricerca di alternative
La sfiducia crescente nel “sistema” porta le persone ad appoggiarsi ai populismi perché quella è l'unica risposta che trovano. Ma il malessere profondo cerca risposte all'altezza della sfida. Lo dimostrano le risposte degli scettici al sondaggio Edelman, che nascondono sorprese

Fabrizio Marcucci

L’aria che tira la conosciamo tutti. Anche perché dalle nostre parti è piuttosto univoca. Al bar, al lavoro, in famiglia e nei risultati elettorali al di qua e al di là dell’Atlantico, si percepisce la stessa amarezza che si sta traducendo in uno sfilacciamento generalizzato e in una perdita di fiducia che a guardare il diciassettesimo rapporto Edelman si può davvero definire globale. L’agenzia statunitense specializzata in comunicazione e relazioni pubbliche ha divulgato di recente il suo annuale rapporto sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni, anzi, nel “sistema”, e l’ha titolato non a caso “Trust in crisis”, “fiducia in crisi”.

Un sondaggio è un sondaggio. Ma questo di Edelman viene condotto in 28 paesi di cinque continenti, coinvolge 33mila persone e consente perciò uno sguardo dall’alto sulle tendenze in atto. La prima, evidente, è che nei paesi asiatici al riparo dalla crisi che dal 2007-2008 ammorba l’Occidente, si ha uno sguardo meno cupo sul presente. Dei nove stati in cui si registra che la maggioranza della popolazione è fiduciosa nel sistema, i primi cinque sono asiatici: India, Indonesia, Cina, Singapore ed Emirati Arabi. Tra i diciannove paesi in cui la maggioranza delle persone ha perso fiducia nelle istituzioni, si trovano invece tanta Europa e un po’ di America, oltre a qualche pezzo di altri continenti. Quando si parla di America, è al sud del continente che ci stiamo riferendo, poiché al nord, negli Stati Uniti, il 52 per cento del campione è complessivamente fiducioso nelle istituzioni, che nel rapporto Edelman sono rappresentate da governi, aziende, organizzazioni non governative e media. Nel paese che ha eletto Trump alla presidenza però, si registra la più ampia forbice tra le elité e il resto della popolazione. Per elité si intende una quota del campione composta da persone tra i 25 e i 64 anni, laureate, con alto reddito e consumatrici di notizie. Così, negli Stati Uniti, in questa fascia “alta” della popolazione si riscontra il 68 per cento di fiduciosi; ma se si passa a guardare come la pensa il resto degli statunitensi, la fiducia nel sistema cala al 47 per cento.

Sfiducia crescente, sistema inceppato

La tendenza generalizzata è verso la disillusione. In 21 dei 28 stati presi in considerazione, la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni è diminuita rispetto al rapporto 2016. E ognuna delle quattro gambe che reggono il “sistema” disegnato da Edelman, ha visto a sua volta un calo di fiducia. Nel rapporto 2017 riescono a incontrare la fiducia della maggioranza della popolazione solo le organizzazioni non governative (53 per cento, in calo comunque di due punti rispetto al 2016) e le aziende (52 per cento, giù di un punto). Solo il 41 per cento dei cittadini crede nei governi e il 43 per cento nel sistema dei media, crollato di cinque punti rispetto all’anno precedente. Il 37 per cento degli intervistati ritiene affidabili i dirigenti d’azienda e appena il 29 per cento mostra fiducia nei politici.

“Il sistema è inceppato”, conclude Edelman, mostrando come in diciannove paesi dei ventotto testati, c’è una maggioranza di persone che ritiene che il “sistema” non funzioni più nel suo complesso. Cioè: la crescente sfiducia nelle istituzioni da parte delle popolazioni morse dalla crisi, si traduce in uno scetticismo generalizzato verso tutto. La media complessiva degli sfiduciati nel sistema nel suo complesso è del 53 per cento; in Italia la percentuale si impenna fino a raggiungere il 72 per cento: solo la Francia ci eguaglia.

Effetto riverbero: ascolto solo chi la pensa come me

In un quadro del genere si innescano meccanismi pericolosi, ma come detto si rinvengono anche elementi sorprendenti. Il pericolo è costituito dal fatto che crisi e sfiducia danno luogo a una miscela che porta le preoccupazioni a diventare paure. La corruzione, la globalizzazione che non risponde adeguatamente alle esigenze delle persone, la percezione dell’erosione di valori sociali condivisi, l’immigrazione e la fatica a mantenere il passo imposto dalle innovazioni tecnologiche sono preoccupazioni per ampie fasce di popolazione che in un contesto del genere tendono a trasformarsi in fobie per quote crescenti di persone. Ciò porta a sua volta le popolazioni a ripiegarsi sulle piccole patrie per cercare protezione: una persona su due ritiene che i trattati di libero scambio danneggino l’economia del proprio paese; due su tre ritengono che la loro nazione debba venire prima di ogni altro interesse. Non solo. La sfiducia porta a un altro ripiegamento: le fonti alle quali ci si rivolge per cercare informazioni diminuiscono: il 53 per cento degli intervistati non ascolta persone o organizzazioni che non la pensano come loro; uno su due si dice pronto a supportare politici in cui confida “anche nel caso in cui si dovesse accorgere che non dicessero il vero”. “Effetto riverbero”, lo definiscono quelli di Edelman. Un po’ come se ci si chiudesse in una stanza vuota ad ascoltare la propria eco, e in essa si cercasse quella sicurezza che non si trova altrove. E non basta: l’informazione che si acquisisce dai propri pari (al bar, al lavoro) è considerata credibile quanto quella che arriva da esperti o accademici. Il velo di cupezza copre tutti, e ci si rifugia nei propri simili diffidando di qualsiasi diversità.

Crisi, sfiducia, chiusure ed effetto riverbero portano secondo i ricercatori di Edelman diritti nelle braccia dei populisti, che in un quadro del genere vengono percepiti come garanti della protezione necessaria, ed essendo visti come “anti-sistema”, assecondano anche quella sfiducia crescente nei confronti delle istituzioni tradizionali. Secondo le proiezioni della società di Chicago, il 67 per cento degli elettori di Trump erano persone che da preoccupate sono via via diventate impaurite per le criticità elencate sopra; così come anche il voto pro-Brexit è stato trainato da un elettorato stretto in timori che la crisi fa apparire più grandi del dovuto.

La richiesta di benessere autentico

Sembrerebbe un circolo vizioso difficilissimo da disinnescare. Non che sia facile farlo. Però l’ultima parte del rapporto Edelman, quella riguardante il mondo delle aziende, porterebbe a delle vie d’uscita, se solo le si riuscisse a vedere. L’82 per cento del campione ritiene giusto regolamentare l’industria farmaceutica, e quando si parla di industria farmaceutica s’intende quel groviglio di brevetti, sperimentazioni e prezzi che non sempre rispettano l’interesse generale. Il 70 per cento delle persone intervistate accoglierebbe favorevolmente una tassazione aggiuntiva su chi produce cibi che hanno un impatto negativo sulla salute. Ancora, ecco le cinque azioni da parte delle imprese che secondo i 33 mila intervistati da Edelman contribuiscono a peggiorare il futuro: pagare tangenti per assicurarsi lavori, dare ai dirigenti stipendi eccessivamente alti rispetto a quelli di impiegati e operai, spostare i profitti nei paradisi fiscali, ricaricare eccessivamente i prezzi di beni primari per la vita delle persone, ridurre i costi abbassando la qualità dei prodotti. E c’è di più: secondo il 62 per cento del campione le imprese potrebbero contribuire al benessere generale “trattando bene i lavoratori”; il 59 per cento ritiene che il sistema si gioverebbe di aziende che offrissero prodotti di qualità; il 58 per cento crede che possa giovare al buon andamento dell’economia l’ascolto dei clienti; il 56 per cento è convinto che serva al “sistema” che le imprese paghino la loro “giusta quota” di tasse; e una percentuale analoga è convinta che il “sistema” possa giovarsi dell’adozione di pratiche “etiche” da parte delle aziende. Se insomma la crisi morde la fiducia e se le persone, nelle condizioni date, rispondono in prima battuta chiudendosi e gettandosi nelle braccia di chi fornisce le risposte più immediate e semplicistiche, cioè dei populisti, quando si alza lo sguardo su una visione di più ampio respiro, emergono domande di autentico benessere. Più rispetto per chi lavora, più qualità, evitare scorciatoie fiscali, diminuire la forbice tra chi sta in alto e chi sta in basso e tassare di più chi è in grado di provocare problemi alla salute dei cittadini. Ci si potrebbe incardinare un programma schiettamente riformista. Per di più incontrando il favore delle persone che secondo una versione apocalittica, sarebbero condannate a farsi rappresentare dal semplicismo populista. Forse allora, la sfiducia complessiva registrata da Edelman, oltre che dalla crisi, è alimentata anche dalla disillusione delle persone nei confronti di un “sistema” che non garantisce l’equità, la protezione di ambiente e salute che invece sono richieste.

Anche la crisi insomma può riservare sorprese, dischiudendo “buone” vie d’uscita, se solo si riuscisse a vedere al di là delle ombre che chiudono la vista.

In copertina, foto tratta dal sito www.pixabay.com

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