Idee

Il monumento all’umano di Prandelli

La lettera con cui Cesare Prandelli si è dimesso da allenatore della Fiorentina è un monumento all’umano che vale forse la pena di evidenziare e, nel nostro piccolo, di analizzare.

Le poche e dense parole messe nero su bianco da Prandelli sono state uno spillo che per un attimo ha bucato la bolla della società del risultato nella quale siamo immersi. Il risultato è misura universale, fagocita il senso del processo, il naturale incespicare umano, il camminare domandando, il dubbio; e sanziona l’errore come contrarietà a una presunta natura che è invece artificialmente data.

L’ossessione per il risultato è venuta cancellando quella che è forse la categoria umana per eccellenza: la fragilità, che va celata come una colpa, mascherata fino a provocare disastri da rimozione, essendo considerata causa di insuccesso. La lettera di Prandelli è invece una limpida ammissione di fragilità: «Mi trovo in un assurdo disagio che non mi permette di essere ciò che sono. (…) Credo che adesso sia arrivato il momento di non farmi più trascinare da questa velocità e di fermarmi per ritrovare chi veramente sono».

L’idolatrazione del risultato è figlia legittima della competizione elevata ad archetipo. La quale produce deformazioni in ogni campo di attività (scuola, lavoro, società, rapporti di genere) e nel nostro rapporto col pianeta e le altre specie che lo popolano. È portatrice di una verticalità il cui vertice diviene intoccabile dispensatore di verità, e quindi tiranno potenziale ancorché ineffabile.

La competizione fagocitante sa però di essere un motore inceppato. Non è un caso se viene accompagnata da aggettivi che sono tentativi di umanizzarla: “sana”, sportiva”, “leale”. Appendici di cui cooperazione e collaborazione non necessitano.

Non è che il risultato non sia importante, è la rimozione del processo per raggiungerlo a renderlo insopportabile all’umano. Tanto che questa presunta misura dell’universale trascura tutti i parametri che la negano, li relega a effetti collaterali, non a risultati essi stessi: la sofferenza straziante, il calpestio dei corpi, il soffocamento della ricerca del “chi sono” ricercato da Prandelli, le cure negate diventano naturali nello spietato quadro di coerenza imposto dalla competizione che non ammette che se stessa.

Rivendicare la fragilità una volta non è sufficiente a contrastare la competizione e l’ossessione per il risultato; la bolla sa riprodursi come un virus. Il gesto di Prandelli però può essere un’indicazione di percorso per costruire un altro racconto per spiegare chi siamo e andare alla ricerca di un vaccino.

In copertina, foto di Roberto Vicario da wikimedia commons

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