Comunità

Il marketing del decoro

Il caso Terni
La teoria pratica dei “decoratori istituzionali”: traffico in tilt e buio ovunque, ma bici nelle rastrelliere e skateboard in cantina, secondo un'ordinanza (poi ritirata). È una questione di ordine (e disciplina)

Se è ancor vivo negli occhi di tutti noi il ricordo dell’ebbrezza collettiva con cui l’Europa festeggiò lo sbriciolarsi del muro che divideva Berlino e con essa il sistema mondo, in pochi hanno cercato e/o cercano di analizzare le contraddizioni di questo trentennio targato libertà. La fine dello spettro (altro dal fantasma) del socialismo reale, la fine dell’ideologia “perversa” che rincorrendo uguaglianza ha quasi sempre creato dispotismo, non ha spianato la strada verso il Paese di Bengodi, non ha risolto i problemi dell’umanità, ha più semplicemente lasciato carta bianca ai signori del neoliberismo, ai demolitori dello spazio pubblico, ai privatizzatori dei beni comuni. In questa orgia fatta di guerre e tolleranza zero, di paradisi fiscali e di finanziarizzazione speculativa, un posto d’onore con il tempo se lo è guadagnato il concetto di decoro. Una sorta di dittatura estetica basata sull’apparenza è diventata logo dell’asimmetria economica, si è fatto simbolo della vittoria dei ricchi sui poveri.

E così, attanagliati da una disoccupazione sistemica, da una produzione robotica e da una ridistribuzione fantasma si è pensato di risolvere il tutto levando, a forza di sanzioni amministrative e di misure restrittive, i lavavetri dai semafori, gli artisti dalle strade, i mendicanti dagli angoli, i migranti dai porti. Si è pensato di acquisire dignità attraverso l’eliminazione (visiva) di tutti coloro che cercano di barcamenarsi tra i marosi della sopravvivenza, si è pensato di dare una spinta a volte letale a chi non certo solo per sue colpe si trova a camminare sul filo dell’indigenza. Si è pensato cioè di sostituire la concretezza della solidarietà con l’effimero della libertà. Un suicido collettivo che porta a fare tutto da soli, una gara senza esclusione di colpi in cui chi vince (pochi) prende tutto senza lasciare nemmeno le briciole ai più, destinati alla sconfitta. Un suicidio collettivo che i “potenti” di turno pregni di buonsenso e sprezzo sfruttano a loro piacimento, a ogni latitudine, nella ricerca ossessiva e nostalgica dell’ordine che fu.

In quanto a nostalgia per ordine e disciplina il Comune di Terni non può essere secondo a nessuno. Così dopo aver messo al bando gli indigenti, con la scusa della lotta al terribile racket dell’accattonaggio, l’attenzione, si è rivolta, fallita la polemica sulla negazione di fantomatiche recite natalizie, contro ogni distorsione estetica, la loro estetica ovviamente. Si pensò bene di bandire la bicicletta legata al palo, un orrore visivo rispetto alla plasticità armoniosa di un’automobile parcheggiata all’interno del blu degli spazi riservati. La nostalgia, che nell’oggi si traveste in desiderio di ordine, presenta in sé delle assurdità così lampanti, un plauso a tal proposito ai ragazzi che con un video di pochi minuti hanno denudato le piccolezze del re, da non lasciare altra strada che la retromarcia. Così a un sindaco versione lavatore, metti la cera togli la cera, è toccato fare dietrofont e revocare l’ordinanza. La propaganda infinita, che altro non è se non marketing della demagogia, finisce non con il semplificare la complessità contemporanea, ma con il banalizzarla, in una centrifuga permanente che non permette legami, che non prevede resistenze, che, in fin dei conti, fagocita ogni senso delle cose, risparmiando solo il “senso” economico, la logica del profitto che ben si concilia con la brama di ordine.

Una narrazione distopica che cerca nell’ottusità dell’ordinanza calata dall’alto il suo dispiegarsi pratico e risolutivo, per poi accorgersi della non convenienza politica dell’ottusità stessa.

Al di là di ogni fantomatica rastrelliera, il nostro territorio, che ha delle specificità critiche ben note per quanto ignorate, al pari di ogni territorio si trova, non da oggi, a dover resistere alla spartizione dettata dalle regole della globalizzazione, a dover fronteggiare lo sfruttamento cinico e baro che la macroeconomia impone senza spazio alternativo. Lo spazio alternativo invece c’è ma non si vede, la vera alternativa è la partecipazione, non il vuoto abusato della parola stessa, ma la capacità di creare legami relazionali altri rispetto a quelli imposti dal metronomo del sovranismo globalizzato, nella ferma volontà di voler restare umani a oltranza. La difesa collettiva e consapevole di un territorio è strada impervia da percorrere, di fronte alla progressiva svendita e alla conseguente perdita di controllo del territorio stesso però, l’impervio si fa senso unico. A tal proposito, come ben sottolineato nell’articolo che ribalta ha dedicato al tema, l’indifferenza con cui la città ha risposto all’appello lanciato dal Comitato No inceneritori, lascia l’amaro in bocca. Non è con la chiusura dei porti che ci salviamo dal nostro male, hanno (glielo abbiamo lasciato fare) privatizzato le nostre vite, monetizzando i nostri diritti e atomizzando le nostre relazioni, è il caso di iniziare a riappropriarci di noi stessi e del territorio che viviamo. L’appello del Comitato No inceneritori, è una proposta di discussione collettiva che va oltre la privatizzazione dell’Asm, è un invito alla presa di parola pubblica, una visione consapevole e di parte, che ha sempre allontanato i partiti e che è stata sempre lontana dal potere. Nessun interesse sospeso, nessuno scheletro nell’armadio, un appello che merita risposte, le risposte di tutti, non facciamo che la gagliarda pratica del sasso nello stagno vinca, come suo solito, a mani basse, generando uno splash che lascia indifferenti. Serve creatività, l’ordinanza “ceraiola” lo ha dimostrato.

 

Foto di copertina tratta da www.pixabay.com.

 

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Un commento su “Il marketing del decoro

  1. Purtroppo noi italiani molto spesso scambiamo “Libertà ” con “Posso fare quello che C…. mi pare” e ” Democrazia ” con anarchia. Così che vediamo pali della luce pieni di biciclette senza ruote, senza pedali, ruote sgonfie che sono li da anni, gente anziana seduta alle panchine dei pochi spazi pubblici esistenti in città e un gruppo di ragazzini maleducati ( sono i nostri figli) che con le tavole a ruote le infastidiscono, se provi a dirgli qualcosa tocca litigare con i genitori, “lo faccio volentieri a volte, ci provo gusto a litigare” per certe cose.
    Posti di lavoro pubblici visti come luogo di lavoro dove può essere applicata l’ anarchia , vedi le vicende dei cartellini dei dipendenti pubblici. Bene pubblico devastato, massacrato senza pensare che ” Pubblico significa di tutti, anche mio, non solo degli altri”. Posto pubblico dove attingere materiale didattico, per casa, posto pubblico dove aggiornare le nostre dispense farmaceutiche, posto pubblico dove far finta di essere ammalato è un diritto, posto pubblico dove la 104 è scambiata per una automobile a noleggio, la si prende quando fa comodo e non quanto serve, posto pubblico faccio domani quello che oggi non ho voglia di fare. Tutto questo ha portato a spese eccessive, e di conseguenza a privatizzare alcune attività pubbliche, anche di primaria importanza. Con questo non significa che le cose siano andate meglio, perchè per il profitto i titolari tendono al risparmio, quindi la necessità di creare un sistema misto, dove delle attività primarie possono essere anche privatizzate ma con controllo pubblico, con contratti blindati, con controllori onesti non vendibili.
    In paesi del nord europa gli inceneritori esistono in città, funzionano, sono manutentati regolarmente , vengono fatti funzionare. In Italia questo sarebbe possibile ? Regolare manutenzione, eseguita ? regolare funzionamento controllato, non so forse. Questo è il rischio in Italia per i termovalorizzatori, Non è se ci sono oppure no

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