Opinioni

Il diritto di censura che abbiamo regalato a facebook

La cancellazione delle pagine dei fascisti da parte di facebook fa emergere un problema che ci coinvolge come cittadini: è una corporation privata a decidere cosa ha e cosa non ha diritto di cittadinanza, non sono più gli stati in seguito a un pubblico dibattito. Abbiamo abdicato all’idea di auto-regolarci e ci facciamo regolare da megacorporation private che domani potrebbe cancellare anche noi

Torniamo un attimo sul problema di Facebook che cancella i profili dell’estrema destra italica. Non è la prima volta che la società californiana prende di mira una (o più) fazioni politiche e ne disabilita in massa i megafoni social. È successo con gli indipendentisti palestinesi, con i lealisti siriani; più vicino a noi con i diffusori di cosidette fake news (da notizie che vedevano come protagonisti immigrati a news antivacciniste).

Ci sono più problemi che emergono, che non riguardano tanto la liceità di una o dell’altra posizione politica, ma il quadro giuridico in cui una posizione politica, culturale, eccetera è considerata legittima o meno. Parto con un assunto di massima: la libertà d’opinione e diffusione di pensiero è sempre stata limitata da altri principi, come quello della pubblica sicurezza e del non ingiuriare, diffamare o minacciare l’oggetto della propria critica. Non siamo gli USA dove il primo emendamento è fondante del resto della Costituzione ed è un articolo voluto direttamente da Dio (gli USA sono una teocrazia non dichiarata), ma la laica Europa, dove i principi sono elaborazioni umane che tengono conto delle alterne vicende umane, e a queste si adattano.

Siccome il dibattito pubblico si è sempre più inasprito,
lo stato evita di applicare la funzione censoria a livello di leggi
Ma le idee circolano sui social, e qui entrano in gioco le corporation

Il problema della libertà di parola è ritornato centrale dato che le nostre società si stanno iperframmentando, esasperando in questo modo le occasioni di conflitti, e quindi si pone la questione di normare e civilizzare questo conflitto perenne. Fino a poco tempo fa il conflitto veniva normato dalla censura dello stato nazionale, che dopo un dibattito pubblico interno decideva se una posizione era ritenuta eversiva o meno. Siccome il dibattito pubblico si è sempre più inasprito e non riesce più a trovare una sintesi condivisa, lo stato da tempo evita di applicare la sua funzione censoria a livello di leggi, preferendo rimanere neutro o applicando la censura a posizioni non gradite vietandone le manifestazioni nel reale, cioè vietando cortei, manifestazioni, ecc ma non vietando che le posizioni teoriche lì espresse circolino liberamente sulla rete. Questa posizione ha un evidente limite: si possono vietare le manifestazioni collettive, ma le idee circolano, creano comunità virtuali che poi – per spinta naturale – tendono a farsi reali, divenendo comunità politiche. Il passo successivo diventa dunque vietare che si creino comunità virtuali che aggreghino gruppi con idee ritenute estreme, pericolose, e qui entrano in gioco le società che detengono la proprietà delle piattaforme social.

Non esiste una chiara linea teorica del perché
viene censurato cosa. Il dibattito pubblico è
completamente bypassato. Decidono le proprietà dei social

Megacorporazioni USA, sono enti privati che forniscono un servizio vincolato a dei termini di utilizzo che non rispondono ad alcuna legge di pubblica utilità, ma semplicemente al proprio tornaconto commerciale. Fino a poco tempo fa questa neutralità ideologica delle piattaforme statunitensi era considerata una garanzia di libertà, ma ora ci si interroga se questa presunta libertà d’opinione garantita dal mercato non contenga vincoli persino peggiori della censura di stato. La risposta è dipende: le corporation di solito zittiscono posizioni estremiste di una certa consistenza numerica, o con una certa capacità di disturbare il libero commercio e la quiete della politica (inter)nazionale. Vengono censurati i neofascisti, gli indipendentisti e gli antivaccinisti, non gli antispecisti o i tradizionalisti guenoniani. Qui troviamo il nocciolo del problema: non esiste una linea teorica chiara e inequivocabile del perché vengono censurati i neofascisti e non gli estinzionisti, gli indipendentisti palestinesi e non quelli catalani. Non è l’estremismo delle posizioni, la presenza o meno d’incitamento all’odio o di fake news (ne producono tutti, in misura più o meno uguale), ma è il livello di percezione di un possibile pericolo per la quiete del commercio e della collettività a rendere una posizione accettabile o meno secondo le corporation (ovviamente in accordo più o meno stretto con gli apparati degli stati nazionali). Il dibattito pubblico viene totalmente bypassato: non sono i cittadini degli stati nazionali e le comunità a decidere. Difficile tornare indietro da questo processo: i conflitti sono globali, le fazioni in conflitto fra loro si odiano globalmente, e gli sceriffi quindi devono necessariamente essere internazionali. C’è solo da sperare che la nostra fazione estetica, culturale, politica, religiosa rimanga così minoritaria o così inoffensiva che nessuno abbia l’interesse a zittirla.

In copertina, immagine tratta da www.publicdomainpictures.net

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