Idee

Il “controllo di vicinato” non ci libera dall’insicurezza. Anzi.

Pensare di risolvere il problema dell'insicurezza puntando sulla collaborazione tra cittadini organizzati e istituzioni non ne rimuove le cause e crea nuovi ambiti di ingovernabilità. Bisogna invece intervenire con politiche pubbliche integrate sul versante del contrasto alle diseguaglianze e dei modelli di sviluppo urbano.

Puntuale come i servizi contro il caldo estivo, ritorna la querelle sulla sicurezza nelle nostre città. Stavolta però c’è una novità: pare che alcuni primi cittadini si siano dichiarati interessati ad attivare il cosiddetto “controllo di vicinato”. Mi permetto di suggerire una più cauta riflessione sull’argomento e di chiedere se possibile ai sindaci di ritornare sui loro passi lasciando perdere simili soluzioni e magari provando a lavorare alla costruzione condivisa di politiche alternative più “adeguate” al contesto.

Capire le cause delle paure

In primo luogo perché i dati del Viminale dimostrano che grazie all’impegno profuso dai diversi settori dello Stato, gli episodi di criminalità e micro-criminalità sono in diminuzione in tutta la penisola da diversi anni. Basta questa affermazione per chiudere occhi e orecchie di fronte alla preoccupazione dei cittadini? No, come non bastano i numeri, che appaiono freddi di fronte agli stati d’animo delle persone. E non basta (anzi non aiuta) neppure chiudere la discussione dicendo che il problema non esiste. Bisogna invece metterne a fuoco la natura e cercare di colpirne le cause.

Se i reati diminuiscono, com’è che i casi di cui leggiamo fanno tanto clamore e incidono sulla nostra percezione? Probabilmente perché “piombano” su un’opinione pubblica dove soprattutto gli strati popolari e il ceto medio sono piegati da anni di crisi, di incertezza sul futuro. E quando il presente è precario e il futuro buio, la paura aumenta e si rivolge verso tutto ciò che viene più o meno giustamente considerato la causa di quella insicurezza (il diverso, il più povero, ecc).

L’insicurezza è sociale

La realtà è che quella insicurezza che viviamo sulla nostra pelle, prima ancora che incolumità fisica o problema di ordine pubblico è insicurezza sociale. E le sue cause affondano le radici più in profondità: nel disagio, nella solitudine, in condizioni di vita non dignitose, nell’assenza di diritti, di prospettive. Pensare di risolvere il problema affidando in parte il controllo dei nostri territori alla collaborazione tra cittadini organizzati e istituzioni preposte alla garanzia dell’ordine pubblico mi pare apra nuovi profili di rischio. Non solo perché non rimuove le cause della “nostra” insicurezza, ma anche perché per certi versi crea nuovi possibili ambiti di ingovernabilità e insicurezza.

Non serve un esperto di psicologia delle masse per riconoscere le dinamiche e le possibili derive “orwelliane” che questo strumento può subire, sia sotto il profilo delle libertà che della privacy: basta farsi un giro sui social per averne la dimostrazione. Il valore della collaborazione in questo caso rischierebbe di essere travolto dall’affermarsi di una cultura della “sicurezza fai da te” che è la stessa – seppur con un differente gradiente – che alimenta le teorie sulle armi ai cittadini e sulla “nuova” legittima difesa.

Sì alla partecipazione dei cittadini

Che fare, dunque? Può essere utile ricondurre l’analisi dell’insicurezza alla sua dimensione sociale e analizzarne le diverse declinazioni per poi intervenire con politiche pubbliche integrate sul versante del contrasto alle diseguaglianze e dei modelli di sviluppo urbano, stimolando (in questo caso sì) attivamente la partecipazione dei cittadini nella fase di co-progettazione e attuazione degli interventi. Ci sono un po’ di esperienze a livello europeo e nazionale; c’è un forum europeo sulla sicurezza urbana, ci sono studi che tendono sempre più a sottolineare come accanto alle funzioni di contrasto alla criminalità e di tutela dell’ordine pubblico – che è bene rimangano prerogativa esclusiva dello Stato – ci siano tante possibilità di contribuire a rendere più sicuro un territorio: dalle politiche che mettono al centro lo spazio della città (arredo urbano che renda più vivibile per tutti e più “sociale” uno spazio, destinazioni d’uso capaci di accogliere nuove funzioni, recupero e riuso immobili, abitazioni dignitose, beni comuni e spazi urbani gestiti e curati con la collaborazione della cittadinanza, mobilità sicura) a quelle di tipo socio-culturale (spazi e attività “ibride” nate dalla collaborazione con il terzo settore, il no profit, il volontariato, l’associazionismo, i professionisti del settore), fino a quelle di natura economica (artigianato, commercio e servizi come “presidio” naturale di un territorio), per fare solo gli esempi più noti.

Penso che potremmo iniziare a concentrare gli sforzi in questa direzione, lavorando alla (ri)definizione di un piano integrato di interventi, pubblico-privato e “partecipato”, sulla sicurezza sociale dei territori, senza doverci alambiccare il cervello per edulcorare ed ingentilire soluzioni che non appartengono a “questa” cultura, lasciando invece allo Stato e alle forze preposte la tutela dell’ordine pubblico. Se le nostre città e i loro spazi torneranno ad essere luoghi vivi e vivibili per tutti, se saremo capaci di (ri)attivare nuove reti di relazione e collaborazione, se le persone che abitano e lavorano nelle nostre città vivranno in condizioni economiche e sociali più dignitose avremmo già cominciato a contrastare quella insicurezza che oggi ci fa così paura.

* Cristian Pardossi si occupa di politiche pubbliche e partecipazione, con particolare attenzione ai temi del governo del territorio, ai processi di rigenerazione urbana e alla cura dei beni comuni.

LEGGI LO SPECIALE DI RIBALTA SU SICUREZZA E SPAZIO PUBBLICO.

Foto di copertina di What What da Flickr.

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