Comunità

I piccoli di gabbiano e il senso di comunità

Un piccolo di gabbiano che prova a volare e una "comunità" che lo difende. "Quello che chiediamo ogni giorno in fondo è naturale: che il collettivo stia al centro, che ci si dia reciproco aiuto, che quando qualcuno cade venga assistito da tutti".

Ho assistito ieri a una cosa troppo tenera. Sui tetti qui intorno vengono a nidificare rondini, gabbiani. Quest’anno con il lockdown se la son spassata così tanto che anche nel ventre della città potevi fare birdwatching. Così ho visto nascere i piccoli di gabbiano, tutti grigi, muovere i primi passi sotto gli occhi dei genitori, fino a provare a volare.
C’era sto cucciolo che negli ultimi giorni saltava sul posto, sbatteva le ali, si incazzava perché voleva e non riusciva. Vedevi proprio la vita che doveva uscire, fare il suo corso, ancora ostacolata da un corpo fragile.

Ieri all’improvviso sento un bordello esagerato, un allarme aereo. Era successo che il piccolo aveva provato a volare ma non era ancora pronto. Per cui s’era lanciato dal tetto ma era planato sulla strada. Non s’era fatto male, ma era esposto ai predatori. Gli altri se n’erano accorti e avevano avvisato la comunità. Un bel po’ di gabbiani sono arrivati e si sono messi a marcare a turno il cucciolo, pronti ad attaccare se si fosse avvicinato qualche malintenzionato.
Così, ogni volta che qualcuno portava a pisciare il cane, s’accendeva l’allarme gabbianesco, e ricominciavano a volare minacciosi che manco negli Uccelli di Hitchcock. Questo per ore.

Finché, verso la fine del pomeriggio, mentre stavo lì a buttare un occhio, il cucciolo prende e parte come un razzo. Inizia a volare veloce verso l’alto, puntando al mare. Il suo guardiano s’alza in volo con lui e in meno di sei secondi girano tutti i gabbiani dai tetti più lontani, ne conto una trentina, chi a fiancheggiare il nuovo arrivato, chi ad aprirgli la strada avanti, chi a coprirgli le spalle. Tutta una comunità che si è mobilitata per il figlio caduto, tutta una comunità che l’ha accompagnato nel suo ingresso nella vita adulta. Un favore che avrebbe di sicuro ricambiato a sua volta.

Mentre vedevo decine di gabbiani volare insieme, pensavo che quello che chiediamo ogni giorno, quello per cui tanti lottano pagando spesso un prezzo altissimo, quello che ci raccontano sia impossibile, in fondo è naturale. Che il collettivo stia al centro, che ci si dia reciproco aiuto, che quando qualcuno cade per poche forze o inesperienza venga assistito da tutti, che quando riesce ad alzarsi in volo venga protetto e festeggiato…

Mentre la casa si riempiva delle immagini delle rivolte negli USA, mi si è fatto sensibile nel cuore il perché, a dispetto delle armi brandite, il nome esteso del Black Panther Party fosse “for Self-Defense”, o perché, in tempi più recenti, i rivoluzionari curdi in Siria abbiano deciso di chiamarsi “Unità di Protezione Popolare”.

Ci dicono pazzi, ci dipingono terroristi, ma non facciamo altro che seguire un’inclinazione naturale: difenderci dai predatori, mobilitarci per i più fragili, dare modo alla vita di svilupparsi in tutte le sue molteplici forme.

Foto di Christophe Schindler da Pixabay.

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