Opinioni

I danni culturali del maggioritario. Le otto vittime

La cultura del maggioritario, in due decenni e mezzo, ha fatto molte vittime: l'idea che la politica sia competizione sulla libertà e sforzo continuo in cui non ci sono riforme "definitive"; la disfatta dei corpi intermedi; il conflitto sociale come presa di consapevolezza; il pensare che fuori dal governo non ci sia nulla per cui valga la pena organizzarsi; il disprezzo delle minoranze e l'idea che perdere le elezioni significhi essere dalla parte sbagliata; il perdono e il senso del limite; e poi, tutti noi, quando ci sentiamo afoni e senza più pensieri né parole per dirli

Il maggioritario è un veleno che goccia dopo goccia ha disfatto il corpo del nostro paese. La prima vittima, il primo morto, è l’idea che la politica sia competizione etico-politica sulla libertà, su come si tengano in equilibrio individuale e collettivo, interessi privati e bene dello Stato e su come lo Stato stesso possa essere il campo in cui riconoscere un senso a una vita frammentata dall’economia capitalistica, dai mille privatismi che la lacerano.

La seconda vittima non possono che essere i corpi intermedi, quelle «scuole di vita statale» in cui già si costruisce un senso e un’unità per un’esistenza lacerata, alienata, dispersa in mille rivoli. Partito, sindacato, associazionismo politico-culturale, movimentismo religioso e laico sono quegli agenti della mediazione tramite i quali si lotta per l’egemonia sull’idea di libertà e si costruisce allo stesso tempo una comunità prefigurante in cui già si sperimenta al proprio interno la compenetrazione tra individuale e collettivo.

La terza vittima è quindi l’idea della politica come sforzo continuo in cui non ci sono riforme definitive, distruzione delle forze del male e della corruzione, programmi da attuare da parte di eletti che chiedono potere (addirittura pieno potere) per governare, ma conflitto senza sosta e allo stesso tempo esaltante fra corpi intermedi, forze sociali, correnti culturali e religiose che si contendono il campo per costruire un imperfetto e mai definitivo equilibrio tra interesse privato e interesse collettivo.

La quarta vittima è il conflitto sociale non come moralistico appello al basso contro l’alto, ai poveri contro la casta e i poteri forti, ma come attraversamento critico della realtà del non senso e dell’alienazione prodotta dal capitalismo che è il principale ostacolo al protagonismo politico-culturale delle masse, alla loro capacità di essere soggetti consapevoli della lotta etico-politica a carattere egemonico.

La quinta vittima è l’idea che fuori dal governo non ci sia nulla per cui valga la pena organizzarsi. Infatti, se i corpi intermedi non sono più agenti della mediazione e della costruzione di senso all’interno della società per innervare il conflitto sociale e politico sull’idea di libertà, allora non potranno che svuotarsi in macchine elettorali alla ricerca del voto in più per vincere o per raggiungere un quorum. Il giorno dopo le elezioni saranno relitti in fondo al mare, carcasse, scheletri, sia che si vinca sia che si perda.

La sesta vittima è il disprezzo delle minoranze. Da ormai un quarto di secolo è passato nel senso comune di tutti che perdere le elezioni significhi essere dalla parte sbagliata, essere perdenti, sfigati da rimuovere. Nessuno pensa più che: 1) la lotta elettorale è sempre lotta etico-politica, competizione sull’idea di libertà, di compenetrazione tra singolare e collettivo, economia e società, legge e legame sociale e quindi scontro tra famiglie e culture politiche, tra comunità di popolo che elaborano pensiero e programmi per offrire tale proposta, la propria idea di libertà; 2) la “vittoria” elettorale sarà tanto più sostenibile e duratura quanto più avrà alle spalle una comunità politica forte e radicata in grado di incarnare la lotta etico-politica e di mostrarla come esempio vivente anche a coloro che non l’hanno votata. Allora, il rappresentante della comunità politica che si sarà cimentata nelle elezioni con quelle due fondamentali consapevolezze potrà ottenere un risultato buono o meno buono, ma avrà sicuramente compiuto il proprio dovere per rappresentare una posizione costruita collettivamente, espressione di un gruppo organizzato che esisterà anche dopo le elezioni e manterrà intatta la sua forza, che è forza appunto etico-politica. E quindi quel capo non sarà esposto al pubblico ludibrio, accusato di avere perso, di avere “sbagliato un rigore a porta vuota”, né si chiederà la sua testa in nome del far posto ai giovani.

La settima vittima è il perdono, il senso del limite. Un gruppo politico che nasce sull’accettazione del limite, dell’imperfezione e della sconfitta non può che fondarsi anche sul perdono. Il segretario di quel gruppo, il referente, il capo – chiamatelo come volete – è il responsabile di una comunità che si costruisce in quanto tale e non solo e non tanto per vincere le elezioni. L’obiettivo principale è la comunità stessa, il suo essere gruppo inclusivo in grado di elaborare pensiero, cultura e azione politica e, perché no, pietà popolare. La mancanza di perdono tipica dei gruppi politici si spande così pericolosamente in tutta la società, quella società che tanto si riempie la bocca della parola popolo ma appunto manca sempre più di pietà popolare.

L’ottava vittima siamo tutti noi, ormai afoni, senza più pensieri né parole per dirli, convinti che bastino ormai programmi, prospettive politiche e alleanze per vincere le elezioni. Siamo noi per i quali la politica non è altro che questo: vincere per impedire che l’altro vinca, e poi farci serenamente i cavoli nostri a casa, nel nostro privato, in un mostruoso circolo vizioso: a casa, infatti, nel proprio privato il non senso, le paure, l’alienazione, l’insoddisfazione permanente tipica dell’umano si presentano ogni giorno come fantasmi che proviamo a scacciare con i tanti capri espiatori prêt-à-porter: gli immigrati, i corrotti, le banche, i fannulloni, i poteri forti, la casta.

Foto di copertina di Jacqueline Macou da Pixabay.

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