Opinioni

Hammamet, l’agonia di un potente

Hammamet non è un film da cui esce un Craxi rivalutato o vittima. È la registrazione della lenta agonia di uno dei leader più potenti d'Italia, rimasto senza potere. Un piccolo mattone per la ricostruzione storica dell'uomo e delle sue vicende (quelle giudiziarie sono ben note).

Hammamet non era un film facile da fare. Un film su Craxi, nientemeno. Come approcciarlo? Come raccontare un personaggio così importante per la storia della Repubblica? Così “controverso”, anche se, in realtà, le sue vicende giudiziarie sono molto, ma molto lineari e chiare?

Amelio non rivaluta il Craxi politico. Dal film non esce una vittima né tantomeno un grande politico incompreso o buttato giù dal trono dalla Magistratura cattiva. La pellicola scorre lentamente guidando chi guarda, passo dopo passo, nel tormentosissimo percorso mentale e fisico del protagonista. Una descrizione di un’agonia, del decadimento di un potente senza più potere, ma anche di un uomo come gli altri: con il proverbiale caratteraccio (ben messo in evidenza), le malattie, le ansie, gli affetti, i dubbi, le retrospezioni rancorose, i bilanci. Tutti soffrono, alla fine, e la sua, di sofferenza, non deve essere vista come diversa da quella degli altri. Certo, va inserita in una vita non comune, per fatti, responsabilità pubbliche, incidenza nella storia del paese. E infatti tutto avviene in un esilio molto dorato, ben diverso da quello che lo avrebbe atteso nelle patrie galere; non tutti i protagonisti di quell’epoca si chiamavano Craxi e non tutti potevano permettersi un “carcere” fatto di una villa che è una tenuta, di escursioni al mare o in città, di una scorta che è un piccolo esercito, di cure quotidiane della famiglia o più banalmente di un telefono, di ottimi pasti, di visite in giardino o di punture fatte come si deve. Craxi uguale ma diverso, insomma.

Il film non lascia in bocca il sapore della nostalgia o dell’ingiustizia. Ma di un Napoleone in sedicesimi, più piccolo nelle vicende ma uguale, probabilmente, nei dolori. Chiuso nella sua Sant’Elena senza poter uscire (in realtà, avrebbe potuto, ma sarebbe andato ai domiciliari. E non lo avrebbe sopportato). Un politico finito, concluso, arrivato. Punto. Non sembra esserci spazio per altro, nel film, che di “politico” non ha poi tantissimo; sì, si parla sempre di politica e soprattutto di potere, ma come in un sottofondo costante, tale e quale la colonna sonora: un’Internazionale triste, lenta, sconnessa, sbiadita e rimodulata, che accompagna la fine del “re” come un disco curvato che non rimanda più il giusto suono.Forse Amelio è stato poco coraggioso: cosa aggiunge, Hammamet, a quanto già si sa? Molto poco, ma ha il merito di (ri)avvicinare il pubblico alla storia di Craxi. Non c’è traccia di complotti, di visioni diverse da quelle di dominio pubblico, di letture della storia italiana che ti facciano uscire dalla sala con qualche “se” o qualche “chissà”. Ti viene voglia di (ri)approfondire il personaggio, questo sì, anche solo guardando la biografia su Wikipedia o scorrendo la lista delle amanti o chiedendoti se era milanese-milanese. O magari leggendoti i dispositivi delle sentenze.

Favino è letteralmente strepitoso. Perfino troppo uguale a Bettino, nel senso che l’attore sparisce a totale favore del personaggio. Ci si ricorda che c’è lui , dietro all’incredibile trucco e alla parlata identica, solo se ci si concentra ogni tanto sugli occhi o sul profilo delle labbra. Allora Favino si scorge, sennò è difficile vedere che si tratti di un’interpretazione e non di una ripresa diretta del vero Craxi. Troppo?

Per ultimo: la lentezza (evidentissima), i silenzi, la camera che indugia, i dialoghi non serrati, etc., sono del tutto funzionali alla storia raccontata, e da possibile difetto diventano un pregio. Perché i politici, a quel tempo, parlavano così (lentamente), lui parlava così, la vicenda non può avere velocità perché il declino di Craxi non è repentino ma, come detto, un’agonia.

Hammamet riaccende un faro su un pezzo d’epoca, la fotografa, la registra. Solo questo, non di più, ma ben venga. Evitando scrupolosamente ogni tipo di successiva strumentalizzazione, il film è un mattoncino (cinematografico) nella giustamente ed inevitabilmente lenta ricostruzione storica di un uomo e di fatti politici così importanti (le vicende giudiziarie sono note). Siamo agli inizi del lavoro propriamente storiografico, che necessita dei suoi tempi, delle opportune sedimentazioni, dello sguardo largo e lungo, della ricerca: in bocca al lupo!

Foto tratte da Wikipedia.

 

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