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Ha fatto anche cose buone? Le politiche sociali del fascismo

Secondo la vulgata maggioritaria il fascismo in Italia fu all'origine del welfare state. Ma si è trattato di un assistenzialismo mirato a determinati ceti che dette il via alle storture e alle clientele che tuttora ci affliggono piuttosto che segnare il riconoscimento autentico di una cittadinanza sociale universale

“Il ventennio fascista disabituò gli studiosi italiani – salvo s’intende quelli in carcere, al confino o all’estero – al gusto della conoscenza dei fenomeni sociali ed economici, all’analisi dei raporti di potere e dei rapporti di classe. Fenomeni come la povertà, la malattia, la disoccupazione, la sottoccupazione, non solo non vennero studiati, ma, se possibile, furono allontanati dalla vista dei benpensanti” [1]. Questa frase (scritta da Paolo Braghin, che curò la riedizione dell’Inchiesta sulla miseria in Italia) riassume in poche battute il senso dello “stato sociale” fascista.

Gli obiettivi “sociali” del fascismo

Le politiche sociali mussoliniane ebbero due obiettivi principali: uno strettamente di controllo sociale, finalizzato al raggiungimento della stabilità politica; l’altro di privilegio e ricerca del consenso del ceto medio, che godrà dei numerosi vantaggi derivanti dalla notevolissima espansione, con elementi smaccatamente clientelari, dell’occupazione nel settore pubblico [2]. Queste finalità vennero perseguite attraverso la creazione dei tanti enti assistenziali nazionali per specifiche clientele (come ad esempio i ciechi e gli orfani); fu infatti sul piano amministrativo che si vide la vera vocazione del fascismo, cioè “l’istituzionalizzazione di ogni materia nel modo più sistematico possibile”. In questa logica, vennero creati grandi istituti previdenziali come l’INPS e l’INAIL, operanti ancora oggi (prima si chiamavano INFAIL e INFPS, dove la “F” stava, chiaramente, per “Fascista”), con lo scopo di creare un’opinione pubblica favorevole al regime attraverso opere sociali dalle forti valenze propagandistiche [3].

La famiglia!

Come non pensare alla volontà di fare della famiglia “fascista e cattolica” uno dei simboli principali del regime, incentivando la maternità, la formazione di famiglie numerose e la costituzione di nuovi nuclei [4]? La creazione dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (Onmi), nel 1925, costituì l’intervento principale del regime in questo ambito. L’ente aveva il compito di coordinare le attività in favore dell’infanzia, assistere le madri nel periodo del parto e “sorvegliare” sulla prima formazione dei bambini, soprattutto sotto il profilo sanitario [5]. Come ha scritto Patrizia Dogliani, il fascismo, appena andato al governo, non tenne più conto delle concezioni laiche e radicali in campo demografico, ben presenti nella fase embrionale del movimento, cominciando a condividere, insieme alla destra nazionalista e ai settori cattolici integralisti, una posizione nettamente contraria a ogni tipo di limitazione delle nascite; “e nel contempo ruralista, paternalista, avversa allʼemancipazione della donna, tradizionalmente familista”. Il calo demografico allora assai visibile in Italia venne visto come “un indebolimento razziale” e “un potenziale tramonto della civiltà occidentale”. Perciò, “la politica pronatalista fascista mise al centro dei suoi obiettivi lʼaumento demografico, al fine di costituire una forza espansiva della popolazione italiana” e la famiglia fu il perno della politica totalitaria, assistenziale e propagandistica del regime. Tutto ciò non sempre venne coronato dal successo, perché il fascismo “non riuscì a impedire ai nuclei familiari di modificarsi secondo nuovi bisogni ed economie e alla popolazione italiana di decrescere e di abbandonare le montagne e le campagne per spingersi verso pianure e città” [6].

“Un ente per ogni categoria”

La frammentazione dei trattamenti sociali (“un ente per ogni categoria”) privilegiò, come detto, alcune fasce di popolazione, discriminandone altre e causando notevoli disparità di trattamento; anticipando, tra l’altro, alcuni caratteri del sistema italiano di welfare del periodo repubblicano. Ugo Ascoli, uno dei più importanti studiosi di politiche sociali, ha scritto che l’insieme degli interventi assistenziali fascisti mostrò un volto spiccatamente particolaristico e fece entrare lo stato sociale italiano “fra i welfare state il cui obiettivo, tutt’altro che egualitario e redistributivo, può in definitiva essere identificato con il mantenimento dello status acquisito nel mercato”. Le distorsioni dell’attuale sistema di protezione sociale italiano, perciò, vengono da lontano. Ancora Ascoli sottolinea che la struttura previdenziale e assistenziale per enti preparò “la strada per il successivo totale infeudamento dell’apparato welfaristico nazionale nella logica di sviluppo del sistema partitico e correntizio: questa politicizzazione spinta dei punti nevralgici del sistema di welfare rappresenterà d’ora in avanti una stabile ‘diversità’ del caso italiano rispetto agli altri paesi occidentali” [7].

Il Patto con la Chiesa

Non va sottovalutata l’importanza del rapporto tra Stato e Chiesa durante il regime fascista. L’affermazione della sovranità nazionale anche nel campo delle politiche sociali dovette fare i conti con la “puntigliosa contrapposizione/concorrenza (diventata solo molto lentamente sussidiarietà collaborativa) di una Chiesa romana che ha sempre mantenuto notevoli riserve sull’estensione dei compiti dello Stato in aree considerate di esclusiva competenza propria” [8]. Per cui, assunse una certa rilevanza il Concordato del 1929, attraverso il quale fu sancita la divisione delle funzioni assistenziali: al regime andò il primato sulle attività il cui contenuto assistenziale si concretizzava in obiettivi di socializzazione politica e di organizzazione della popolazione; alla Chiesa e alle altre istituzioni facenti parte della sua galassia venne di fatto confermata una “delega di gestione” nelle attività più tradizionali di assistenza (agli anziani, ai disabili, agli emarginati, etc.), con garanzia di notevole autonomia [9]. E con soddisfazione di entrambe le parti, va detto.

Uno stato sociale che esclude?

Insomma, a giudizio degli storici, il fascismo fu sì, per l’Italia, “allʼorigine dello stato sociale, ma non con esso di una cittadinanza sociale, perché escluse coloro che non rispondevano o non si adeguavano alla sua visione di società” [10], perché mise “sotto il tappeto” o comunque lontano dagli sguardi della classe media emarginati e poveri e perché pose le basi di quello che sempre Ugo Ascoli ha chiamato welfare all’italiana, fatto di clientelismo, particolarismo, familismo e scarsa garanzia di tutela dei diritti sociali. Per certi versi il contrario di uno stato sociale propriamente detto: l’esclusione invece dell’inclusione; o meglio, la selezione. Sicuri che le politiche sociali del fascismo furono “una cosa buona”?

Note:
[1]

Braghin P. (1978), Inchiesta sulla miseria in Italia (1951-1952). Materiali della Commissione parlamentare, Torino, Einaudi.

[2]

Ascoli U. (1984) (a cura di), Welfare state all’italiana, Roma-Bari, Laterza.

[3]

Kazepov Y., Carbone D. (2007), Che cos’è il welfare state, Roma, Carocci.

[4]

Madama I. (2010), Le politiche di assistenza sociale, Bologna, Il Mulino.

[5]

De Boni C. (2009), Lo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo. Il Novecento. Parte prima: da inizio secolo alla seconda guerra mondiale, Firenze, Firenze University Press; Minesso M. (2007) (a cura di), Stato e infanzia nell’Italia contemporanea. Origini, sviluppo e fine dell’Onmi 1925-1975, Bologna, Il Mulino.

[6]

Dogliani P. (2014), Il fascismo degli italiani. Una storia sociale, Torino, Utet.

[7]

Ascoli U. (1984), cit.

[8]

Segatori R. (2012), Storia e sviluppo delle politiche sociali in Umbria, in Santambrogio A. (2012) (a cura di), Servizio sociale e politiche sociali in Umbria. Storia, problemi e prospettive, Perugia, Morlacchi.

[9]

Kazepov Y., Carbone D. (2007), cit.

[10]

Dogliani P. (2014), cit.

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