Opinioni

Greta Thunberg e noi, che rischiamo di non riconoscerci

Il successo della mobilitazione planetaria innescata da Greta Thunberg ci dice che guardiamo il mondo con occhiali inadeguati e dovremmo smetterla di inseguire i luoghi comuni per guardare alle vite delle persone fuori dalle bolle mediatiche di un sistema asfittico

Che ci dice il successo di Greta Thunberg, del suo “Friday for future” e dei milioni di persone scese in piazza in un 15 marzo da segnare sul calendario? Diverse cose che vanno messe in fila per ricordarci che le questioni sono più articolate di come generalmente le percepiamo.

Primo: il mondo non è solo di Trump, Bolsonaro, Orban, Putin e, nel nostro piccolo, di Salvini. Il mondo non è dei sovranisti che fanno credere di voler cambiare tutto per consolidare invece lo status quo. Nel mondo, il mondo proprio tutto, sono scesi in piazza milioni di persone per dire una cosa semplice: che la voracità del modello economico che impera è incompatibile con la vita. Scusate se è poco. Questi milioni sono stati in grandissima parte giovani e giovanissimi mossi da una leader naturale che ha sedici anni. C’è vita, insomma, sulla Terra. Non è tutto un incarognirsi contro chi ci sta vicino ed è più debole, non c’è solo il solleticare gli istinti peggiori. Ci sono una massa di persone giovani che stanno agitando una questione politica che più politica non si può. Se la politica tradizionale, qui in Italia e non solo, fa così fatica a capirlo da risultare indigeribile soprattutto proprio per quella massa di giovanissimi scesi in piazza, questo è un problema della politica tradizionale, che continua a parlare e agire come se fossimo negli anni ottanta del secolo scorso. E se la politica tradizionale e l’opinione pubblica imbambolata dai media si vanno strappando i capelli perché oddio siamo diventati tutti razzisti, o, all’opposto, giocano al piccolo razzista, è perché guardano la realtà sotto l’effetto dopante di un racconto monodimensionale che, letteralmente, fabbrica fenomeni a uso e consumo dei media. Ma il racconto dei media non è, evidentemente, la realtà. Questa gioventù solidale e potentemente controcorrente ne è la prova.

Secondo: la parte politica che ha (o dovrebbe avere) nel suo Dna la questione ambientale, si è divisa, nel mondo e se possibile ancora di più in Italia, tra un moderatismo rachitico che si è fatto inebetire dall’adagio le elezioni si vincono al centro e un estremismo di maniera per molti versi respingente. Il risultato è stato la paralisi. Questi milioni di giovani e giovanissimi che sembrano venire da Marte ci dicono che si può essere semplicemente, naturalmente radicali, visto che le soluzioni da cercare attengono a questioni radicali. Semplice a dirsi, difficilissimo a farsi, fin quando il dibattito pubblico, complice un sistema dei media sconfortante, sarà monopolizzato da una trentina di persone (perché di questo si tratta) che intervengono a turno da mattina a sera su tutto lo scibile reiterando concetti usurati e il più delle volte sganciati dalla realtà, cioè dalla vita delle persone.

Terzo: dal 1989 in avanti è stata di fatto messa al bando qualsiasi idea di comune. Certo, ci sono stati pensatori e pratiche che hanno continuato a lavorare sottotraccia. Ma la loro è stata un’operazione di resistenza alla corrente principale, che è stata quella del primato dell’impresa e dell’individuo, il quale mosso dalla ricerca della sua utilità personale, fatta corrispondere con l’arricchimento, si è teorizzato potesse solo così contribuire al benessere della società. Il solo fatto che l’evento planetario del “Friday for future” abbia coinciso con uno sciopero, pratica collettiva per eccellenza, incrina quella ideologia. E c’è di più: porre la questione ambientale come priorità, è di per se stesso dichiarare che c’è qualcosa che accomuna gli umani al di là del loro essere individui slegati da qualsiasi vincolo; è uscire da sé per vedere oltre.

Quarto: è iniziata la rivoluzione? Magari no. Però il successo planetario dell’iniziativa di di Greta Thunberg ci dice di guardare oltre i talk show in cui si parla del nulla e si finge pure di accapigliarcisi intorno. Ci dice che la realtà è più composita e articolata di come la dipingono le bolle mediatiche. Ci dice che dovremmo riconquistare autonomia di pensiero e attrezzarci su un oggi tremendamente diverso da ieri. Che dovremmo avere più coraggio, essere meno acquiescenti e più radicali. Che gli opinionisti da salotto che danno lezioni su come va il mondo, predicano il moderatismo e ostracizzano qualsiasi alito che stoni il coro di cui fanno parte, non hanno nulla di pratico ed efficace da dire, anche se hanno strumenti per dirlo tutti i giorni e a tutte le ore da arrivare a farlo sembrare concreto.

In copertina, Greta Thunberg durante una manifestazione ad Amburgo, foto di C. Suthorn tratta da Wikimedia Commons

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