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Gli ultimi dati Istat ci dicono che la povertà è in aumento

“Dopo il miglioramento del 2019, nell’anno della pandemia la povertà assoluta aumenta raggiungendo il livello più elevato dal 2005”. Così inizia il report dell’Istat sulla povertà, titolato con efficacia “Torna a crescere la povertà assoluta“. Vediamone sinteticamente i risultati principali.

L’aumento della povertà

Secondo le stime dell’Istat (di giugno 2021), nel 2020 le famiglie in povertà assoluta sono oltre due milioni (il 7,7% del totale) e gli individui in questa condizione circa 5,6 milioni (9,4%), con un aumento significativo rispetto al 2019, quando l’incidenza era pari, rispettivamente, al 6,4% e al 7,7%.

Le famiglie classificate come assolutamente povere sono quelle con una spesa mensile pari o inferiore al valore di una soglia che corrisponde alle risorse minime necessarie per acquisire i beni e servizi inseriti in un apposito paniere e varia in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza.

Ad esempio, per un adulto di 18-59 anni single, la soglia è pari a 839,78 euro mensili se vive in un’area metropolitana del Nord, 753,87 euro se risiede in un piccolo comune settentrionale e 569,56 euro se vive in un piccolo comune del Mezzogiorno. Il paniere di povertà assoluta, a sua volta, è composto dall’insieme dei beni e servizi “considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile” (ibidem).

In termini di individui, rispetto al 2019 il Nord registra il peggioramento più marcato (l’incidenza di povertà assoluta passa dal 6,8% al 9,3%). Nel Settentrione risiedono oltre 2 milioni 500mila poveri, mentre nel Mezzogiorno 2 milioni 259 mila, con un’incidenza dell’11,1% (dal 10,1% del 2019). Nel Centro, invece, la quota è pari al 6,6% (nel 2019 era del 5,6%).

L’incidenza di povertà assoluta arriva all’11,3% fra i giovani tra i 18 e i 34 anni, per un totale di oltre 1 milione 127mila individui, resta ad un elevato 9,2% per la classe di età 35-64 anni (oltre 2 milioni 394 mila individui) e si mantiene su valori inferiori alla media nazionale per chi ha più di 65 anni (5,4%, oltre 742mila persone).

Il valore dell’intensità della povertà assoluta, che misura quanto poveri sono i poveri, registra una riduzione in tutto il paese, passando dal 20,3% al 18,7%. Una dinamica, si legge nel report, “frutto anche delle misure messe in campo a sostegno dei cittadini (reddito di cittadinanza, reddito di emergenza, estensione della Cassa integrazione guadagni, ecc.), che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020, sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà”.

Istruzione e lavoro

La povertà, come ormai noto, diminuisce al crescere del livello d’istruzione: se la persona di riferimento ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore l’incidenza è del 4,4% mentre raggiunge il 10,9% se ha al massimo la licenza di scuola media. Aumentano di molto anche le famiglie in grave disagio economico in cui la persona di riferimento è occupata, passando dal 5,5% al 7,3%; ciò significa che gli working poors sono tutt’altro che in calo. In ogni caso, la quota di famiglie povere varia notevolmente a seconda della condizione lavorativa e della posizione nella professione della persona di riferimento: è pari al 9,4% se occupata (ma arriva al 15,8% nel caso di un operaio) e al 22,3% se non occupata.

La famiglia conta

L’incidenza di povertà assoluta è più alta, in generale, tra le famiglie numerose (20,5% tra quelle con cinque e più componenti, 11,2% tra quelle con quattro e 8,5% tra quelle con tre) e cresce se i figli conviventi, soprattutto se minori, sono più di uno (9,3% tra le famiglie con un solo figlio minore e 22,7% tra quelle che ne hanno tre o più) e tra le famiglie monogenitore, tra le quali si registra un deciso peggioramento (dall’8,9% all’11,7%).

Sono dunque molto colpiti i minori: ben 1 milione 337mila si trovano in povertà (13,5%, contro l’11,4% del 2019), pari a 767mila famiglie, per le quali, tra l’altro, è maggiore anche l’intensità. L’incidenza di povertà è più bassa tra le famiglie con almeno un anziano (5,6%) e tra le coppie in cui l’età della persona di riferimento della famiglia è superiore a 64 anni (3,7%). Questo perché, scrive l’Istat, generalmente “le famiglie di giovani hanno minori capacità di spesa poiché dispongono di redditi mediamente più bassi e hanno minori risparmi accumulati nel corso della vita o beni ereditati”.

Gli stranieri in grave disagio economico sono circa uno su tre, pari a più di un milione e 500mila (29,3%, contro il 7,5% dei cittadini italiani), con un’incidenza solo lievemente inferiore se la persona di riferimento è occupata (25,4% contro 29,1% se è in cerca di occupazione).

Insomma, come ha affermato Chiara Saraceno, la povertà è (ancora) un’emergenza, proprio perché c’è la pandemia: “molte più famiglie sono diventate assai più vulnerabili dal punto di vista economico. Molti hanno perso il lavoro o sono entrati in cassa integrazione. E meno male che c’era il reddito di cittadinanza, perché spesso chi lavorava, aveva lavori precari, temporanei, e poi non ha avuto più nemmeno accesso a quei lavori lì. Neanche nel mercato nero”.

[I grafici dell’articolo sono tratti dal report dell’Istat]

Foto di copertina tratta da PxHere

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