Percorsi

Giustizia sociale è giustizia climatica

Verso la manifestazione del 23 marzo
Le "Grandi Opere inutili e imposte" non sono solo il sinonimo di spreco di risorse pubbliche, di corruzione e di devastazione dei territori, ma anche "l’incarnazione di un modello di sviluppo che ci sta portando sul baratro della catastrofe ecologica". L'appello dell'assemblea di Roma del 26 gennaio, a cui hanno preso parte i soggetti che da anni si battono proprio contro le Grandi Opere e che ha lanciato una una manifestazione nazionale per il 23 marzo.

Il 23 marzo potrebbe essere una data importante. Anzi, dovrebbe essere una data importante, perché tanti di coloro che si oppongono alle Grandi Opere hanno lanciato una manifestazione nazionale proprio su questo tema, per quella data. E, vale la pena ribadirlo, questa manifestazione è un qualcosa che non solo va contro qualcos’altro, ma propone alternative e politiche concrete.

“Non serve il governo del cambiamento, serve un cambiamento radicale”

L’appuntamento è stato deciso nell’assemblea del 26 gennaio che si è tenuta alla Sapienza di Roma, in un’aula dell’Università certamente non deserta. Lì, “i comitati, i movimenti, le associazioni e i singoli che da anni si battono contro le Grandi Opere inutili e imposte e per l’inizio di una nuova mobilitazione contro i cambiamenti climatici e per la salvaguardia del Pianeta” si sono dati appuntamento per proseguire le lotte e coordinarsi meglio. Ne è scaturito un appello, per la Marcia per il clima, contro le Grandi Opere inutili, che si apre così: “Non serve il governo del cambiamento, serve un cambiamento radicale #siamoancoraintempo”. “Abbiamo iniziato questo percorso diversi mesi fa, ritrovandoci a Venezia lo scorso settembre, poi ancora a Venaus, in Val Susa e in molti altri luoghi, da nord a sud, dando vita ad assemblee che hanno raccolto migliaia di partecipazioni”. Questo è il chi siamo del tutto: “Siamo le donne e gli uomini scesi in Piazza lo scorso 8 dicembre a Torino, a Padova, Melendugno, Niscemi, Firenze, Sulmona, Venosa, Trebisacce e in altri luoghi. Dall’assemblea di Roma del 26 gennaio lanciamo l’invito di ritrovarsi a Roma il 23 Marzo per una manifestazione nazionale che sappia mettere al centro le vere priorità del paese e la salute del pianeta”.

Secondo il resoconto che ne ha fatto Dinamopress, uno dei pochissimi media che ha seguito l’evento, il filo rosso degli interventi che si sono succeduti è stato il collegamento tra la devastazione delle Grandi Opere nei territori e il cambiamento climatico. Troppo ardito? No, perché molte Grandi Opere si basano “sull’investimento nei combustibili fossili (Tav e Trivelle come esempi paradigmatici) e producono quantità considerevoli di Co2 attraverso la loro costruzione che è sempre molto impattante”; e no, perché si tratta di “opere irreversibili che violentano il territorio e lo rendono incapace di adattarsi alle trasformazioni in atto dovute al riscaldamento globale”. Ecco perché la manifestazione convocata per il 23 marzo è “un momento per chiedere al tempo stesso giustizia climatica per tutti” e “stop alla devastazione del territorio e alla sua messa a profitto”. Un “grande appuntamento ecologista radicale”, che manca da molto tempo in Italia: dalle mobilitazioni per l’acqua pubblica del 2010/2013, secondo Dinamopress, e, forse con più idealismo e temerarietà, da quelle contro il nucleare degli anni ottanta.

Il cambiamento climatico e noi

Perché queste battaglie sono così importanti? Perché sarebbe necessario far conoscere a quante più persone possibile i contenuti, le idee, le proposte e le lotte che saranno alla base della manifestazione del 23 marzo? Molto semplice e banale: perché, come si legge nell’appello, “il cambiamento climatico è uscito da libri e documentari ed è venuto a bussare direttamente alla porta di casa nostra”. E “il modello di sviluppo legato alle Grandi Opere inutili e imposte non è solo sinonimo, come denunciamo da anni, di spreco di risorse pubbliche, di corruzione, di devastazione e saccheggio dei nostri territori, di danni alla salute, ma è anche l’incarnazione di un modello di sviluppo che ci sta portando sul baratro della catastrofe ecologica”. Una situazione globale che in Italia assume dimensioni drammatiche: “la mancanza di manutenzione delle infrastrutture, la corruzione e la cementificazione selvaggia seminano morti e feriti a ogni temporale, a ogni ondata di maltempo, a ogni terremoto”. Non è fare terrorismo, questo, ma semplicemente prendere atto della realtà.

I promotori sono duri nei confronti dell’alleanza Lega-M5S, che ha dato vita ad un governo le cui azioni sono “in continuità con tutti i precedenti, non volendo cambiare ciò che c’è di più urgente: un modello economico predatorio, fatto per riempire le tasche di pochi e condannare il resto del mondo a una fine certa”. I fatti sono fatti, del resto: “mentre ancora si tergiversa sull’analisi costi benefici del TAV in Val di Susa, il governo ha fatto una imbarazzante retromarcia su tutte le altre Grandi Opere devastanti sul territorio nazionale: il TAV terzo Valico, il TAP e la rete SNAM, le Grandi Navi a Venezia, il MOSE, l’ILVA a Taranto, il MUOS in Sicilia, la Pedemontana Veneta, oltre al al tira e molla sul petrolio e le trivellazioni, con rischio di esiti catastrofici nello Ionio, in Adriatico, in Basilicata ed in Sicilia”.

Cambiare rotta

“Le catastrofi naturali non hanno nulla di naturale e non colpiscono tutti nella stessa maniera”, perché “chi sta in basso paga i costi del cambiamento climatico e della mancata messa in sicurezza dei territori”. Insomma, “giustizia sociale è giustizia climatica”. I danni si verificano “fuori dai grandi centri cittadini, dove la devastazione ambientale mangia e distrugge la natura”, ma anche “negli agglomerati urbani, luoghi sempre più inquinati in cui persino i rifiuti diventano un business redditizio”. E “non solo dal nord al sud dell’Italia, ma anche dal nord al sud del nostro pianeta”, visto che “milioni di migranti climatici sono costretti a lasciare le proprie terre ormai rese inabitabili e vengono respinti sulle coste europee”. E a chi, come in questi giorni, risponde che ci sono tanti italiani in difficoltà, l’appello ricorda che “nel nostro paese terremotati e sfollati vivono in situazione precarie, carne da campagna elettorale mentre le risorse per la ricostruzione non sono mai la priorità per alcuna compagine politica”. Bisogna invece dare priorità alla lotta al cambiamento climatico, senza contrapporre, come è successo a Taranto, la salute al lavoro. Ciò che serve è ridurre drasticamente l’uso delle fonti fossili e del gas e rifiutare che l’Italia diventi un “Hub del gas”, negare il consumo di suolo per i progetti impattanti e nocivi e gestire il ciclo dei rifiuti in maniera diversa, praticare con decisione un modello energetico autogestito dal basso, “in opposizione a quello centralizzato e spinto dal mercato”, abbandonare i progetti di infrastrutture inutili e dannose e finanziare interventi più utili, che riguardino la messa in sicurezza idrogeologica e sismica dei territori, le bonifiche, la riconversione energetica, l’educazione ambientale.

Ecco, non è solo un no. Anche perché l’appello si chiude così: “È necessario che le risorse pubbliche vengano destinate ad una buona sanità, alla creazione di servizi adeguati, al sostegno di una scuola pubblica e di università libere e sganciate dai modelli aziendalisti, ad un sistema pensionistico decoroso, ad una corretta politica sull’abitare e di inclusione della popolazione migrante con pari diritti e dignità”. Dalla giustizia climatica alla giustizia sociale, insomma, e viceversa.

Foto di copertina tratta da pixabay.

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