Opinioni

Femminicidi, una questione di maschi

Tornare sull’uccisione di Sara Di Pietrantonio a giorni dall’accaduto è una scelta. È un modo per tentare di fermare la ruota da criceti sulla quale corriamo e corriamo rimanendo implacabilmente fermi e triturando al tempo stesso ogni cosa: eventi, emozioni e tragedie, ridotti a una poltiglia dove si perde l’origine di tutto, e l’omicidio irraccontabile di una ragazza da parte del suo ex suscita la stessa indignazione per gli ottanta euro da restituire al governo per poi andare a liquefarsi nella successiva interruzione pubblicitaria. Fermare la ruota significa costringersi a perdere l’equilibrio. E doverlo ritrovare mentre si rimane faccia a faccia con l’irraccontabile, scoprendone contorni che sfuggivano e dai quali vogliamo sfuggire. Ma anche questo rischia di essere insufficiente. Allora, oltre a fermare la ruota, occorre fare male. Squarciare il velo di ipocrisia che copre le cose che non ci diciamo per sentirci migliori di quello che siamo.

Eccole, almeno due delle cose non dette sui femminicidi:

1) La violenza sulle donne è un problema maschile. Sarebbe pleonastico specificarlo se nel narrarci le cose, nei titoli dei primi piani sui giornali e degli speciali in televisione, nove volte su dieci non ci si fermasse alla prima parte della frase, evitando di coinvolgere i veri protagonisti attivi delle vicende: quelli che uccidono. Anche nel racconto ci si concentra sulle vittime, prediligendo la forma passiva: Sara il più delle volte è stata uccisa; quasi mai l’ex compagno ha ucciso Sara. Una forma inconscia di ripulitura della scena dell’omicidio. Con in più, in quest’ultimo caso, la variante della ignavia di chi non si è fermato a prestare soccorso. Un diversivo su cui sono stati rovesciati fiumi d’inchiostro e di bit. Eppure un particolare sì importante, ma secondario rispetto al fatto che per l’ennesima volta un uomo ha ucciso una donna che gli sfuggiva dal controllo.

2) L’uccisione di una donna da parte di un uomo è lo sprofondo in cui culmina una scala che arriva da molto più in alto e inizia con gradini verso il basso impercettibili, perché accettati socialmente. Un falso piano verso l’abisso che scivola via via dal guardare con compiaciuto sospetto la vicina che vive da sola, scelta che le assicura lo stigma di peccaminosità, al giudizio tranciante su quella che cambia partner troppo spesso; dal capo che esorta la collaboratrice avvenente a “tirare fuori il fascino” quando c’è da “lavorarsi” un cliente importante, al minimizzare la pacca sul culo data alla collega che spesso sta zitta e se la tiene (a confermare l’accettazione sociale – magari forzata – di atteggiamenti inaccettabili) e se reagisce diventa la tipa acida da cui guardarsi; dalle innumerevoli discriminazioni delle donne sul posto di lavoro in termini di stipendi e trattamenti vari, al “se l’è cercata” nei casi di violenza.

C’è una linea di continuità tra queste consuetudini distorte nei rapporti di genere. Una linea che ha i suoi punti estremi che consideriamo inconciliabili, cosa che ci consente di dribblare l’irraccontabile, ma che hanno un minimo comune denominatore: il fatto che gli uomini con le donne possono permettersi libertà che non prevedono reciprocità. Possono perché è la società che, generalmente, lo tollera. E che anzi in qualche modo lo incoraggia. Si tratta di una pedagogia malata che inizia fin dall’età prescolare: attraverso giochi, esortazioni, perfino modi di rivolgersi differenti a seconda che ci si trovi davanti a una bambina o a un bambino. Il risultato è che da adulti la distorsione è il più delle volte completa. E l’articolazione sociale che abbiamo intorno trasuda di ciò. L’esperienza di Egalia, l’asilo svedese in cui si sperimenta un percorso formativo che davvero equipari maschietti e femminucce, è rimbalzata fino qui a conferma della sua straordinarietà. Eppure, come ha scritto Ilda Curti, c’è una gigantesca questione maschile, in Italia e non solo. Che va innanzitutto riconosciuta. E su cui poi occorre agire. Educando fin dalla più tenera età a partire dalla presa d’atto che i maschi sono portatori di un germe di violenza che va incanalato, disinnescato. Sanzionando comportamenti, rendendoli inaccettabili socialmente. Il mero inasprimento delle pene per chi commette femminicidi è infatti la presa d’atto preventiva di una sconfitta: la pena arriva a delitto commesso. Quello cui dovremmo puntare è rendere meno difficile il mestiere di essere donne e umanizzare i maschi; evitarli, i reati, rendere il nostro ecosistema più vivibile per tutte e tutti; isolare il coatto che è in noi.

A poco vale sbandierare una diversità di genere che si vorrebbe naturale, e quindi insuperabile, come fanno molti. Quello non è un modo per guardare in faccia la realtà, bensì per cristallizzarla creandosi un falso alibi. Fin quando non impareremo a stigmatizzare pesantemente le prevaricazioni e i comportamenti che non prevedono reciprocità, le offese gratuite, le discriminazioni palesi e l’atteggiamento da bulletti tenuto da adulti spesso in posizioni di vertice, continueremo a correre sulla ruota da criceti. Fin quando non affogheremo il conformismo rassicurante che conduce ai femminicidi, continueremo a cadenza regolare a raccontarci la storia dell’ennesima donna che è stata uccisa sfumando sul protagonista della storia, divagando sul fatto che era un nostro fratello, padre, cugino, zio, amico. Comunque maschio. Sempre maschio. Per questo è sui maschi che occorre agire, e l’esortazione vale anche per le donne che in questa era statica sono tornate a vergognarsi di reclamare i propri diritti sacrosanti e che spesso sono (mal)educatrici dei loro figli. L’alternativa è raccontarsi le storie a metà. E continuare a correre sulla ruota da criceti. Rassicurati dal non capire fino in fondo l’irraccontabile.

Ultima revisione 25/11/2019

Foto di copertina di Orlando@Roll

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3 commenti su “Femminicidi, una questione di maschi

  1. Grazie Fabrizio, un articolo che davvero ribalta la questione. L’informazione è fatta anche dalle donne eppure questo articolo lo hai scritto tu. Ho una figlia piccola e mi interrogo continuamente su come le insegnerò a distinguere ciò che si può accettare da ciò che è inaccettabile da un maschio (e non solo). Il miglior insegnamento dicono sia l’esempio e cerco di darlo ma è dura. Per una donna sembrano esserci sempre solo due strade: quella della sopportazione o quella della ribellione ed entrambe mi appaiono due vicoli ciechi a volte. Sara avrà sopportato e poi si sarà ribellata anche lei e non è servito a salvarla. L’uomo che l’ha uccisa avrebbe dovuto essere salvato invece, da un contesto vigile e partecipe che anche noi donne non abbiamo contribuito a costruire

    1. Grazie a te Francesca per l’attenzione con cui segui ribalta, che è nata proprio per questo: portare in primo piano questioni per noi importanti, che vengono però troppo spesso sepolte da una montagna di nulla.

      1. ho appena letto di altri due assassinii oggi a Pordenone e Taranto. Gli uomini uccidono anche i figli…

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