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E se avessero ragione?

Fabrizio Marcucci

Ammettiamolo. Berlusconi e Bertolaso hanno ragione sul rapporto tra donne e lavoro. E le vesti stracciate di tanti di fronte alla candida espressione della loro convinzione dell’impossibilità di conciliare professione e maternità, contribuiscono a innalzare la montagna di ipocrisia che rende inaccessibile alle donne quello che per gli uomini è la normalità.

Forse con qualche cifra ci si capisce meglio. Secondo “Donne in Italia”, studio pubblicato dal ministero delle Pari opportunità nel 2011 sulla base di dati Istat, le donne si laureano più degli uomini, ma a tre anni dal conseguimento del titolo lavorano meno dei colleghi maschi (70% contro 78%), e se lo fanno guadagnano il 18 per cento in meno. Anche con la laurea in tasca poi, sono più esposte al precariato: 16,6 per cento di contratti di collaborazione rispetto al 10,5 per cento degli uomini.

Più in generale, le donne guadagnano il 72 per cento dello stipendio di un maschio. Solo il 13 per cento delle dipendenti ha mansioni dirigenziali e solo nei consigli d’amministrazione del 7 per cento delle società quotate in Borsa siedono donne. Ancora: il 47 per cento delle donne che hanno un contratto part time vorrebbe lavorare a tempo pieno e l’80 per cento di inattive dichiara che la scelta di non lavorare è determinata dalla carenza o dall’inadeguatezza di servizi (asili, assistenza e quant’altro) che le costringono a casa.

Un quarto delle donne lavoratrici sceglie di non esserlo più dopo la nascita del primo figlio. E nello studio si rileva che “circa 800 mila madri sono state licenziate o costrette a dimettersi in seguito a una gravidanza”.

Per finirla coi numeri: l’Italia è il paese europeo con la più alta incidenza percentuale di coppie in cui lavora solo lui e in cui è più ampia la forbice del tempo dedicato ai lavori domestici dalle donne e dagli uomini: 21 per cento della giornata contro poco più del 5 per cento.

Insomma: sì, Berlusconi e Bertolaso hanno ragione sul rapporto tra donne e lavoro. Nel senso che la fotografia che fanno è perfettamente a fuoco: per le donne in questo paese (e non solo, a dire il vero) è difficilissimo conciliare vita e lavoro. Il che non vuol dire che Berlusconi e Bertolaso stiano nel giusto. Di certo invece, c’è che la montagna di ipocrisia sul tema s’innalza sempre più. Perché è del tutto evidente che la costruzione sociale che ci siamo dati per viverci dentro è a misura di maschio. Sempre per restare alla genitorialità: solo il 9 per cento dei papà sceglie di usufruire del congedo parentale quando nascono figlie o figli. Perché? Perché stiamo immersi in una costruzione sociale, appunto, in cui stare a casa coi figli o a preparare il pranzo e la cena, per un uomo, è da mammolette. Ed è da questo assunto, inutile nascondersi, e dalla mancanza di determinazione nel metterlo in discussione che scaturiscono le scelte.

Ma non solo stiamo indietro come paese, anche se la questione del maschilismo è generale. Stanno indietro culturalmente e pesantemente anche tanti di quelli che a parole sono sensibili al tema. Insomma, qui sta il punto, il problema non è dato dalla minoranza dei pochi che combattono a viso aperto contro la parità di genere. Il problema vero è che questo paese è pieno di bidelli, docenti universitari, metalmeccanici, cuochi, direttori di giornale, disoccupati, giovani e anziani che a parole non discriminerebbero mai le donne, ma nei fatti lo fanno quotidianamente, consapevolmente o meno. Perché assuefatti – anche donne – al maschilismo. Lo dicono i numeri della nostra costruzione sociale. Lo dice l’arretratezza dei servizi che ci diamo. La mancanza di politiche anche appena accennate. E lo dicono le scelte su chi assumere o su chi investire per una mansione di responsabilità; lo dice il modo in cui vengono giudicate e vivisezionate le donne di successo, a meno che non si tratti di showgirl; lo dicono le decine di luoghi comuni in cui cadiamo senza accorgercene, magari mentre puntiamo il dito su quegli “arretratoni” di Berlusconi e Bertolaso, che invece dobbiamo ammetterlo: hanno ragione. Da qui dovremmo partire.

(Foto di Frank de Kleine)

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