Idee

Divorati dall’algoritmo

Lo sfruttamento dei rider che sfrecciano consegnando merci è duplice: sono controllati da un algoritmo che premia di fatto il lavoro a cottimo e succhia i dati delle loro prestazioni per renderli più vulnerabili e per disegnare un nuovo diritto del lavoro che è la nuova frontiera sulla quale battersi

Capita ormai spesso di incrociarli nei vagoni della Metro. Con le loro biciclette, il bauletto di ordinanza della società per le quali lavorano, le facce spesso stanche e inespressive di chi ha messo al servizio dell’algoritmo i propri muscoli, la propria abilità a guidare nelle strade spesso sconnesse, il disincanto di chi, per vivere, ha messo al servizio di un padrone immateriale, di un caporeparto algoritmico, il proprio corpo, diventando – suo malgrado – un esperimento empirico dove viene elaborato un nuovo diritto del lavoro. Un diritto del lavoro sui generis, che si afferma a dispetto della legge formale, regola vite e corpi umani, e trasforma un algoritmo in una fonte di legge sovraordinata, nel momento in cui è creato per non essere conosciuto da chi ne è schiavo, e regola i fatti materiali e giuridici in maniera difforme dalla fonte di legge tradizionale, travolgendo codici, regole, principi e commi.

Le società digitali selezionano il lavoratore
sulla base di un algoritmo che premia il cottimo
Più sei veloce, più lavori; più lavori, più guadagni

Nasce così l’uomo inteso come merce, dove il lavoratore digitale, per lavorare, mette in vendita una parte di sé stesso, e, segnatamente, il suo corpo, i suoi muscoli, i nervi che si contraggono durante la pedalata, la vista che si aguzza per non essere investiti, il sudore sulla maglietta e la fatica, insomma, il suo essere uomo in quanto tale. Le società digitali selezionano forza lavoro utilizzando criteri formalmente vietati nel nostro ordinamento, violando sia le norme di ordine pubblico a tutela dei lavoratori più deboli che le obbligazioni contrattuali fondamentali che regolano la prestazione del lavoratore. Avviene così che l’algoritmo premia i lavoratori più veloci, i più flessibili e i più forti, realizzando una selezione darwiniana delle forza lavoro, sulla base di un codice sorgente che non è intellegibile e che trasforma la prestazione lavorativa in una prestazione di risultato, quando invece l’obbligazione che abitualmente grava sul lavoratore è quella di mezzi.

Non è una cosa di poco conto. Nel nostro ordinamento lavorativo, infatti, il lavoratore, nello svolgimento della propria prestazione lavorativa, non deve necessariamente finire il lavoro che gli è stato assegnato ma deve, invece, dimostrare di avere svolto diligentemente la propria prestazione lavorativa. Se il lavoratore non ha finito il lavoro assegnatogli, ma si è adoperato diligentemente per compierlo, ha correttamente adempiuto alla propria “obbligazione di mezzi”. Le società digitali, invece, selezionano il lavoratore al contrario, arbitrariamente, sulla base di un algoritmo che premia il cottimo. Più sei veloce, più lavori, più lavori, più guadagni; per contro, più sei un soggetto debole – fisicamente, anagraficamente, psicologicamente – e meno lavori, o lavori male, fai il tragitto più lungo e meno remuretivo, e, quindi, meno guadagni. L’algoritmo, quindi, prevale sulla legge o sceglie, a dispetto della legge, sulla base di un meccanismo di controllo privatistico sconosciuto al soggetto pubblico regolatore. Ma vi è di più.

 

L’algoritmo, potenzialmente, conosce tutto di te lavoratore: è stato ideato per imparare dal tuo corpo, che viene messo a confronto con milioni di altri corpi dei lavoratori, per valutare la tua attendibilità lavorativa, digitale, reputazionale rispetto agli altri, facendoti rimanere all’oscuro di come sei valutato, da un lato, e traendo poi ricchezza, dall’altro lato, dall’elaborazione dei tuoi dati, che, immagazinati mentre lavori e messi a confronto con milioni di altri dati, contribuiscono a creare quelle regole a cui tu lavoratore digitale ti devi uniformare, in base a una logica matematica. Tu lavoratore contribuisci alle tue catene digitali! Facciamo un esempio. Immaginiamo che, mediamente, per consegnare con la bici la pizza da piazza di Spagna a via Merulana si impieghino 10 minuti. La regola non scritta elaborata dall’algoritmo è che, tu, lavoratore digitale, se porti una pizza da piazza di Spagna a via Merulana, devi consegnarla entro 10 minuti, altrimenti, se impieghi più tempo – secondo l’algoritmo che legifera su di te – lavori male. Ovviamente non conta il fatto che tu sia, ad esempio, obeso e, quindi, impieghi di più a fare un dato tragitto, o che sia claudicante a un piede, e quindi pedali più lentamente. La regola non è giuridica ma è matematica. È una regola contra legem. Ma si applica. L’argoritmo non chiama più il lavoratore obeso per fare una consegna da piazza di Spagna a via Merulana, ma ne sceglie uno più veloce. Nessuno dice al lavoratore digitale obeso che c’è un problema, ma questo lavoratore lo capisce nel momento in cui lavora di meno. Non è cambiata la legge, semplicemente l’algoritmo ha imposto la “sua” legge.

Attraverso l’algoritmo viene costruito
l’uomo nuovo del capitale e se ne stravolgono i diritti
È questa la nuova frontiera sulla quale battersi

Quello che le società digitali costruiscono, affinano, modulano, mentre operano, sul corpo del lavoratore, anch’esso diventato merce del capitale, sono nuove fonti del diritto, nuovi codici del lavoro, nuove regole giuridiche, che sfuggono al tempo e allo spazio, ma prevalgono nella vita reale. Il bene valore che le società digitali vendono non sono solo i servizi, non sono le pizze a domicilio. Costruiscono e vendono una cosa molto più importante. L’uomo nuovo del capitale. Un lavoratore selezionato digitalmente, controllato, addomesticato e monitorato h24. Dietro la pizza a casa per 2 euro di commissione, il capitalismo digitale disegna e impone una nuova scala di valori, un nuovo diritto del lavoro, che travolge il vecchio, senza formalmente toccarlo. Le sinistre, le organizzazioni sindacali, dovrebbero prendere contezza dei rischi che corrono i lavoratori digitali, promuovere centri studi dove l’operatore del diritto possa confrontarsi con i nuovi attori sociali che elaborano le “leggi”, gli scienziati della matematica, dell’ingegneria, della tecnica, per elaborare un diritto al passo con i tempi nuovi e che impedisca l’affermazione di un diritto del lavoro distopico e feudale. I corpi degli uomini saranno sempre più lenti della velocità del capitalismo digitaie, bisogna che ci organizziamo per difenderli.

Foto di copertina di Rudy and Peter Skitterians da pixabay.com

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