Idee

Cosa succede a Terni

Il laboratorio della Lega
A Terni la Lega ha raccolto quasi il 30 per cento dei consensi alle ultime elezioni e sta dettando politiche che dicono molto della sua visione del mondo e della gestione del potere. Tentare di capirlo è importante per cercare di opporre creatività e innovazione a una visione rigida e manichea della realtà

Ci sono le parti che si recitano in commedia e quello che l’attore è. Ciò che si mostra e si vorrebbe far apprezzare di sé e la logica che muove i comportamenti. Nella vicenda che sta vedendo protagonisti a Terni la giunta comunale da un lato e una serie di realtà associative dall’altro, c’è una rappresentazione solare di tutto questo. Solo che, da una parte come dall’altra, si fa fatica, o non si vuole, mettere a fuoco il centro di gravità attorno a cui ruota la questione. Vale la pena tentare di interpretare cosa sta succedendo poiché sono in campo umori, passioni e un senso che vanno oltre la città teatro della vicenda, e dicono molto di come la Lega – che a Terni, alle elezioni amministrative del giugno scorso, ha sfiorato il 30 per cento dei consensi ed eletto il suo sindaco – interpreta il governo della cosa pubblica, cioè la gestione del potere politico.

Cosa succede

Un passo indietro va fatto per descrivere a chi non ha idea di cosa stiamo parlando quali sono gli attori sul palco e cosa succede. Con una delibera dello scorso 28 dicembre, la giunta comunale ha annunciato la volontà di non rinnovare le convenzioni con una serie di associazioni che hanno gestito fino a oggi dei centri di aggregazione giovanile in immobili di proprietà del Comune. La decisione è, secondo quanto si legge nella delibera, quella di “mettere a disposizione gli immobili di proprietà comunale per attività non commerciali nel campo del volontariato e dell’associazionismo, da destinare a sede e ad attività associative rivolte ai giovani”. Per questo, prosegue la delibera, si “intende emanare un avviso ad evidenza pubblica per la scelta dei concessionari delle sedi comunali”. La stessa sorte toccherà agli immobili le cui convenzioni per la gestione scadranno negli anni a venire.

Il dito e la luna

In quelle strutture si svolgono già oggi, e da anni, attività non commerciali nel campo del volontariato e dell’associazionismo. Per questo gli attuali gestori vedono nella delibera una volontà punitiva nei loro confronti, lamentando altresì che la decisione della giunta provocherà una serie di ripercussioni negative su progetti già avviati che interessano una parte “sensibile” di popolazione. L’esecutivo comunale, da parte sua, si appella al criterio della “trasparenza”: quei locali sono del Comune e l’ente deve giustificare chiaramente a se stesso e ai cittadini che rappresenta l’utilizzo del patrimonio pubblico, è l’assunto. Non fa (non farebbe) una piega. Ma fin qui siamo alla rappresentazione teatrale della faccenda. Cioè al dito che la indica, e non alla luna, che è il vero obiettivo da mettere a fuoco. Sembrerebbe cioè l’ennesima battaglia tra l’amministrazione de destra che una volta preso il potere, si vendica sulla gente de sinistra. Invece quella è probabilmente solo una prima chiave di lettura, superficiale, sotto cui c’è molto altro.

Dirigismo e monodimensionalità

Nella delibera della giunta c’è una volontà normativa che trasuda il dirigismo che l’ha ispirata. E anche la sua monodimensionalità. Partiamo da quest’ultima caratteristica. Si chiede a chi voglia partecipare al bando per la concessione degli immobili comunali, la “scheda di progetto esecutivo delle attività e piano economico di gestione”. Il linguaggio è quello che è. Ma pure tenendo in considerazione che si tratta di una delibera di giunta comunale, non si può fare a meno di notare che si sta trattando un mondo, quello dell’associazionismo giovanile, o delle attività culturali in senso lato rivolte ai giovani, come se si avesse a che fare col bando per la concessione di aree industriali. È un’idea di mondo, per carità, legittima come altre. Ma è proprio quello il punto. È l’idea di mondo che la Lega ha e rappresenta. Di una rigidità normativa in cui la norma è dettata dalla maggioranza che si fa il suo mondo a sua immagine, in questo caso col bando entro i cui canoni si deve stare. È l’esclusività che diventa principio costituente e innerva di sé il senso del vivere comune, di ogni aspetto del vivere comune. Anche di quello che sfugge, dovrebbe sfuggire, a criteri normativi così vincolanti da inficiare la creatività, parente stretta della cultura e dell’associazionismo ad essa legato, che per definizione si muovono in campo largo. Se l’idea del vivere comune è una e una soltanto, onnicomprensiva, ne scaturisce un dirigismo che piega la realtà a diventare a propria immagine anche laddove si dovrebbe lasciare un diritto di cittadinanza e di esistenza quanto più ampi possibile. Cioè: si stabilisce per bando, con cadenza quinquennale, quale dev’essere il progetto esecutivo delle attività. Come se la realtà fosse immutabile, come se da qui ai prossimi cinque anni non potessero insorgere dei bisogni nuovi da intercettare con delle risposte; come se un gruppo musicale, un artista visuale, o chissà chi e cosa oggi neanche immaginiamo stia nascendo, possa essere normato ora, con un bando e con un progetto esecutivo. Come se si trattasse di stabilire la quantità di marmitte da produrre da parte di un’azienda. È una visione così rigida che corrisponde a una parodia della realtà. Un colpo per dei realisti, pragmatici e razionali come presumibilmente si ritengono coloro che sono al governo della città di Terni. Il dirigismo sta nella commissione cui è demandato, per bando, il potere di decidere sulla vita o sulla morte di realtà associative. Perché non si tratta qui di stabilire chi premiare con dei soldi pubblici per sviluppare chissà quale attività. Al bando, e alla commissione che lo sovrintenderà, è affidato il potere di dare o non dare un tetto a una serie di realtà che per definizione sperimentano e possono riuscire come fallire, in quest’ultimo caso senza chissà quali aggravi per le casse comunali. Si tratta di un diritto di cittadinanza, che secondo la Lega non va garantito ma affidato a un bando in cui chi vince vive, chi perde perisce. Tutto legittimo, per carità. Ma tutto ispirato a una logica di direzione dall’alto, forse perché impauriti da ciò che potrebbe emergere dal basso perché quello che potrebbe darsi non è quello che si vuole. In un campo, ripetiamo, cioè quello dell’associazionismo e della cultura giovanile, in cui la sperimentazione, l’apertura e l’inclusione dovrebbero essere idee ispiratrici e potenziali levatrici del nuovo, sempre che il nuovo non lo si tema come una malattia.

La visione del reale

L’associazionismo culturale, entità fluida per eccellenza, viene ricondotto all’interno di maglie così strette in cui qualsiasi artista, creativo, giovane con la irruenza tipica del giovane si sentirebbe soffocare. È una visione claustrofila, che si accompagna alle delibere sul cosidetto decoro urbano, a quelle contro l’accattonaggio e su, su arriva alle chiusure dei porti e delle frontiere. Una visione in cui c’è spazio per un solo modo di stare al mondo. Quello della maggioranza degli elettori che espelle, o tenta di farlo, qualsiasi cosa, modo di essere e di fare percepiti come altri, codificandoli come fuorilegge. È una riduzione di complessità brutale, che probabilmente risponde all’esigenza di ordine di tante brave persone così sballottate dalla crisi da essere diventate disposte a limitarsi nelle libertà per fruirne in maniera esclusiva (cioè solo per loro) e quindi parziale, pur di ritrovare un po’ di pace che però non sta nel decoro urbano, ma nella possibilità di darsi un piano di vita che oggi non c’è per tante e tanti. E quindi proprio nella possibilità di sperimentare.

L’elogio della disobbedienza…

A umori del genere si può, forse, tentare di rispondere con l’elogio della disobbedienza. Con il rivendicare che ogni progresso umano è stato compiuto grazie a qualcuno che a un certo punto ha scartato di lato e scelto una via che fino ad allora non era stata percorsa. Se tutti avessero obbedito alla tradizione, avessero pedissequamente vissuto secondo norma, staremmo ancora nelle caverne a morire di freddo e a esprimerci a grugniti. Ciò vale in tutto, ma tanto più quando si parla di associazionismo e di cultura. L’associazionismo (e la cultura) diretti dall’alto – anche in maniera soft, tramite bando – non hanno mai dato buona prova di sé. Sono stati sempre strumenti di riproduzione del consenso. Eppure non è questo che la Lega vuole. La Lega, pare di capire, vuole il mondo a sua immagine e somiglianza. Sua e basta.

…e del buonsenso

È così pervicacemente e forse perfino inconsciamente perseguita, questa tendenza omologante, che basterebbe assai poco, come dare uno sguardo al patrimonio di proprietà del Comune di Terni per adottare un’altra condotta, in direzione completamente opposta. E aprire, invece di chiudere. Nel computo aggiornato al mese scorso si contano 4.078 proprietà di varia natura. Bene, ci sono 570 immobili classificati come abitazioni, 8 palazzi storici, 83 edifici scolastici, 94 magazzini e locali di deposito, 5 strutture classificate come teatrali e cinematografiche e molto altro ancora nel patrimonio di cui sindaco e assessori possono disporre pro tempore in qualità di governanti della città. Alcuni di questi immobili sono in disuso: si potrebbe pensare di riqualificarli in maniera minima e darli in gestione a chi volesse. Aprendo a nuove realtà e salvaguardando le attività di quelle esistenti, facendo nascere nuovi laboratori, ampliando l’angolo visuale, arricchendo, non chiudendo i paraocchi per vedere la realtà solo come piace. Evitando la claustrofilia. Questa è, sarebbe, la sfida di chi volesse guardare avanti.

In copertina, foto tratta dal profilo flickr di Irene Grassi

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