Opinioni

Cosa significa essere sgomberati

"Immaginate che gli sgomberati siate voi. Pensate alle parole che utilizzereste per spiegare a vostro figlio quanto sta accadendo. Di dovergli spiegare, con le parole degli adulti, che le stanze sistemate e quel cesso accroccato, che nella sua immaginazione di bambino sono comunque una casa, il giorno dopo non ci saranno più. Immaginate anche che il giorno dopo, di dove dormi te, la tua famiglia, i tuoi amici, tuo figlio non frega più niente a nessuno".

Immaginate, solo per un momento, che mentre dormite, vi riposate, guardate la televisione, il tablet, fate l’amore, il vostro quartiere viene circondato dalle forze dell’ordine. Vostro figlio è al letto, nella sua camera, circondato da giochi che sicuramente riempiono la sua stanza. Con le luci colorate che la illuminano. È la vostra casa che viene circondata dalle forze dell’ordine. Non si sono sbagliati. Sono tanti. Sono vestite in un modo che, loro malgrado, impaurisce i vostri figli. Cercano voi. Vengono da voi. Vogliono farvi uscire da quella che, al di là delle rappresentazioni mediatiche e dei termini freddi che la burocrazia usa, è la vostra casa. Il centro della vostra comunità familiare. Dei vostri affetti.

Immaginate se in quella casa – che gli altri chiamano occupazione, ma che per voi è una casa – ci abitate da 16 anni. Quant’è? Un quinto della vostra vita? Un quarto? Ci siete entrati da bambini e dentro ci siete diventati uomini o donne. Ci avete fatto crescere i vostri figli. Che giocano nel giardino sotto casa con gli altri bambini con cui vanno a scuola nel quartiere. Pensate alle parole che utilizzereste per spiegare a vostro figlio quanto sta accadendo attorno a voi. Che parole trovare per fare capire a vostro figlio che quei bambini che sino al giorno prima erano suoi amici domani non li rivedrà più. Pensate di dovergli spiegare, con le parole degli adulti, che le stanze sistemate e quel cesso accroccato, che nella sua immaginazione di bambino sono comunque una casa, il giorno dopo non ci saranno più. In nome della legge. Pensateci bene a quanto queste parole hanno assunto un valore così schiettamente di classe. Pensate alla loro pomposità, alla portata intimidatoria di queste parole.

In nome della legge. Legge che ha trasformato la vostra condizione in una colpa. Trovate le parole per spiegare a vostro figlio che le luci calde della cameretta saranno sostituite da luci al neon. Che il bagno non è più il suo bagno, ma è il bagno di tutti. Che non c’è posto per i suoi libri, i suoi giochi, la sua Playstation nella nuova casa. E chi si, papà sta bene, ma non può dormire vicino a mamma e a te.

Si, è vero, queste persone sono “fragili”, ma non tanto da riconoscergli il diritto di vivere come una famiglia. Pensate anche al capolavoro linguistico di chi usa la parola fragile per indicare chi è povero. Dire fragile mette meno paura, fa meno impressione, non spaventa gli altri. Ah, sì, dovete anche spiegare a vostro figlio che la sua foto di bambino con i libri in mano è dappertutto. Come noto, la privacy è stata elaborata per difendere i ricchi, mica gli sfrattati morti de fame.

Immaginate anche che il giorno dopo, di dove dormi te, la tua famiglia, i tuoi amici, tuo figlio non frega più niente a nessuno. Pensate a quanto sarà duro ricominciare. Solo dopo, forse, potrete parlare di quanto accaduto. Di cosa vuole dire essere poveri. Della mancanza delle case pubbliche. Della guerra contro i poveri. Di chi la sta vincendo. Pensateci bene, però, prima di giudicare. E ricordate. I prossimi potreste essere voi.

Foto di copertina di MabelAmber da Pixabay.

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