Opinioni

Contro il razzismo

Ritrovare le parole

Fabrizio Marcucci

Di fronte a una barbarie gigantesca si rimpicciolisce. Le parole che ci siamo dati per tentare di dare un senso alle cose e stabilire delle connessioni tra umani mostrano la loro drammatica insufficienza a circoscrivere l’enormità. Silenziare le parole può allora diventare, oltre che un rifugio, un modo per ricalibrare le dimensioni dell’immanità, comprenderle meglio. E in effetti, non ci sono parole per dire dell’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi, il richiedente asilo fuggito dalla Nigeria e ucciso a Fermo da un italiano.

Ma non è il tempo del silenzio. Perché l’assassinio di Emmanuel Chidi Namdi è a sua volta l’ultimo anello di una catena che inizia con parole che diventano via via più insopportabili, inascoltabili, disumane. Fino a trasformarsi in gesti letali. Così, a costo di violare il silenzio prezioso, occorre contrapporre parole che facciano da anticoncezionale alla violenza concepita, custodita e partorita dal grembo di quella che si chiamerebbe la nostra civiltà.

Si potrebbe cercare sollievo nell’alibi della matrice fascista dell’omicidio, respingendolo quindi come altro da noi. Ma il fascismo cui si allude in questi casi è folclore, ormai. Mentre il razzismo sgorga come acqua da sorgente rigogliosa in strade, scuole, posti di lavoro, mercati, luoghi di svago, discorsi. È qui, in questo tutto che ci circonda che va cercata e combattuta la radice che ha portato all’attacco infame che ha provocato la morte di Emmanuel Chidi Namdi. In questo tutto intriso di razzismo dove nessuno o quasi si professa fascista, e non lo è, se si intende il fascismo come fenomeno storico col suo contorno di fez e camicie nere. Ma tutto odora di pregiudizio contro chi “viene qua” e si nutre nella solenne ignoranza di come vadano le cose nel mondo. Lì sta il virus che ci sta uccidendo. Se si trattasse di fascismo “mussoliniano”, la malattia sarebbe di gran lunga meno grave, almeno la riconosceremmo. Invece è un fascismo liquido. È ovunque ma sembra che non ci sia. Un fascismo non teorizzato ma praticato. Trasversale.

Siamo colonizzati da immagini. E le immagini sono diventate il senso distorto del nostro vivere. Ci immaginiamo e ci rappresentiamo bianchi, magri, ben vestiti e tendenzialmente profumati respingendo tutto il resto, nonostante siamo immersi in una melma maleodorante che ci sta risucchiando l’umanità, nel senso di comune appartenenza al genere umano. Lì sta la nostra morte. Come ciechi inveiamo contro chi ci chiede un euro al semaforo o fuori dal supermercato, su chi usufruisce di case popolari e “non è nato qui”; e costruiamo centri di identificazione, cioè discariche per umani, attraverso i quali liberarci del fastidio quotidiano, ma sbagliamo clamorosamente bersaglio. Perché quello che ci sta minando davvero è l’erosione delle nostre libertà, del nostro poterci dare un autonomo piano di vita; è la precarietà, la comprensione inconscia che tutto ci sfugge di mano ed è in mano ad altri, invisibili, che ci sta facendo letteralmente impazzire. Ma ci aggrappiamo ad alibi. Continuando a non capire. E a prendercela con Emmanuel Chidi Namdi e i suoi fratelli.

Sono caduti dei tabù che occorre ripristinare. Il fascismo storico siamo riusciti a trasformarcelo, in tabù. E infatti è ridotto a folclore innocuo. Il razzismo inconsapevole, ben più pericoloso di quello teorizzato, invece impera. Un antidoto possibile è quello di tornare a parlare di umanità, sottrarsi al gioco delle quote, ai ragionierismi dietro cui si riparano i razzisti del “non possiamo accogliere tutti”, come se davvero qualcuno ci chiedesse di “accogliere tutti”. Riscoprire l’intransigenza. Statuire che chiunque neghi umanità al prossimo va egli stesso degradato dal rango di umano. Contrapporre il nome e il cognome e il volto e la storia di Emmanuel Chidi Namdi, al senza-volto che l’ha ucciso; ai senza volto che predicano odio sperando di pescare qualche lucro in questa melma maleodorante. Cercando di farli rimanere senza volto. Tabù. Togliendogli cittadinanza perché hanno perso l’umanità. L’umanità che noi – tutti noi – dobbiamo al più presto recuperare. Cominciando dal ritrovare parole.

Nella foto di copertina, un raduno del Ku Klux Klan nel 1927 a Kingston, città dell'Ontario, in Canada

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Un commento su “Contro il razzismo

  1. E’ un articolo tutto DA meditare. Il silenzio, no, ma parole sembra non ce NE siano più. Ri-trovare umanità perduta dopo averla trovata con fatica e secoli di evoluzione. L’uomo che annienta l’uomo è inaccettabile e pone tanto scavo dentro ognuno di noi…

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