Idee

Contro il buonsensismo

Il buonsenso evocato da Matteo Salvini è il suo esatto contrario, in un gioco di specchi che deforma e inverte i significati. Fare chiarezza è anche dissotterrare l’essenza delle parole e delle pratiche a loro legate

Questa foto in cui Matteo Salvini si presenta come il fautore della «rivoluzione del buonsenso» esprime, come ogni manifesto pubblicitario, diversi messaggi, che siano voluti o meno dagli ideatori della campagna che la Lega sta facendo per le prossime elezioni amministrative in diversi Comuni. Vale la pena evidenziarne qualcuno.

Intanto viene utilizzata la parola rivoluzione, che nella prima e seconda repubblica era stata pressoché bandita dal discorso pubblico, venendo agitata solo da gruppi minoritari e nella maggior parte dei casi non rappresentati in Parlamento. Di più: qui la parola rivoluzione viene pronunciata da un vicepresidente del Consiglio che oltre a essere una sorta di plenipotenziario, è pure leader di quella che alle prossime elezioni diventerà presumibilmente la prima forza politica in Italia. La rivoluzione è per definizione l’auspicio di chi non esercita il potere; di chi il potere vuole anzi sovvertirlo. Perché i consulenti di Salvini gli fanno agitare quella parola? Perché l’obiettivo di questo slogan è di trasmettere la suggestione di un potere rivoluzionario. A sorreggerne la ratio, c’è evidentemente l’idea che all’interno di una parte consistente di italiani, quelli almeno a cui pensa di rivolgersi il capo della Lega, circoli una voglia di cambiamento radicale, e che questa vada in qualche modo assecondata.

Si punta a trasmettere l’idea
di un potere non compiuto,
con cose ancora da fare, in fase costituente

Ancora, si punta a trasmettere l’immagine di un potere che non è diventato tale, tanto da essere ancora teso alla rivoluzione, non compiuto, con cose da fare, in fase costituente. Ma subito si volta pagina. Perché la rivoluzione è quella del buonsenso. Al richiamo di una rottura irreversibile – la rivoluzione, appunto – si affianca un elemento di rassicurazione – il buonsenso – in modo così da porsi nella condizione di catturare in maniera ecumenica tanto le istanze del cambiamento quanto quelle della conservazione. Tanto quelle di movimento, quanto quelle di stabilità. Così, la rivoluzione evocata viene subito congelata in un’operazione estetica, del tutto neutralizzata dal buonsenso che la segue e le fa in qualche modo da cane da guardia. È la traduzione in messaggio pubblicitario di tante imprecazioni che si sentono esclamare nella vita quotidiana sui bus, nei bar, al supermercato, nei posti di lavoro da parte di tantissime persone che però non mollerebbero di un centimetro la loro vita quotidiana, perché la rivoluzione costa fatica e sacrificio, e loro non hanno la forza di affrontarli: sono solo esasperati, vorrebbero solo stare un po’ più comodi. Di più, la parola rivoluzione si trasforma di fatto in conservazione, perché l’appendice del buonsenso che la segue viene utilizzata per regolarla. Rivoluzione diventa così sinonimo di ritorno alla normalità. Eppure l’alone rivoluzionario – di anelito al cambiamento – non scompare del tutto, continua a giocare il suo ruolo rimanendo sullo sfondo; seppur neutralizzato fa sentire in qualche modo la sua fragranza. C’è ma non c’è. È la promessa di una partenza che assomiglia a un ritorno. Di un ordine nuovo perché antico. Un antico inefficace, del tutto inadatto ai tempi; un antico pure dannoso. Ma questo a Salvini non interessa, perché tutto questo gli garantisce consenso. E il consenso è quello che conta.

Il buonsenso appare più
come sinonimo di superficialità,
un invito al semplicismo

E qui veniamo all’altro termine usato nello slogan. Perché la trasfigurazione non riguarda solo la parola rivoluzione, ma anche buonsenso che, secondo il dizionario online della Treccani, è la «capacità naturale, istintiva, di giudicare rettamente, soprattutto in vista delle necessità pratiche». Ma il buonsenso del politico Salvini appare più un sinonimo di superficialità, del guardare ed esortare a guardare alle cose con semplicismo, e di usare questo semplicismo come leva per l’acquisizione del consenso. Se si prende quello che è il core business della politica salviniana, l’immigrazione, si assiste con regolarità all’esatto ribaltamento del buonsenso, della rettitudine. Si agita lo spettro dell’invasione quando di migranti di tutte le etnie e di tutte le religioni, non solo quella islamica, in Italia ce ne sono uno ogni dieci persone nate qui. Uno su dieci non è invasione, suggerirebbe il buonsenso. Si punta all’esclusione dal godimento di diritti, benefici e assistenza tutta una fascia di popolazione tutto sommato modesta numericamente, perché straniera, una parte della quale viene spinta nella clandestinità in maniera artata, congegnando leggi ad hoc. Il buonsenso suggerirebbe un’accoglienza decente, poiché il maggior pericolo può arrivare semmai proprio da una fascia di popolazione che si senta abbandonata, esclusa, ghettizzata, con niente da perdere e quindi disposta a tutto. Chi viene aiutato si sente parte di una comunità, lasciarlo fuori è come innescare una mina vagante contro la comunità che si dice di voler proteggere, direbbe il buonsenso. Lasciare persone in mare per giorni o rispedirle nei centri di detenzione libici di cui si conosce la disumanità non è buonsenso, è crudeltà. Negare lo ius soli a persone nate in Italia da genitori che lavorano, vivono e pagano le tasse in Italia, equivale a fomentare un rancore che potrebbe minare la civile convivenza della comunità che si vuole governare anche negli anni a venire; difficile definirlo buonsenso. Lo stesso fare dell’immigrazione il problema dell’Italia è una negazione del buonsenso. Poiché in fondo in fondo lo sappiamo tutti che il problema dell’Italia è il precariato esistenziale che si è abbattuto su pressoché tutte le persone comuni, e che il dagli all’immigrato è solo l’offerta di una valvola di sfogo a buon mercato. Che però non risolve le «necessità pratiche» di cui il buonsenso, se fosse davvero tale, si farebbe carico. È la politica segregazionista di Salvini ad essere contraria al buonsenso; è questa volontà di separare, eliminare, amputare qualsiasi escrescenza che si ponga anche timidamente come diversa dalla maggioranza a essere foriera di tempesta. Perché una comunità sta bene quando tutti se ne sentono parte, non solo quelli che si auto-eleggono maggioranza e vedono se stessi come esempio da seguire, dimenticandosi di rappresentare invece uno solo dei tanti modi possibili di essere. Quando si ghettizza, ci si mette sempre una minaccia alle porte. È il contrario del buonsenso, parola che Salvini accarezza e invita ad accarezzare solo in superficie. Il suo buonsenso è quello di una parte che si sente maggioranza ma è impaurita e deprivata, e per questo sempre più bisognosa di attaccarsi a ricette che la depauperano ancora di più, in un circolo vizioso che porta a costruire muri sempre più alti per difendersi da tutte le minacce che essa stessa si autogenera. Non è buonsenso, è buonsensismo. Non è soluzione dei problemi, è semplicismo.

Se questo oggi è diventato il buonsenso, allora, bisogna rivalutare la complessità. Bisogna guardare e invitare a guardare le cose nel loro intero, non pezzo a pezzo; convincersi e convincere che muovere una variabile genera conseguenze sull’intero. È difficile, perché il buonsensismo semplicista carezza solo la superficie, ed è più facile, quindi più appetibile. Il buonsensismo semplicista produce mine vaganti e poi invita a chiudersi in casa per ripararsi dalle stesse mine vaganti. Buonsenso è evitare di produrre mine ed essere liberi di camminare all’aria aperta. È facile da capire, anche se il buonsensismo tende a far diventare difficili pure le cose più semplici. Come in un gioco di specchi, in cui pure la rivoluzione, che è movimento per definizione, viene neutralizzata dal cane da guardia che la segue passo passo e resa immobile.

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