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Com’era il disagio economico prima del coronavirus

La crisi da pandemia si sta abbattendo soprattutto su coloro che già prima dell'emergenza stavano economicamente male o malissimo. Ecco perché servono misure di sostegno al reddito strutturali e permanenti: se un corpo già debilitato per una malattia viene investito da un'altra, probabilmente più grave, senza essere curato, rischia di non sopravvivere.

Perché servono misure di sostegno al reddito? Banalmente, perché il reddito mancava a tanti individui e famiglie già prima del coronavirus. Figuriamoci adesso, e tra un po’. Per rendersene conto basta dare uno sguardo agli ultimi dati ufficiali sul disagio economico e la povertà. Sono di due anni fa e li abbiamo tratti dalla banca dati Istat, disponibile qui. Sicuramente sono già vecchi, ma molto utili per farsi un’idea dell’oggi e del domani.

Il disagio economico

Nel 2018, il 36% delle famiglie italiane non riesce a fare fronte a una spesa imprevista di 800 euro. Questa quota aumenta se il principale percettore di reddito (PPR) è femmina (41%), ha meno di 35 anni (45%) e, ovviamente, è in cerca di occupazione (62%). Sono più svantaggiate le famiglie con 3 o più figli minori (42%), quelle monogenitore (47% se con almeno un figlio minore, 42% se con figli adulti) e le persone sole (45% se anziani e 40% se non anziani). Le differenze si fanno quasi abissali se prendiamo in esame il titolo di studio del PPR: dal 17% tra chi ha la laurea al 53% di chi ha la licenza elementare e il 46% di chi ha fatto solo le scuole medie. Al Sud, le famiglie che non possono sostenere spese impreviste sono la metà del totale (48%); di meno al Centro (26%) e al Nord (31%).

Veniamo alle famiglie che arrivano a fine mese con difficoltà, che sono il 21%; il 9% con grande difficoltà. In totale, quindi, di nuovo quasi una famiglia su tre, con quote più alte tra le persone sole (33%) e tra le famiglie numerose: il 18% di quelle con 5 o più componenti arriva a fine mese con grande difficoltà e il 21% con difficoltà, per un totale del 40%. Non stupisce che il 35% delle famiglie italiane giudichino scarse o assolutamente insufficienti le risorse economiche a disposizione.

Quelle che non riescono a risparmiare sono ben il 62% del totale, alla faccia (sembra) della tanto decantata capacità degli italiani di mettere da parte i soldi. Con differenze tutto sommato non troppo significative se si guarda alla condizione professionale del PPR: il 58% se indipendente, il 60% se dipendente, il 61% se pensionato, per salire poi al 74% se in cerca di occupazione. Ciò significa che se si lavora non è detto che si riesca a risparmiare e che lavorare come dipendenti o autonomi è quasi ininfluente. Anche nei territori ci sono differenze, ma meno marcate rispetto ad altri indicatori: il 59% al Nord, il 65% al Centro, il 65% al Sud. Insomma, sulla capacità di risparmio degli italiani le disuguaglianze sembrano meno evidenti rispetto ad altri indicatori.

Le famiglie che giudicano troppo onerose le spese per il mutuo sono il 51%, per l’affitto il 57% e per la casa il 40%. Quelle che non possono permettersi una settimana di ferie in un anno sono il 45% (significherebbe che metà degli italiani non va in vacanza, o ci va indebitandosi o raschiando fondi da qualche parte). Poi c’è il disagio estremo: non può riscaldare adeguatamente la casa il 14% delle famiglie e mangiare carne o pesce ogni due giorni l’11%.

Disagio economico e lavoro sono strettamente intrecciati. L’11% delle famiglie italiane, infatti, è “a bassa intensità di lavoro”. Questa condizione riguarda le persone che vivono in famiglie per le quali il rapporto fra il numero totale di mesi lavorati dai componenti e il numero totale di mesi teoricamente disponibili per attività lavorative è inferiore a 0,20. In pratica, se si lavora un quinto del tempo possibile. Ciò significa che esistono moltissime altre famiglie per cui questo rapporto è magari superiore a 0,20, ma non di molto. I più penalizzati sono i nuclei monogenitore con figli (17% se minore, 23% se adulto) e quelli in cui il PPR ha un’età compresa tra 55-64 anni (19%). Questa fascia d’età (e soprattutto i maschi) è tra quelle che ha subìto di più gli effetti della crisi economica del 2008. Nel Mezzogiorno, le famiglie a bassa intensità di lavoro sono quasi il 20%, contro il 6-7% del Nord.

La povertà assoluta

Passiamo alla povertà assoluta. L’Istat la calcola sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi essenziale per uno standard di vita accettabile. I soggetti che hanno risorse sotto questa soglia non possono permettersi (in maniera più o meno intensa) un’alimentazione adeguata e un’abitazione decente, o soddisfare le esigenze minime nel vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute.

Le famiglie in condizione di povertà assoluta, sempre nel 2018, sono circa 1 milione e 800mila, pari al 7% del totale. Considerando i singoli individui, la percentuale sale all’8,4%, che corrisponde a 5 milioni e 40mila persone. Se si potesse fare una ricerca istantanea sul fenomeno ad oggi, quanti sarebbero i poveri?

Comunque, prima della crisi del 2008 erano il 3%: in questo decennio c’è stato perciò più che un raddoppio. La discrepanza tra famiglie e individui è dovuta al fatto che i nuclei più numerosi hanno maggior probabilità di cadere nello stato di povertà e sono quelli tra cui è più cresciuta la deprivazione. C’è uno squilibrio nelle varie zone d’Italia: al Sud la povertà assoluta tocca l’11,4% degli individui, al Centro il 6,6% e al Nord il 6,9%. Ne consegue che quasi la metà dei poveri italiani sono meridionali.

Cambia molto l’incidenza a seconda della fascia d’età: ben il 13% dei minorenni e il 10% dei giovani in età compresa tra 18 e 34 anni è in stato di deprivazione materiale (contro l’8% di chi ha tra 35 e 64 anni e il 5% degli anziani). In totale fa quasi 2 milioni e mezzo di individui: la metà dei poveri italiani ha quindi meno di 34 anni. Del resto, le famiglie con 3 o più figli minori sono notevolmente le più colpite, con un’incidenza pari al 20%. In totale, tra le famiglie con almeno un figlio minore l’11% è povera.

Solo il 4% di chi è diplomato o laureato è povero, contro il 10% di chi ha un titolo di studio pari alla licenza di scuola media o inferiore. Il 28% di chi è in cerca di occupazione è povero, contro il 6% di chi è occupato. La differenza è molta, e non stupisce; ma anche il 6% non è poco: significa che moltissimi, pur lavorando, sono poveri (soprattutto tra gli operai e assimilati, dove raggiungono il 12%). Il lavoro, quindi, come abbiamo detto, non è di per sé sufficiente per uscire dalla povertà. La quota di pensionati deprivati è invece pari solo al 4%.

Un risultato eclatante, poco sottolineato, è che il 30% degli individui stranieri è povero, contro il 6,4% di quelli italiani. Ci sono differenze nei territori: il 30% al Nord, il 27% al Centro e ben il 37% al Sud. Quasi uno straniero su tre è povero. Si tratta di circa un milione e mezzo di persone, su 5 milioni di residenti poveri in totale.

Bisogna anche considerare che in Italia circa il 70% di chi è deprivato materialmente si trova in condizione di povertà persistente, cioè era povero nell’anno corrente e in almeno due dei tre anni precedenti. Questo, secondo Linda Laura Sabbadini, dirigente dell’Istat, a causa degli elevati livelli di disoccupazione e di inattività (soprattutto femminile), che comportano una forte presenza di famiglie monoreddito, e della scarsa efficacia redistributiva delle nostre prestazioni sociali in moneta. Una quota elevata di popolazione finisce perciò in una condizione di povertà non transitoria, “una sorta di buco nero sociale dove le povertà diventano a bassissima reversibilità”. Vuol dire che mentre “la mobilità dal relativo benessere alla povertà è un dispositivo sempre in moto, o meglio in agguato, quello della risalita, del recupero di una condizione dignitosa, vivibile e di pari opportunità appare per alcuni una danza immobile. Si cade in povertà ma anche si permane in povertà, a lungo e spesso come dimensione familiare”. Tutto ciò, ripetiamo, prima del coronavirus.

Presente e futuro

Già prima del coronavirus non eravamo davvero usciti dalla Grande Recessione, tutt’altro: ne stavamo scontando gli effetti. Lo si vede anche dalla stima dell’Istat, secondo cui nel 2017 le famiglie residenti in Italia hanno percepito, in media, un reddito netto pari 31.393 euro (2.616 euro al mese). Questo valore è in leggera crescita rispetto al 2016, ma rimane notevole la contrazione complessiva rispetto al 2007, anno precedente lo scoppio della crisi economica. La perdita è pari all’8,8%, di nuovo con differenze sostanziali tra il Mezzogiorno (-12%) e il Nord (-6/7%). Le famiglie più numerose perdono di più (-8%, -11% e -14% rispettivamente per le famiglie con tre, quattro e cinque o più componenti), quelle con due componenti di meno (-1,8%) e quelle di un solo componente registrano una sostanziale stabilità (+1%).

 

Andamento del reddito familiare in Italia (2003=100) [Fonte: nostra elaborazione su dati Istat]

 

I 5 milioni e passa di individui del 2018 in deprivazione materiale sono già una specie di record. Di seguito, il grafico relativo all’andamento della povertà assoluta in Italia dal 2005. Facile constatare, come abbiamo detto, che dopo la crisi economica del 2008 il tasso di povertà sia aumentato fino a quasi raddoppiare.

 

Andamento del tasso di povertà assoluta in Italia (percentuali di individui poveri su 100 individui)[Fonte: nostra elaborazione su dati Istat]

 

Come possiamo pensare che la curva della povertà si abbassi e quella dei redditi si alzi, dopo la pandemia? Due previsioni sono sufficienti a farci ritenere al contrario. Il Fondo monetario internazionale stima una contrazione dell’attività economica mondiale del 3%; con riferimento all’UE, del 7%, all’Italia del 9% (Germania e Francia 7%, Spagna dell’8%). Il tasso di crescita del 2021 stimato al 5% permetterebbe di recuperare solo in parte il reddito perduto. Sono scure anche le previsioni dell’OCSE: il PIL si abbasserebbe del 25% a causa delle misure per la gestione dell’emergenza (sospensione delle attività produttive e distanziamento sociale), per un impatto sui consumi di circa il 30-35% in meno. Il tutto, ovviamente, nel quadro di una grande incertezza sul futuro, viste le incognite.

Ai 5 milioni (il 7% degli italiani) dei poveri vanno sommati tutti coloro che sono appena al di sopra della soglia di povertà: contando, molto sommariamente, chi arriva a fine mese con difficoltà, arriviamo al 30%; se aggiungiamo chi non riesce a fare fronte a spese impreviste di 800 euro si supera il 35%. E se, di nuovo molto sommariamente, consideriamo chi non riesce a risparmiare, spendendo tutto ciò che guadagna, la percentuale balza al 60%: vuol dire 6 italiani su 10 almeno precari economicamente. La crisi da pandemia si sta abbattendo certamente anche sul restante 40%, che stava benino o bene; di sicuro colpisce in pieno (certo, a vari livelli) quel 60% che stava così così, male o malissimo.

Ecco perché servono misure di sostegno al reddito. Strutturali e permanenti: se un corpo già debilitato per una malattia (la crisi del 2008) viene investito da un’altra, probabilmente più grave, senza essere curato, rischia di non sopravvivere.

Foto di Elliott Brown da Flickr.

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