Idee

Come vediamo il futuro. Italiani bloccati nel presente?

Il rapporto con il tempo che passa è disuguale. Sono assai evidenti le differenze sociali e i settori della popolazione che stanno messi peggio: non siamo tutti uguali, non è una novità, e non lo siamo neanche nelle speranze, nel vedere il mondo che ci circonda e nel grado di serenità con cui affrontiamo "il giorno dopo".

Che rapporto hanno gli italiani con il futuro? Quanto sono disorientati nel mondo che li circonda? E quanto sono nostalgici del passato che fu? Partiamo dalle conclusioni, mettendo insieme, in modo non ortodosso, numeri che provengono da fonti autorevoli ma diverse:
– un terzo degli italiani non ha fiducia nel futuro e non comprende bene quello che succede nel mondo;
– un quarto vede la propria situazione economica futura in peggioramento;
– con riferimento alla crisi, più di uno su tre pensa che il peggio debba ancora venire e circa l’80% percepisce la crisi stessa come “grave” e ne vede lontana la soluzione;
– tre italiani su quattro ritengono che il paese sia in declino, quasi il 70% che “le cose andassero meglio prima” e ben il 40% non è d’accordo con la legge Fiano, quella che colpisce chi propaganda fascismo e nazismo;
– del resto, è forte sia la convinzione (85%) che sia difficile salire sulla scala sociale (e migliorare la propria condizione), sia quella (67%) che sia facile scenderne i gradini (e peggiorare).
– in tutto ciò, “solo” un quarto degli italiani voterebbe per tornare alla Lira o per uscire dall’Euro.
– infine: il numero medio di figli per donna è in grave diminuzione, tanto che l’Istat parla di calo della natalità come fenomeno strutturale.

Che quadro ne esce? La cosa più semplice che si può dire è questa: un’ulteriore dimostrazione di quanto le disuguaglianze sociali contino nella vita di ciascuno. Ci sbattono in faccia quanto siamo diversi l’uno dall’altro e come sia possibile che all’interno di uno stesso paese vi siano condizioni così differenti. Perché, ovviamente, c’è l’altro lato della medaglia: chi è ottimista, chi pensa la crisi sia già un ricordo, chi non ha nessuna nostalgia per il passato, chi vede (pochi, a dire il vero) che in Italia la mobilità sociale verso l’alto è fattibile, etc.

Andiamo con ordine negli argomenti. Alla fine, proveremo a definire in quali categorie sociali si annidino i più pessimisti (verso il futuro), i più disorientati (verso il presente) e i più nostalgici (verso il passato). Tre modi di stare al mondo in relazione al tempo (alla vita) che passa.

La fiducia nel futuro

Dalla sterminata messe di dati relativi all’Italia contenuta nell’ultimo rapporto standard Eurobarometro, abbiamo selezionato il grado di accordo con le seguenti affermazioni: “Ha fiducia nel futuro” e “Comprende bene quello che succede nel mondo attualmente”. Domande forse generiche, ma utili per farsi un’idea. Anche la seconda lo è, indirettamente: uno dei motivi del pessimismo verso il domani è il non orientarsi nel mondo che abbiamo intorno, non capire dove siamo, sentirsi smarriti in un presente che non governiamo. Ecco perché il grado di comprensione di quello che succede nel mondo può essere una spia della fiducia nel futuro.

Quanto è d’accordo con la seguente affermazione: “Ha fiducia nel futuro”.
Fonte: nostra elaborazione su dati Eurobaromentro
Quanto è d’accordo con la seguente affermazione: “Comprende bene quello che succede nel mondo attualmente”.

Fonte: nostra elaborazione su dati Eurobaromentro

Stando alle risposte degli intervistati, il quadro non sembrerebbe così fosco. Il totale di chi ha fiducia nel futuro è del 63%, contro il 33% di chi è pessimista. Quest’ultimo valore è leggermente in diminuzione rispetto alla rilevazione del 2018 (meno 3 punti percentuali). C’è da dire che nel nostro paese c’è un po’ meno ottimismo rispetto all’area UE nel complesso, dove i valori sono rispettivamente 69% e 28%. Riguardo alla comprensione del mondo che lo circonda, il 60% degli italiani risponde di essere d’accordo, quindi di non sentirsi disorientato, mentre il 37% non è d’accordo. In questo caso, la percentuale di chi è disorientato è molto maggiore in Italia rispetto alla media UE (pari al 27%; quella di chi è d’accordo è del 70%), oltretutto in crescita di 3 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

Chi sono i più pessimisti e i più disorientati?

A ben vedere, una persona su tre che è pessimista e quasi 4 su 10 che non comprendono ciò che accade nel mondo non è certo poco, anche se si tratta di quote minoritarie. È molto interessante perciò capire chi, quali categorie presentano le percentuali più alte. Ci aiutano ancora le dettagliatissime analisi di Eurobarometro. I più pessimisti e i più disorientati sono innanzitutto i meno giovani, con più di 55 anni di età. Poi chi ha interrotto precocemente il percorso di studi (46% di disorientati tra chi ha smesso a meno di 15 anni). Tra i più pessimisti ci sono gli operai e, sia tra i pessimisti che i disorientati, le persone a casa (tipicamente casalinghe) e soprattutto i disoccupati (ben il 52% non comprende cosa accade nel mondo). Quanto alla condizione familiare, sono molto pessimisti i separati e divorziati (47%) e i vedovi (43%) e molto disorientati i genitori soli con figli (54%). Le risorse economiche contano moltissimo: chi ha problemi nel pagare le bollette (il ceto più povero) è pessimista nel 61% dei casi ed è disorientato nel 60%, cifre davvero molto molto alte. Ancora sui ceti sociali: coloro che pensano di appartenere alla classe operaia e alla classe media inferiore (dove troviamo i precari e il cosiddetto ceto medio impoverito) sono molto più pessimisti (49% e 47%) e molto più disorientati (48% e 56%) della media. Più alte del valore italiano, in entrambi i casi, le percentuali di chi non ha interesse per la politica (40% e 48%) e di chi pensa che “la propria voce” non conti (48% e 44%). Gli insoddisfatti della democrazia in Italia sono più pessimisti (49%) e chi non si sente cittadino europeo è sia più pessimista che più disorientato (52% e 53%). Anche chi non è felice di vivere nell’UE è più disorientato (48%).

Come si vede, l’identikit è pressoché sovrapponibile. Questo non stupisce, perché le due domande sono legate, come abbiamo detto. Ci danno una parzialissima conferma di quanto il disorientamento sia un fattore che porta gli individui ad avere meno fiducia in ciò che avverrà loro. Certo, parliamo di quote minoritarie, sebbene molto consistenti. Ma di cosa si devono occupare studi sociali e politiche pubbliche, in primis, se non di chi sta peggio?

Chi sta peggio è chiaramente chi ha meno risorse economiche. Il Censis conferma che al diminuire dei redditi, aumenta la quota di pessimisti. Chi percepisce fino a 15.000 euro all’anno è pessimista, cioè “vede il futuro con paura, inquietudine, preoccupazione, delusione”, nel 40% dei casi e ottimista, cioè “vede il futuro con fiducia”, nel 30%. Le percentuali cambiano via via all’aumentare del reddito, fino ad arrivare, tra chi guadagna oltre 50.000 euro, al 32% di pessimisti e al 42% di ottimisti. La quota totale di pessimisti, indipendentemente dal reddito, tra l’altro, è pari al 36%, praticamente la stessa di quella rilevata da Eurobarometro.

Orientamenti degli italiani rispetto al futuro, per condizione reddituale annua – Valori percentuali
* Pessimista: “Vedo il futuro con paura, inquietudine, preoccupazione, delusione”.
** Ottimista: “Vedo il futuro con fiducia”.
Fonte: nostra elaborazione su dati Censis

Crisi e futuro

Un altro indicatore utile è come gli italiani vivono e percepiscono la crisi economica, fenomeno studiato, tra gli altri, dall’Ipsos.

Percezione della gravità della crisi internazionale. In questi anni si è parlato molto della crisi finanziaria. Secondo Lei tale crisi è…

Fonte: nostra elaborazione su dati Ipsos.

Come si vede dal grafico, l’ottimismo non cresce: nel corso degli ultimi 4-5 anni diminuisce la quota di chi pensa che la crisi sia molto più grave di quel che si pensa, ma aumenta quella di chi ritiene che sia grave, come appare, con la quota più alta (più della metà degli italiani) proprio nell’ultimo anno. La percentuale di coloro che “sentono” la pesantezza della Grande Recessione è sempre tra l’80 e il 90% degli intervistati.

Percezione dei tempi di uscita dalla crisi. Se pensa alla soluzione della crisi, Lei la vede…
Fonte: nostra elaborazione su dati Ipsos.

Stesso discorso, forse peggio, se agli italiani si chiede la loro opinione sulla possibile durata della crisi. Dal 2008 a oggi, si nota un aumento di chi vede lontana una soluzione (dal 2014, circa 8 italiani su 10), soprattutto di chi la vede molto lontana (il 40% nel 2018). Assai simili le tendenze sulla valutazione del punto della crisi. Prevalgono nettamente (anche se in calo negli ultimi anni) coloro che pensano che il peggio debba ancora arrivare (circa 4 italiani su 10), rispetto a chi ritiene che il peggio sia già passato. L’Ipsos ne deduce che la condizione di crisi sembra diventare permanente: “posto che ci siamo da dieci anni, si comincia a sfiorare la durata di una generazione. È un tema cui bisogna prestare attenzione, poiché contribuisce a dare conto del disagio, e del livore, che accompagna molti dei nostri concittadini”.

In relazione alle risorse materiali, infine, a partire dal 2012 prevale chi vede la situazione economica personale nel prossimo futuro in peggioramento (quasi un terzo degli italiani), rispetto a chi la vede in miglioramento. Conclude l’Ipsos: “il clima del paese sembra essere dominato da una sensazione di incertezza e di precarietà”, con attese di ripresa dalla crisi che paiono frustrate. Un quadro non certo di ottimismo verso il futuro.

Il punto della crisi. A che punto siamo della crisi in questo momento?
Fonte: nostra elaborazione su dati Ipsos.
Attese per la situazione economica personale. La sua situazione economica personale nel prossimo futuro…

Fonte: nostra elaborazione su dati Ipsos.

L’ascensore sociale

Del resto, come può regnare l’ottimismo se la stragrande maggioranza degli italiani pensa che sia difficile muoversi verso l’alto e facile muoversi verso il basso da una classe sociale all’altra? I dati, di fonte Censis, ci dicono che per l’85% degli intervistati è difficile salire sulla scala sociale (con percentuali più alte tra chi appartiene al ceto popolare e più basse tra chi appartiene al ceto abbiente) e che per il 67% è facile scendere per quella scala (con percentuali più alte tra chi appartiene al ceto popolare e più basse tra chi appartiene al ceto medio e al ceto abbiente). La metafora dell’ascensore bloccato è dunque pertinente e fatta propria da una larghissima fetta di italiani. Addirittura, sempre secondo il Censis, “si tratta di una componente costitutiva della psicologia dei millennial, permeata dalla convinzione che le opportunità di crescere socialmente sono davvero poche”: l’87% dei più giovani ritiene infatti che sia molto difficile muoversi verso l’alto e il 69% che sia molto facile scendere in basso.

Opinioni sulla mobilità sociale in Italia, per ceto di appartenenza. È difficile o facile muoversi da una classe sociale all’altra?

Fonte: nostra elaborazione su dati Censis

Guardare indietro: la retrotopia

Da quanto abbiamo visto, pensare al futuro non è certo un’operazione che rasserena gli animi. Se non di tutti, certamente di parecchi individui. Per Zygmunt Bauman il futuro sta finendo alla gogna, perché inaffidabile e ingestibile. Ecco perché affiorano le retrotopie, cioè le “visioni situate nel passato perduto/rubato/abbandonato ma non ancora morto” e non legate “al futuro non ancora nato, quindi inesistente”. Futuro che viene “contabilizzato come voce passiva, mentre il passato viene spostato tra i crediti e rivalutato, a torto o a ragione, come spazio in cui la scelta è libera e le speranze non sono ancora screditate”. Un meccanismo di difesa che si basa sulla nostalgia e che è dovuto ai ritmi di vita accelerati, al non capire cosa ci succede intorno e anche agli sconvolgimenti storici. La conseguenza (pericolosa) è l’abbandono del pensiero critico a favore dei legami emotivi. Insomma, un’epidemia globale di nostalgia avrebbe sostituito l’epidemia della smania per il progresso.

Forse Bauman è apocalittico, ma è indubbio un fatto, come affermano anche tutti gli studi sociologici: prima, le aspettative di felicità dell’uomo erano legate ad un determinato “luogo” (topos), ad un momento specifico, ad una vita prevedibile anche se a tratti noiosa o piena di sfruttamento e ingiustizie, condotta all’interno di classi o gruppi che condividevano più o meno lo stesso destino. Ora, le aspettative di felicità sono “sganciate e slegate da qualsiasi topos, individualizzate, privatizzate e personalizzate“; “subappaltate” ai singoli, “che le portano con sé come le chiocciole la propria casetta”.

La privatizzazione e l’individualizzazione dell’idea di progresso e degli sforzi per migliorare l’esistenza hanno avuto luogo in cambio della rinuncia alla protezione sociale e dello Stato. Questa liberazione per tanti si è rivelata una fortuna e una disgrazia allo stesso tempo, perché i rischi di stare da soli al mondo sono subentrati ai disagi dei vincoli. “Se la paura di non dare un contributo (con le sanzioni che ciò comportava) poteva essere tenuta a bada dal conformismo e dall’obbedienza che fino a ieri imperavano al posto dove oggi vige l’autonomia, a quella paura è subentrato il terrore, non meno straziante, di risultare inadeguati“. Si sono quindi moltiplicate le persone che sono o si sentono condannate alla sconfitta, il che ha portato ad un’inversione di rotta: le speranze di miglioramento vengono riposte non più in un futuro incerto e inaffidabile, ma in un “vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presunta stabilità e affidabilità”.

Ecco perché la retrotopia, una specie di negativo dell’utopia, che presuppone lo slancio verso il domani. Il futuro si sta trasformando, continua Bauman, da luogo naturale di speranze e aspettative a sede di incubi: perdere il lavoro e lo status sociale, perdere la casa e le “cose” di una vita, non poter far nulla nel vedere i propri figli che “scivolano”, trovarsi con abilità e competenze che non hanno valore di mercato. È importate sottolineare che nella retrotopia contano “gli aspetti veri o presunti del passato che, pur avendo dato buoni risultati, sarebbero stati inopportunamente abbandonati o irresponsabilmente mandati in rovina”. Non si torna al passato “in quanto tale”, ma ad uno idealizzato. Bauman ne individua quattro, di retrotopie: il ritorno al disordine tra gli stati e al loro interno (ritorno a Hobbes, scrive); il ritorno alla tribù, cioè a forme di aggregazione molto ristrette e poco inclusive; addirittura il ritorno al grembo materno, la forma di solitudine più radicale; il ritorno alla disuguaglianza, con la continuazione della tendenza alla crescita delle differenze sociali.

Tutto questo è il frutto del tramonto della prospettiva di un società in grado di collegare il perfezionamento individuale a quello sociale: aspettarsi la salvezza dalla società non ha più senso (se ci si pensa, è una cosa terribile), per cui occorre attrezzarsi e cercare soluzioni individuali a problemi che in realtà sono di tutti. Le soluzioni sono poi da mettere in pratica: e chi ha detto che ci si riesca? E se non ci si riesce, chi interviene?

“Si stava meglio prima”

Una domanda di Eurobarometro ci può forse aiutare a quantificare, seppure a grandissime linee, il fenomeno della retrotopia: il grado di accordo con l’affermazione “Globalmente, per quello che riguarda la sua qualità della vita, le cose andavano meglio prima”. Molto generica e non del tutto appropriata a capire la retrotopia, ma vicina a comprendere, in parte, la nostalgia, sua strettissima parente.

Quanto è d’accordo con la seguente affermazione: “Globalmente, per quello che riguarda la sua qualità della vita, le cose andavano meglio prima”.

Fonte: nostra elaborazione su dati Eurobaromentro

In Italia, la quota di chi pensa che le cose andassero meglio prima è molto, molto alta, pari al 69% del campione (il 25% non lo pensa e il 6% non si esprime). Siamo ben al di sopra della media europea (50%), ed anzi il nostro paese è il terzo in graduatoria dopo Grecia e Cipro, seguito da Croazia e Ungheria. Da noi un qualcosa che assomiglia alla nostalgia (e quindi alla retrotopia) è molto più presente rispetto agli altri paesi europei.

Chi sono i più nostalgici? Gli anziani, innanzitutto e senza sorpresa. Ma anche chi ha più di 55 anni. E perfino tre persone su quattro con età compresa tra 35 e 44 anni pensano che le cose andassero meglio prima. Poi, chi si colloca politicamente a destra e chi non è soddisfatto della democrazia in Italia. Valori più alti si registrano tra chi non ha un buon rapporto con l’Unione Europea (ha un’immagine negativa dell’UE e non è soddisfatto della democrazia in Europa).

Italexit?

Probabilmente la quintessenza della retrotopia, in Italia, è il ritorno alla Lira e l’uscita dall’UE, nonostante l’enorme salto nel buio che costituirebbero. Secondo l’Ipsos, in un referendum per l’uscita dall’euro il 27% voterebbe per tornare alla Lira e il 61% per restare nell’euro (il 12% non si esprime). E in un referendum per l’uscita dall’Europa, voterebbe per l’Italexit il 25% del totale, contro il 54% che rimarrebbe al suo interno (ben il 21% non sa o non risponde). Questo quarto di italiani è tanto o è poco? Sicuramente è minoranza, e l’Ipsos scrive che “negli italiani la critica all’Europa non si trasforma in una fuga, anzi”; ma una minoranza molto nutrita. E poi il quesito è di quelli estremi e propone un’ipotesi le cui conseguenze sarebbero totalmente imprevedibili.

Del resto, sempre secondo l’Ipsos, la percentuale di italiani che è molto o abbastanza d’accordo con l’affermazione “Il mio paese è in declino” è ben del 73%, superiore a quella rilevata in Spagna (69%), Francia (67%), Stati Uniti (60%), Regno Unito (57%), Svezia (53%) e Germania (47%). Il problema è comune, comunque, perché le percentuali relative a questi paesi (soprattutto i primi quattro) sono assai elevate.

En passant: fascismo e legge Fiano

Un classico italiano di retrotopia o nostalgia: quello relativo al fascismo. Nel momento in cui in Parlamento si discuteva la proposta di legge Fiano (che puniva la propaganda del fascismo e del nazismo), ancora l’Ipsos ha chiesto agli italiani quanto fossero d’accordo sul suo contenuto. Il 20% era molto d’accordo e il 32% abbastanza d’accordo. In totale fa il 52%, una maggioranza un po’ striminzita. Poco d’accordo era un altro 20% e per nulla d’accordo ancora un altro 20%, per cui il disaccordo ammontava al 40%: minoranza, ma molto consistente. Il 9% non si è espresso.

Accordo con la proposta di legge Fiano per espressione del voto.
Fonte: nostra elaborazione su dati Ipsos

Ovviamente, i risultati cambiano moltissimo a seconda dell’orientamento politico: mentre tra chi aveva votato il Pd la quota di accordo arrivava all’85%, in chi si era espresso per la Lega si riduceva al 27% (quindi il 73% era contrario alla legge) e in chi aveva votato M5S le percentuali erano sostanzialmente quasi pari: il 53% d’accordo e il 45% in disaccordo (anche tra gli indecisi e gli astenuti la quota era abbastanza in proporzione).

Meno figli

A completare il quadro, non si può non prendere in considerazione il calo della fertilità: fare un figlio è forse il più elevato atto di fiducia che si fa nel futuro, e non diciamo altro per non debordare nella retorica. Il numero medio di figli per donna, in Italia, è in grave diminuzione, come segnalato dall’Istat. Il grafico qui sotto è eloquente e si riferisce al tasso di fecondità totale (figli per donna sia italiane che straniere).

Numero medio di figli per donna (Tasso di fertilità totale) in Italia.
Fonte: nostra elaborazione su dati Istat.

La crisi ha avuto il suo effetto e la parabola all’in giù che ne risulta non è bella da vedere: dopo la ripresa dei primi anni duemila, dal 2010 si è assistito ad un calo molto evidente. Il tasso di fertilità è diminuito sia tra le italiane, sia tra le straniere (per queste ultime passa da quasi tre figli per donna nel 2006 a due nel 2017). L’Istat ci spiega che dal 2014 al 2017 le nascite sono diminuite di circa 45.000 unità e sono quasi 120.000 in meno rispetto al 2008. Torna anche l’aggettivo “strutturale”, che l’istituto usa per definire il calo della natalità innescata dalla crisi del 2008.

C’è da dire che “la diminuzione della popolazione femminile tra 15 e 49 anni (circa 900.000 donne in meno) osservata tra il 2008 e il 2017 spiega quasi i tre quarti della differenza di nascite che si è verificata nello stesso periodo. La restante quota dipende invece dai livelli di fecondità, sempre più bassi”. Il calo della natalità è molto forte per i genitori entrambi italiani (i cui figli scendono di oltre 120.000 unità rispetto al 2008. E poi: “la riduzione del numero medio di primi figli per donna tra il 2010 e il 2017 è responsabile per il 68% del calo complessivo della fecondità delle donne italiane e per l’81% di quello delle donne straniere”. Ovviamente, è spiccato l’aumento della quota di donne senza figli: “nella generazione del 1950 è stata dell’11,1%, nella generazione del 1960 del 13% e in quella del 1977 si stima che raggiungerà (a fine del ciclo di vita riproduttiva) il 22,0%”.

Disuguali

Questo è il quadro che esce dai freddi numeri. Che ci permettono anche, come abbiamo visto, di mettere a fuoco una specie di identikit dei pessimisti, dei disorientati e dei nostalgici. Mischiando ancora le diverse fonti, e riassumendo, le disuguaglianze sono evidenti se le incrociamo con le classiche variabili sociali:
– l’età: chi ha più di 55 anni ha maggiori probabilità di rientrare in tutte e tre le categorie, ancor più se ha superato i 75 anni. Fenomeno comprensibile. Colpisce però che i tardo-giovani, di 35-44 anni, siano molto rappresentati tra i nostalgici;
– i ceti sociali: evidenti difficoltà verso il futuro e verso il presente le hanno i non occupati: le casalinghe e i disoccupati in senso stretto. Questi ultimi segnalano, di gran lunga, maggiore disorientamento nel presente. Più pessimista è anche chi ha interrotto precocemente gli studi. Poi c’è il problema dei ceti operai e di quelli medi inferiori, le classi più basse, il cui pessimismo e il cui disorientamento è molto maggiore rispetto agli altri gruppi, soprattutto se si prende in considerazione il reddito percepito;
– La situazione familiare, altro fattore predittivo di difficoltà: aver rotto un legame o aver perso il proprio partner influisce molto, in negativo, sulla visione del futuro. Sono più in difficoltà nel leggere il mondo (quindi disorientati) i genitori soli con figli.
– il rapporto con “la politica”: chi non è soddisfatto del funzionamento della democrazia ha più probabilità di essere pessimista e nostalgico; chi non vede tenuta in conto la “propria voce” o non è interessato alla politica è più spesso sia pessimista che disorientato.
– infine, il fattore Europa, che conta (come causa o conseguenza?): non sentirsi europei fa propendere per il pessimismo e per il disorientamento; non comprende bene il mondo di più chi non è felice di vivere nell’UE; è nostalgico verso il passato con maggiore frequenza chi ha un’immagine negativa dell’Europa o è insoddisfatto del funzionamento della democrazia che ha il suo centro a Bruxelles.

Nel rapporto con il tempo che passa le differenze sono moltissime, all’interno di uno stesso paese come l’Italia, e sono assai evidenti le fasce sociali che stanno messe peggio: non siamo tutti uguali, non è una novità, e non lo siamo, a maggior ragione, nelle speranze, nel vedere il mondo che ci circonda e nel grado di serenità con cui affrontiamo il giorno dopo.

L’immaginazione dell’esploratore

“Quando l’esploratore inizia il suo cammino ha dietro di sé un’intensa preparazione tecnica: degli uomini, dei mezzi di trasporto, delle attrezzature, delle alleanze necessarie a finanziarie l’impresa. E, soprattutto, ha dentro di sé l’immaginazione del suo viaggio, di quel nuovo mondo che è quasi una promessa di futuro. Immaginare e preparare sono per il viaggiatore le azioni costitutive”. Il Censis è sempre munifico nel colorare le proprie analisi, e, nel suo rapporto del 2017, ci fornisce questa metafora per affermare che, così come l’esploratore, i gruppi sociali e i singoli individui, nella stessa misura, hanno bisogno di immaginare il futuro, “di riconoscersi in cammino verso un miglioramento delle proprie condizioni economiche e sociali”.

Non avere la mappa, procedere un po’ a casaccio, avere l’impressione di inoltrarsi in stanze senza luce, tutte da scoprire, non è facile. E chi può essere sereno nell’accenderla, quella luce della stanza? Chi può sapere più o meno cosa lo aspetta, quindi chi è, fuor di metafora, meno incerto sul domani. Ma immaginare il proprio futuro, dice ancora il Censis, è essenziale nei processi di evoluzione sociale, perché permette di tradurre in passi concreti aspirazioni e tensioni a un miglioramento. In quest’ultimo decennio, invece, “quella passione per il futuro che esorta, sospinge, sprona ad affrettarsi, senza volgersi indietro” si è trasformata in un “futuro incollato al presente”.

Foto di Free-Photos da Pixabay.

Altri articoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

N.B. I commenti devono essere approvati da un amministratore prima di venire pubblicati. Se non vedete subito il vostro commento è perfettamente normale, non serve che lo scriviate nuovamente. Grazie!