Percorsi

Ciò che è naturale non lo è. La lezione di Graeber

Alla morte prematura dell’antropologo statunitense David Graeber si stanno ristampando le sue opere. “Frammenti di antropologia anarchica” è una di queste. Un distillato di teoria e pratica innovative in una lingua accessibile a chiunque

Prologo

Perché scrivere di un libro pubblicato nel 2004 e tradotto in lingua italiana già 14 anni fa? Intanto perché conserva ancora oggi intatta la sua attualità, e non è poco in tempi di mordi e fuggi. Succede alle opere che si soffermano su questioni di sistema, che da un lato reggono l’usura del tempo, e dall’altro ci costringono a misurarci con qualcosa che vada oltre la siepe che scambiamo per l’orizzonte e che invece lo copre. Poi, semplicemente, perché magari in parecchi non l’avevano letto – io sono tra quelli -, essendo stato pubblicato da una piccola casa editrice e provenendo da un autore che non è tra quelli più celebrati dai media. Infine, perché con un linguaggio chiaro e diretto affronta temi di grande portata rendendoli fruibili a tutti, e per questo un merito va dato anche al traduttore italiano, Alberto Prunetti, che qui a Ribalta conosciamo bene. Ma soprattutto perché mette a nudo la debolezza delle strutture che ci governano, la cui forza e il cui apparire naturali derivano in gran parte dal nostro aderirvi come se non ci fossero alternative. Invece le alternative ci sono. Qui e ora. Fanno parte di noi.

Antropologia e attivismo

David Graeber l’ho conosciuto quand’è morto, lo scorso 2 settembre a Venezia. La sua fine su questa terra è stato il mio inizio con lui. Nei giorni seguenti mi è capitato di leggere alcuni suoi articoli che venivano ripubblicati o suoi ricordi di gente che l’aveva conosciuto, letto o tradotto. Tutte cose interessanti, parecchio. Allora ho fatto in modo di procurarmi le sue opere principali. Diverse, all’inizio erano introvabili. Poi, a cominciare da Eleuthera, la piccola e preziosa casa editrice che l’aveva editato agli inizi del Duemila, sono cominciate a uscire riedizioni. Così ho affrontato “Frammenti di antropologia anarchica”, che in poco più di cento agili pagine apre una serie di porte che sembrerebbero in apparenza sigillate nei secoli dei secoli. Miscelando, e non tenendo separate, come quasi tutti i suoi colleghi fanno, le sue qualità di antropologo e attivista per un altro mondo possibile, Graeber ci indica possibili vie differenti di organizzare la vita insieme che non stanno nel libro dei sogni, bensì sono praticate, oggi, in diverse parti del pianeta in cui stiamo vivendo. Sostiene, Graeber, che l’antropologia siede su un tesoro che gli antropologi nascondono al mondo per diversi motivi – la maggior parte dei quali sono riconducibili all’etnocentrismo occidentale – e che invece dovrebbe diventare bene comune dell’umanità. Cioè: gli antropologi sanno che lo Stato, la coercizione, il decidere a maggioranza, il dominio degli uni sugli altri, la competizione, il profitto, il lavoro come obbligo, la minaccia dell’uso della forza; insomma, in sostanza, il non avere libertà di decisione sulla propria vita, ancorché ci si illuda di averne; ecco, gli antropologi sanno che tutte queste cose non sono naturalmente date, non sono inclinazioni innate dell’umanità. Sono costruzioni storicamente date, le quali con la forza del tempo e delle auto-narrazioni che ci facciamo, appaiono come se fossero naturali. Ne sono la riprova le decine di esempi di comunità che oggi vivono sulla base di principi non gerarchici (la gerarchizzazione della società è il nocciolo del problema).

Si parla di noi

Non si tratta solo di modi di vita di tribù precolombiane o affini. Si tratta di noi. Intanto, indica Graeber, perché le persone appartenenti a quelle comunità, condividono con noi gran parte del corredo genetico. Ma soprattutto perché noi stessi, per gran parte della nostra giornata, dal momento in cui ci alziamo a quello di coricarci, non agiamo solo in base al principio di massimizzazione del profitto personale. Accompagniamo amici alla stazione con la nostra auto, cuciniamo per loro e per i nostri cari, curiamo piante, facciamo sport, leggiamo libri, andiamo a teatro, ci prendiamo cura di chi sta male, e anzi, conviviamo con inclinazioni e ambizioni che dobbiamo spesso sopprimere perché costretti ad attività imposte dal sistema nel quale siamo immersi, non perché ci piacciano. A ben guardare, tranne che nei casi fortunati di chi svolge un lavoro che abbia desiderato, la vita degli umani in questa parte di mondo che abitiamo è un tirare avanti spezzato da alcuni momenti che potremmo definire di “reale adesione all’esistenza” che però sono proprio di rottura con la competizione, l’obbligo, la coercizione, la ricerca del profitto, cioè con i punti cardinali del sistema nel quale viviamo e che alimentiamo.

Una visione nuova, eppure familiare

Qual è l’operazione di Graeber? Quella di mostrarci quello che c’è, quello che di nuovo sta nascendo e già maturando «nel guscio della società vecchia», senza indugiare su dannosi e ben conosciuti avanguardismi. Graeber lo fa a partire da un approccio etnografico: «Compito di un intellettuale radicale è precisamente questo – scrive -: guardare chi sta creando alternative percorribili, cercare di immaginare quali potrebbero essere le più vaste implicazioni di ciò che sta (già) facendo, e quindi riportare queste idee, non come disposizioni, ma come contributi e possibilità, come doni». Non è la rivoluzione come atto sconquassante e unitario, quello che Graeber propone o si aspetta; è semmai una somma di piccole cose, di presa di consapevolezza, di creazione di «zone temporaneamente autonome», si sarebbe detto una volta, che cambiano il volto del sistema poco a poco. Un riformismo rivoluzionario, si direbbe con un ossimoro derivante dal linguaggio del secolo scorso. Graeber si dà il compito di svelare alcuni dei meccanismi e di portarli all’attenzione. Di dire: guardate che già si fa così, oppure, guardate che quello che facciamo quando lavoriamo per un salario o decidiamo a maggioranza costringendo la minoranza a subire non è naturale, come lo riteniamo. Leggendo “Frammenti di antropologia anarchica” ho capito meglio perché questo intellettuale-attivista mi avesse suscitato tanta curiosità, quando all’inizio mi ero imbattuto nei suoi articoli. Quando decidemmo di dare vita a Ribalta, quattro anni fa, e spiegammo il motivo della nascita di questo sito, scrivemmo che «in primo piano, noi vogliamo mettere le persone e le pratiche che tentano di ribaltare le cose che stanno al contrario. Perché raccontarle, quelle persone e quelle cose, è dare loro più vita di quanta già ne hanno». Non avevamo letto Graeber, ma stavamo, seppure molto indietro rispetto alla sua statura e alla sua elaborazione, in quella scia.

Non naturale, ma imposto

L’efficacia di Graeber non sta solo nell’indicare una via, anzi: diverse vie possibili. Sta anche nello smontare certezze apparentemente granitiche del nostro modo di vita. Si tratta di convinzioni che si basano sull’apoditticità degli assunti, i quali sono auto-giustificanti, che non si sottopongono a prova contraria. In questo mondo che tritura vite e aspirazioni, tutto si giustifica ed è coerente con i principi che lo tengono. Pensiamo all’immigrazione, descritta come piaga e fonte di allarmanti articoli e servizi nei tg. Guardate come Graeber rovescia la prospettiva: «Nel momento in cui un abitante della Tanzania o del Laos non avrà più problemi legali per andare a vivere a Minneapolis o a Rotterdam, i governi dei paesi ricchi e potenti faranno di tutto per assicurarsi che la gente della Tanzania o del Laos preferisca starsene a casa propria. (…) Voi direte: ma queste richieste sono assolutamente irrealistiche! Giusto. Ma perché non sono realistiche? Soprattutto perché quei tipi ricchi che si incontrano al Waldorf (magnati d’industria, politici e addetti alle pubbliche relazioni che partecipano al World economico forum, ndr) non le sosterrebbero mai». Ecco l’apoditticità svelata. Ancora, per quanto riguarda il lavoro, Graeber, sulla scorta delle elaborazioni dell’Iww statunitense (International workers of the world), ritiene sia possibile una settimana lavorativa di 16 ore basata su 4 ore di lavoro al giorno per 4 giorni. Sa che una proposta del genere incontrerebbe gli sberleffi non solo di chi in questo mondo ci sguazza, ma anche dei subordinati costretti a tirare la catena perché addestrati a ritenere che sia l’unico possibile; però ribalta la prospettiva in maniera illuminante: «Dopotutto – scrive -, è stato dimostrato che una considerevole porzione delle ore lavorate in America servono a compensare problemi creati dal fatto che gli americani lavorano troppo (pensiamo ai fattorini notturni per le consegne delle pizze a domicilio, ai lava-cani, a quelle donne che gestiscono asili notturni per i figli delle donne che lavorano di notte per prendersi cura dei figli delle donne imprenditrici…senza parlare delle innumerevoli ore che gli specialisti dedicano alla cura dei danni emotivi e fisici causati dall’eccesso di lavoro) (…). Allora, quali lavori sono veramente necessari?». È convinto, Graeber, che suddividendo il lavoro, anche la quota di cosidetti “lavori sporchi” si assottiglierebbe gradualmente. Riprendendo il suggerimento di Pëtr Kropotkin, rileva: «Se si ripartiscono equamente i compiti spiacevoli, anche gli scienziati e i tecnici di primo livello dovranno farsene carico: pertanto ci si può aspettare la quasi immediata invenzione di cucine autolavabili e di robot addetti all’estrazione mineraria del carbone». Ciò libererebbe energie, e la gente si metterebbe a lavorare alle cose che gli piacciono, non a quelle per cui è obbligata. È l’ennesima porta sigillata che Graeber apre.

Ma forse è il caso di fermarsi qui. Perché scrivere di un libro così stimolante, che in parte avevi già dentro e non lo sapevi, è al tempo stesso eccitante e frustrante. Perché ti rendi conto che non riuscirai mai a metterci dentro tutto quello che ci ha messo l’autore. Per cui il consiglio, davvero appassionato è: compratelo, leggetelo. Si fa in tempo, anche dopo anni dall’uscita, anzi. Que viva Graeber.

David Graeber parla durante l’occupazione di Maagdenhuis, sede del rettorato dell’Università di Amsterdam, nel 2015, Alla sua sinistra, Enzo Rossi. Foto da wikimedia.commons

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