Opinioni

Chi sa e chi non sa, o degli “intellettuali” e le “masse”

Murgia, Raimo, Serra, Cappozzo, etc. etc. In questi giorni si è aperto un piccolo dibattito (chissà quanto seguito, in realtà) sul sapere e sui mestieri, sul lavoro e sul non lavoro, sui calli alle mani e sui libri letti. Insomma, la vecchia questione se “valga di più” aver studiato o saper fare, mettere una parola dietro l’altra o avvitare bulloni.

La divisione netta tra le due cose, in realtà, semplicemente non c’è. Nessuna cosa vale più dell’altra; l’una cosa non esclude affatto l’altra; eccellere in uno dei campi non vuol dire essere negati per l’altro; privilegiare uno dei due ambiti durante una fase della propria esistenza non significa che, in un’altra fase, non ci si possa dedicare all’altro. E il confine, poi, dov’è? Quando finisce il “lavoro intellettuale” e comincia quello “manuale”? Quand’è che, esattamente, i calli, dalle mani passano al cervello e viceversa? E i titoli di studio, poi: quante persone capre con titoli di studio conoscete e quante, dotate di belle teste, ne avete incrociate che non hanno la laurea? Le due stelle polari della cultura italiana del novecento, tanto per dire, cioè Benedetto Croce e Antonio Gramsci, non solo non sono stati docenti universitari, ma non erano nemmeno laureate.

Due comportamenti, però, andrebbero messi al bando, o quasi: quello dello studioso che non si fa capire, che rimane nella sua altezzosa torre d’avorio, che crede di sapere tutto lui, che reputa feccia o giù di lì chi non mette gli occhi sopra un libro; e quello dell’ignorante orgoglioso, laureato alla tanto celebrata, via social, “università della vita”, per il quale mettere gli occhi sopra un libro equivale a perdere tempo (e magari insegna ai propri figli proprio questo). Due atteggiamenti, entrambi, sia molto radical chic, sia molto poco al servizio dell’emancipazione e del miglioramento umano (che poi – forse – è quello che dovrebbe interessare di più tutti): l’intellettuale che sa tutto è, va da sé, radical chic, ma è anche molto ignorante, perché il suo sapere, se non è in qualche modo (pur minimo) trasmesso a chi non sa, se ritiene sia il meglio del meglio del meglio, è utile solo a se stesso, e ignora il resto del mondo; chi ostenta il proprio non-sapere è, va da sé, ignorante, ma è anche molto radical chic, perché è specularmente convinto che accendere il camino con i libri dell’intellettuale sia un gesto sano, bello e giusto.

Ovviamente, liberi tutti sia di chiudersi nella propria stanzetta con tremila libri, sia di avere paura di perdere la vista anche con il solo leggerne uno; quello che non ci trova d’accordo è il rivendicare uno dei due atteggiamenti, portarlo a dimostrazione di proprie tesi su “come si dovrebbe campare”. È odioso l’intellettuale borioso, così come è odioso il maniscalco che si rifiuta di istruirsi, e lo rivendica con piacere. Un piacere che, nei tempi attuali, è sempre meno sottile e sempre più corposo. Così come, di nuovo specularmente, si amplia sempre di più la distanza che lo studioso plurilaureato mette tra sé e le masse.

Le parole d’ordine, forse, sono umiltà e convinzione nei propri mezzi (solo apparentemente in contraddizione), per entrambi i supposti poli: chi sa dovrebbe riflettere sul fatto che spesso, se sa, è perché se lo è potuto permettere, perché ha avuto il tempo e la capacità; chi non sa potrebbe pensare prima di tutto che non è meno di chi sa (complesso di inferiorità) e reagire per questo malamente. Allo stesso tempo, chi sa può benissimo provare ad essere utile a migliorare il mondo che lo circonda, proprio contando sui propri mezzi (prima di tutto facendosi capire); chi non sa potrebbe accogliere qualche testo scritto o qualche conoscenza in più con maggiore benevolenza. Bisogna venirsi incontro, insomma, sennò il mondo peggiora.

Foto di copertina tratta da www.pixabay.com.

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