Idee

Capire il popolo

Sessanta interviste a persone appartenenti al ceto medio-basso e residenti nei quartieri popolari di quattro città: Cosenza, Firenze, Milano e Roma. Ne è scaturito “Popolo chi?”, volume appena pubblicato da Ediesse. Una ricerca che è una mappa preziosa per capire il popolo al di là delle rappresentazioni mediatiche che lo descrivono senza conoscerlo. Ne pubblichiamo la premessa per gentile concessione degli autori

La ricerca del Cantiere delle Idee che presentiamo in questo libro nasce da un’urgenza: le classi popolari sono da alcuni anni al centro del discorso pubblico, ma quasi nessuno ne indaga in profondità le opinioni, i sentimenti e le rappresentazioni. Sono ovunque (spesso nella versione più allargata e mediatizzata di popolo) e da nessuna parte. Sono un’evocazione onnipresente che raramente si materializza come insieme di voci, soggetti e volontà reali. Sono un rimosso che torna, un fantasma che gli attori politici sostengono di incarnare, ma che non appare.

Ai comportamenti delle classi popolari vengono attribuiti molti fenomeni centrali della politica contemporanea (come l’ascesa delle destre e la diffusione del razzismo), ma non sono mai interpellate direttamente. La loro volontà si esprime solo nelle urne, eppure la maggior parte dei messaggi politici sono rivolti a loro. Leader e partiti sembrano sapere quali sono i loro bisogni, speranze, paure, esigenze, convinzioni. La retorica politica si incentra su queste attribuzioni, scindendosi in due.

Da un lato, i partiti mainstream e tradizionali continuano a usare la retorica che ha dominato la politica degli ultimi trent’anni: quella dell’amministrazione, della razionalità tecnico-finanziaria, del realismo come adattamento cinico, del “non c’è alternativa”, del “dobbiamo fare così perché si può fare solo così”. Dall’altra parte, partiti nuovi o capaci di rinnovarsi e accreditarsi come forze popolari cercano di legittimare le proprie scelte, tutte le scelte, anche le più anti-sociali, con una retorica opposta, diventata pervasiva, che definisce queste scelte come vantaggiose per “i ceti più deboli”, “quelli che hanno più bisogno”, “le periferie”, “le persone che vivono i problemi tutti i giorni”. Che si tratti di lavoro, di sviluppo, di infrastrutture, di welfare, di sicurezza, di politiche anti-immigrazione, tutto viene giustificato con simili narrazioni, mettendo chi si oppone nella posizione della controparte elitaria, chic, snob, narcisista, autocentrata, ipocrita, lontana dalla vita reale.

Il popolo e le classi popolari sono onnipresenti anche nei media. Da almeno tre decenni gli strati meno abbienti della società sono il principale bersaglio della programmazione dei grandi canali televisivi, che soprattutto in quella direzione hanno cercato di costruire e fidelizzare la propria audience. Nella comunicazione politica, da quando esistono i grandi network televisivi privati (dai primi anni Ottanta), si parla non a caso di popolarizzazione, un meccanismo che riconduce questioni di ordine generale ad alto grado di complessità alla sfera della vita quotidiana degli individui (Van Zoonen, 2004), e traduce temi d’ordine generale in storie riconducibili all’esperienza condivisa, trattate attraverso dicotomie come vita vissuta/esperti, concreto/astratto, autenticità emozionale/artificiosità intellettuale. Meccanismi che richiamano, e anticipano, quelli del populismo politico, e che sono serviti e servono ai media per attrarre le classi popolari, la parte di società tuttora più sensibile ai messaggi e alle rappresentazioni del mezzo televisivo.

Classi popolari e popolo sono il bersaglio privilegiato
della comunicazione politica e mediatica contemporanee. A loro
sono stati attribuiti la Brexit, la vittoria di Trump, l’ascesa di Salvini

Classi popolari e popolo sono quindi il bersaglio privilegiato della comunicazione politica e mediatica contemporanea. E ne sono, sempre più, protagonisti. A loro, rappresentati spesso come ignoranti, manipolabili, istintuali, con comportamenti dettati da emozioni basilari, comunque irrazionali, sono stati di recente attribuiti la Brexit, la vittoria di Trump, l’ascesa di Salvini, la svolta securitaria e anti-immigrazione di molti governi europei. Il razzismo politico e istituzionale, così come i provvedimenti securitari, sono attualmente in Europa il terreno su cui di più si concentra la retorica popolar-populista. La destra e i “populismi di destra” (o ‘né di destra né di sinistra’) si descrivono e sono descritti come le uniche forze capaci di intercettare gli umori collettivi e popolari, sulla base di queste polarizzazioni: la sinistra elitaria, la destra popolare; la sinistra complessa, la destra semplice; la sinistra dei politici di carriera e degli intellettuali, la destra dei professionisti e della gente comune prestata alla politica.

I media, anche quelli che si dichiarano nemici del populismo di destra, accolgono in buona parte la descrizione che danno di se stessi i leader e i partiti populisti di destra. Nel caso di Trump, per esempio, qualcuno ha definito questa descrizione “narrativa dei colletti blu” (Gusterson, 2017), la narrativa secondo cui Trump avrebbe vinto le elezioni negli Stati Uniti perché votato dagli operai. È lo stesso modo con cui Trump descrive sé stesso, e i media, perfino quelli ostili, lo fanno proprio. Lo stesso avviene con i populismi di destra europei: in gran parte i media, e in alcuni casi perfino i suoi avversari politici, fanno propria la rappresentazione di una destra che vince perché monopolizza il voto popolare, trascurando quello che è invece il segmento più consistente del suo voto: le classi medie.

Il popolo lo si evoca senza conoscerlo,
se ne limita l’influenza reale nella società
e si trascura l’influenza delle classi medie nell’ascesa dei populismi

Essendo la rappresentanza politica ancora formalmente fondata sulla sovranità popolare, le retoriche e le ideologie dominanti devono evocare il popolo. Si produce un meccanismo per il quale più lo si esclude, più lo si evoca. Questa pervasività retorica avviene infatti nello stesso momento storico in cui la partecipazione delle classi popolari alla distribuzione del potere e delle risorse nella società continua a decrescere. Assistiamo quindi a due ‘paradossi del popolo’: 1) lo si evoca, ma se ne limita l’influenza reale e la capacità di esercitare azione e conflitto; 2) lo si evoca, ma non lo si conosce.

Questi due paradossi si presentano anche nell’ambito accademico. Infatti il tema più trattato dalla scienza politica e dalla sociologia politica contemporanee è il populismo. Raramente però queste stesse discipline indagano il popolo, ricostruendo chi sia e cosa pensi. L’approccio più diffuso elude la questione sostanziale: si descrivono i discorsi che fanno le forze politiche per attrarlo, come se il “popolo” fosse creato solo dai discorsi che lo riguardano.

Per tutte queste ragioni, il Cantiere ha deciso di indagare laddove si registrano carenze strutturali di analisi: nell’indagine sulle classi popolari, tra gli abitanti dei quartieri periferici delle nostre città (le ‘periferie’, anch’esse ormai, nella rappresentazione mediatica, luogo quasi mitico del disagio e del malcontento). Lo scopo principale è stato capire quali siano, e come si formino, le rappresentazioni rispetto alle condizioni materiali di vita, alle strutture di potere nella società, alle relazioni di solidarietà e conflitto, alle aspettative rispetto alla politica. Benché riteniamo questo argomento non sufficientemente trattato (anche in vista della sua centralità storica), l’indagine del rapporto tra classi popolari e partecipazione politica non è ovviamente priva di riferimenti scientifici e teorici. Di seguito cerchiamo di fare il punto su alcuni temi fondamentali che riguardano questo rapporto, e che abbiamo tenuto in considerazione, anche in senso critico, durante la nostra indagine.

Classi popolari e partecipazione politica e sociale

Le ricerche esistenti indagano il rapporto fra classi popolari e partecipazione politica e sociale concentrandosi sull’aspetto elettorale. È questo sostanzialmente l’unico modo in cui le classi popolari vengono analizzate rispetto al coinvolgimento politico. Nel nostro libro, un capitolo è dedicato a questo aspetto, ma intanto tracciamo alcune linee generali che ci sono utili a introdurre la ricerca.

In primo luogo, diversi studiosi di fenomeni elettorali parlano di un’attuale proletarizzazione del voto ai populismi di destra e all’estrema destra (Evans, 2017; Rydgren, 2012). Se fino a dieci anni fa una politica di classe applicata alla dimensione elettorale sembrava, secondo questi studiosi, diventata inattuale, essa riemerge con la crisi economica del 2007-2008, nella forma di una proletarizzazione del voto alla destra. Questo è stato uno dei riferimenti della nostra ricerca. Ci siamo chiesti: è davvero così? Si può notare, tra le classi e nelle aree urbane più disagiate, un’inclinazione a sentirsi rappresentate dalle nuove destre? Come vedremo, i risultati della nostra ricerca vanno in un’altra direzione.

Si ha paura delle differenze? Anche su questo piano,
i nostri risultati sono piuttosto spiazzanti
rispetto ai filoni interpretativi dominanti

Nonostante questa relazione causale tra crisi economica e ritorno a una caratterizzazione di classe del voto politico, non sarebbe però direttamente la dimensione economica a essere determinante. Tra le classi popolari sarebbe massima la diffusione di una cultura definita autoritarismo culturale o nazionalismo populista. In queste classi sarebbero infatti – come reazione indiretta, difensiva, alla crisi economica – sempre più diffusi atteggiamenti di chiusura, ostilità alle minoranze, sospetto verso le differenze, nazionalismo euroscettico, tendenziale indifferenza alla democraticità dei processi politici. Accanto all’asse sinistra/destra, sarebbe quindi diventato fondamentale, nel determinare atteggiamenti politici e orientamenti elettorali, l’asse libertarismo/autoritarismo (Bornschier e Kriesi, 2012). Il conflitto politico subirebbe un processo di culturalizzazione, in cui le classi popolari e gli abitanti poveri delle periferie, in un contesto di elevata incertezza, troverebbero nei confini della nazione e nell’omogeneità etnico-nazionale una risorsa di identificazione, avvicinandosi, di conseguenza, alle destre (Oesch, 2012).

Da un lato, il settore sociale un tempo chiamato sottoproletariato’, i disoccupati e i lavoratori manuali meno qualificati, tenderebbe all’astensione, mentre il vecchio proletariato, la working class, i cittadini di educazione medio-bassa, irretiti nella culturalizzazione del conflitto, voterebbero significativamente per la destra. I partiti della destra radicale sarebbero così i nuovi partiti di classe (Evans, 2017). Nella ricerca, abbiamo indagato la presenza di atteggiamenti di autoritarismo culturale e nazionalismo populista tra le classi popolari: è davvero così diffusa la chiusura in atteggiamenti di difesa etnico-nazionale? C’è la ricerca di una nuova identificazione in entità come ‘la Patria’? Degli immigrati si teme la loro diversità culturale? Si ha paura delle differenze? Anche su questo piano, i nostri risultati sono piuttosto spiazzanti rispetto ai filoni interpretativi dominanti.

Un aspetto importante messo in luce dalle ricerche su classi popolari e comportamenti politici riguarda la loro relazione con l’esperienza soggettiva di lavoro. Gli individui tendono a proiettare sulla dimensione politica – su ciò che è razionale e auspicabile attendersi dalla politica – le relazioni di potere in cui sono coinvolti nel posto di lavoro e il proprio ruolo in questi sistemi di relazione. Meno si sperimentano autonomia, capacità di controllo e possibilità di co-decisione nel processo di lavoro, meno si pensa di poter pretendere che la politica sia uno strumento per ottenerli. Al contrario, più si occupano posizioni di lavoro in cui si sperimentano relazioni meno subordinate, più ci si aspetta di poter essere incisivi sulle decisioni politiche e si chiede alla politica di essere uno strumento di affermazione dei propri diritti e realizzazione delle proprie aspirazioni (Kohn. 2001; Kitschelt e Rehm, 2014). Questa è la terza dimensione che abbiamo indagato, il rapporto tra condizione di lavoro, identità e rappresentazioni del conflitto politico.

Ai livelli della gerarchia sociale decresce
la rilevanza che si pensa i propri interessi
possano avere sulle decisioni politiche

Spostiamoci dal piano elettorale al piano della partecipazione attiva. Le classi popolari sono attualmente sotto-rappresentate sia nel mondo dei partiti che in quello dell’associazionismo, al cui interno vigono forti diseguaglianze di accesso in base a variabili che riguardano la condizione sociale e il livello educativo (Hooghe e Derks, 1997). L’inclusione dei ceti popolari nei luoghi in cui si sviluppa la partecipazione politica e sociale avviene soprattutto quando l’iniziativa è specificamente dedicata a problemi vissuti direttamente da questi settori sociali (associazioni di mutuo-aiuto e di intervento sociale).

Molte ricerche hanno documentato le diseguaglianze di accesso alla partecipazione in base al genere, al reddito, all’etnia, alla posizione geografica, allo status relazionale, e soprattutto al livello di istruzione (Pizzorno, 2007). A partecipare attivamente a organizzazioni politiche e sociali sarebbero in primo luogo gruppi sociali centrali, dotati di specifiche e significative capacità, risorse, motivazioni e interessi in virtù della posizione che occupano, della significatività e della quantità di relazioni in cui sono immersi e della consapevolezza di svolgere funzioni cruciali. Al contrario, ai livelli più bassi e periferici della gerarchia sociale decrescono la competenza rispetto ai problemi politici e la rilevanza che si pensa i propri interessi possano avere sulle decisioni politiche. La partecipazione dei ceti periferici si basa quindi su logiche specifiche, distinte dalla partecipazione legata alla centralità sociale. Affinché anche tra questi ceti vi sia attivazione, è necessario che specifici attori e organizzazioni la promuovano in modo finalizzato, contribuendo a definire un problema o una condizione come rilevanti e a costituire un’area di uguaglianza in cui possano svilupparsi rapporti di solidarietà tra pari.

Ricerche sull’universo valoriale prevalenti tra i ceti popolari (De Benedittis e Magatti, 2006) hanno inoltre messo in evidenza la diffusione in questi settori di sentimenti di paura, insicurezza, senso di isolamento, stati generalizzati di allarme e difesa, dovuti soprattutto al fatto che il proprio rapporto con il mondo non sia mediato da un sistema di appartenenze e di identità collettive. La reazione a tali sentimenti assume, secondo queste indagini, prevalentemente il volto di una chiusura protettiva nel particolarismo dei legami familiari e territoriali e di una gestione adattiva del quotidiano, di quel parrocchialismo, quindi, che è considerato l’atteggiamento più ostativo all’identificazione con i valori e i meccanismi della politica democratica.

La crisi selle grandi narrazioni politiche
ha privato i ceti popolari di un canale privilegiato
di ingresso nella sfera politica e sociale

Il problema sistemico del rapporto tra ceti popolari e partecipazione civico/politica riguarda anche l’insieme delle relazioni che nel corso del Novecento hanno connesso condizione sociale, individuazione di avversari e antagonisti, grandi narrazioni e capacità di iniziativa collettiva. La crisi delle grandi narrazioni politiche, del partito di massa e delle fratture su cui la politica novecentesca era basata (capitale/lavoro, destra/sinistra, pubblico/privato, stato/mercato) hanno rotto questa catena connettiva e privato i ceti popolari di un canale privilegiato di ingresso nella sfera politica, contribuendo a indebolire i legami di solidarietà e le identità collettive che avevano reso possibile la loro mobilitazione politica e sociale. A questi processi è necessario aggiungere la trasformazione dei sistemi politici occidentali, che negli ultimi tre decenni è stata caratterizzata da una progressiva chiusura alle rivendicazioni redistributive delle classi popolari e dal rafforzamento degli esecutivi a scapito dei luoghi in cui si esplicitava la rappresentanza democratica; dei luoghi, cioè, attraverso i quali i settori popolari avevano direttamente o mediatamente realizzato il loro ingresso nella società politica (Mastropaolo, 2011).

Nonostante questo, tra le classi popolari non è assente la propensione all’azione collettiva. Si tratta però, attualmente, di una volontà di partecipazione latente, di carattere prevalentemente puntuale e segmentario, legata a singoli episodi e a forme di partecipazione deboli, che diffida fortemente delle mobilitazioni di carattere apertamente politico, cui viene preferito (realmente o solo potenzialmente) l’impegno in associazioni di volontariato e di intervento sociale (De Benedittis e Magatti 2006).

C’è però un luogo nel quale la partecipazione popolare
torna a farsi visibile: è quello dei comitati cittadini,
territoriali o di quartiere che portano avanti iniziative e proteste

Secondo la recente letteratura sui movimenti sociali e sulle forme di mobilitazione collettiva, vi è però un luogo nel quale la partecipazione politica attiva dei ceti popolari torna a farsi visibile. Si tratta dei comitati di cittadini, territoriali o di quartiere, che portano avanti iniziative e proteste legate alle trasformazioni urbanistiche e alla realizzazione di opere considerate invasive e dannose (Fedi e Mannarini, 2008; Caruso, 2010; Bertuzzi, 2017). Attorno ai comitati di cittadini si condensano ruoli e funzioni che furono dei partiti di massa: gli attori attorno a cui si costituiscono le mobilitazioni locali riescono a costruire processi di rappresentanza identificante, strutturando identità collettive e fornendo strumenti di interpretazione della realtà; attivano canali di interazione, conflitto e scambio tra società e sistema politico; si fanno interpreti di bisogni e interessi che i partiti difficilmente riescono attualmente a rappresentare (Tosi, 2004; Vitale, 2007). La partecipazione locale si fonda su ancoraggi di prossimità, è un incrocio tra pubblico e privato, particolare e generale, quotidianità e politica. Queste mobilitazioni nascono attorno a problemi che siano allo stesso tempo sufficientemente comuni (per un quartiere, per un’area territoriale) e radicati nel qui ed ora delle esistenze individuali, nella loro immediatezza. Questa ibridazione tra pubblico e privato è ciò che consente ad alcuni movimenti locali di acquisire i tratti di una mobilitazione popolare (in Italia, il caso più celebre è quello della Val di Susa), capace di includere anche gli strati sociali meno abbienti e meno istruiti.

Difficoltà di partecipazione attiva, quindi, ma non assenza e indisponibilità assoluta. È questa la quarta dimensione che abbiamo scelto di indagare. Come si pongono, i nostri intervistati, il tema della propria partecipazione attiva, se se lo pongono? Se chiedono qualcosa alla politica, si aspettano di ottenerlo anche attraverso una propria attivazione diretta? E che rappresentazione hanno del conflitto sociale?

La ricerca

Abbiamo detto quali sono state le quattro dimensioni centrali della nostra inchiesta: la sensibilità delle classi popolari al messaggio dei nuovi partiti di destra; la loro inclinazione all’autoritarismo culturale; il rapporto tra identità sociale-lavorativa e rappresentazioni politiche; l’atteggiamento verso la partecipazione attiva e i conflitti sociali. Gli scopi della ricerca sono stati però più ampi. Abbiamo scelto anche di indagare in che modo le persone si rappresentano la propria condizione sociale, a chi ne attribuiscono le responsabilità, come si rappresentino il potere e il suo ruolo nella società, chi temono, chi stimano, chi disprezzano, quando e perché si identificano in qualcosa e in qualcuno, quali siano le loro paure e speranze, come si informano, quali pensano che siano le priorità politiche e sociali dell’Italia.

Per quanto riguarda la condizione materiale, abbiamo cercato di capire a quali aspetti le persone diano più importanza, se la condizione abitativa, il reddito, il lavoro, o la situazione del proprio quartiere, a chi attribuiscano le responsabilità della propria situazione, e se eventuali atteggiamenti di rabbia vengano indirizzati verso il basso o verso l’alto, cioè verso altre persone e gruppi sociali o verso le classi dirigenti.

In merito al tema del potere, abbiamo cercato di capire
da chi sia costituito, nella percezione popolare, l'”alto”,
chi si pensa siano le classi dirigenti, chi si pensa comandi la società

In merito al tema del potere, abbiamo cercato di capire da chi sia costituito, nella percezione popolare, l'”alto”. Chi si pensa che siano le classi dirigenti? Chi si pensa che comandi nella società: i politici, i partiti, i banchieri, gli imprenditori? E chi sta, invece, ‘in basso’? C’è un modo in cui ci si riferisce a un Noi? Esistono frammenti di identità e solidarietà collettiva?

Abbiamo rivolto domande specifiche sulle aspettative rispetto alla politica e alla ‘politica che non c’è’, cioè a quella che si vorrebbe che ci fosse. E abbiamo cercato di capire a cosa venga associata la parola ‘sinistra’, la parola che indica la parte politica che, nella nuova ‘politica di classe’, sarebbe quasi irrimediabilmente fuori dai giochi, secondo le letture più diffuse. E inoltre: qual è l’atteggiamento generale verso la politica? C’è solo disprezzo e disincanto, verso i politici e i partiti, o si manifestano atteggiamenti più complessi? C’è qualche partito o singola figura politica di cui ci si fida? Se sì, perché?

Abbiamo cercato di indagare anche i riferimenti extra-politici delle persone. Quali sono le figure sociali e pubbliche di riferimento? Questa parte della ricerca è stata posta in relazione soprattutto ai modi in cui le persone si informano, dimensione che non si può non ritenere determinante in una ricerca che ha mirato a indagare soprattutto atteggiamenti, sentimenti, opinioni e rappresentazioni. Cosa si ‘consuma’ da un punto di vista mediatico, in Tv, sui giornali, sui magazine e su Internet? Quali sono i messaggi e le figure che si dimostrano più efficaci nel creare senso comune?

Non tutti i capitoli del libro si occupano dei risultati empirici della nostra indagine. Abbiamo cercato di allargare ulteriormente l’orizzonte interpretativo attraverso contributi che fornissero un quadro su aspetti generali legati alla ricerca, come il dibattito sul rapporto tra classi popolari e politica nella sociologia contemporanea e l’analisi del voto delle classi popolari a livello europeo.

La ricerca è basata su 60 interviste in profondità (di durata media compresa tra i sessanta e i novanta minuti), condotte a partire delle domande che abbiamo riassunto qui. Quasi tutte le interviste sono state condotte individualmente, dialogando cioè con un intervistato per volta.

Le interviste sono state realizzate in quartieri e aree popolari di quattro città: Milano, Firenze, Roma e Cosenza. A Milano nel quartiere Giambellino, alla periferia sud-ovest. A Firenze nella zona delle Piagge, periferia ovest della città. A Roma nel quartiere di Tor Pignattara. A Cosenza tra il centro storico e Rende.

La selezione degli intervistati è avvenuta in tre casi grazie alla collaborazione con organizzazioni sociali del territorio: a Milano il Centro di aggregazione giovanile “Creta”; a Roma l’associazione “Altramente”; a Firenze la “Comunità delle Piagge”. In questi tre contesti urbani, queste tre organizzazioni ci hanno aiutato a selezionare persone che presentassero le caratteristiche con cui la letteratura definisce le classi popolari, incrociando quindi la dimensione lavorativa, il reddito, la condizione abitativa e il titolo di studio. Gli intervistati, tutti abitanti delle aree che abbiamo indicato, sono individui con reddito basso o medio-basso, una situazione lavorativa precaria e/o poco qualificata, un titolo di studio non superiore al diploma, vivono in case popolari (dove si è svolta la maggior parte delle interviste) o in aree immediatamente limitrofe. A Cosenza, senza l’intermediazione di organizzazioni del territorio, i ricercatori e le ricercatrici del Cantiere hanno selezionato autonomamente persone dotate dello stesso profilo. Abbiamo intervistato un numero quasi equivalente di donne e uomini, e persone appartenenti a tutte le coorti di età. La ricerca si è svolta tra la fine del 2017 e la fine del 2018.

In chiusura, una nota. La politicizzazione delle classi popolari è il terreno su cui è nata storicamente la parte politica che si chiama ‘sinistra’. Senza traduzione politica delle aspirazioni e dei problemi delle classi popolari, questa parte non esiste. La nostra ricerca e questo libro sono quindi nati da un’urgenza culturale e teorica, come abbiamo detto in apertura, ma anche da una domanda politica: a quali condizioni può essere ancora la sinistra a tradurre politicamente le rappresentazioni popolari? Abbiamo pensato che il primo passo fosse conoscere queste rappresentazioni.

*Il Cantiere delle Idee è stato costituito da un gruppo di ricercatrici e ricercatori come laboratorio di pensiero libero

Foto di copertina dal profilo Flickr di Thomas Hawk

Riferimenti bibliografici

N. Bertuzzi, Urban regimes and the right to the city: an analysis of No Expo Network and its protest frames, in Revista Crítica de Ciências Sociais 113: 107-128, 2017.

S. Bornschier e H. Kriesi , The Class Basis of the Cleavage between the New Left and the Radical Right: an analysis for Austria, Denmark, Norway and Switzerland, in J. Rydgren, Class politics and the Radical Right, Routledge, London 2012.

L. Caruso, Il territorio della politica. Le nuove mobilitazioni di massa nei movimenti No Tav e No Dal Molin, FrancoAngeli, Milano 2010.

M. De Benedittis e M. Magatti, I nuovi ceti popolari. Chi ha preso il posto della classe operaia?, Feltrinelli, Milano 2006.

A. Fedi e T. Mannarini, Oltre il Nimby. La dimensione psico-sociale della protesta contro le grandi opere, FrancoAngeli, Milano 2008.

G. Evans, Social Class and Voting, in K. Arzheimer, G. Evans, and M. Lewis-Beck, The SAGE Handbook of Electoral Behaviour. SAGE, London 2017.

Gusterson H., From Brexit to Trump: Anthropology and the rise of national populism, in American Ethnologist, 44,2: 209-214.

M. Hooghe e A. Derks, Voluntary Associations and the Creation of Social Capital, ECPR Joint Sessions, 1997.

H. Kitschelt and P. Rehm, Occupations as a site of political preference formation, in Comparative political Studies, 47,12: 1670–1706, 2014.

M. L. Kohn, Job complexity and adult personality, in D.B. Grusky, Social Stratification: Class, Race, and Gender in Sociological Perspective. Westview Press, Boulder 2001.

A. Mastropaolo La democrazia è una causa persa? Paradossi di un’invenzione imperfetta, Bollati Boringhieri, Torino 2011.

D. Oesch, Radical right parties: Their voters and their electoral competitors, in J. Rydgren, Class politics and the Radical Right, Routledge, London 2012.

A. Pizzorno, Il velo della diversità, Feltrinelli, Milano 2007.

J. Rydgren, The Populist Right, the Working Class, and the Changing Face of Class Politics, in J. Rydgren, Class politics and the Radical Right, Routledge, London 2012.

S. Tosi, Azioni locali nella crisi del Welfare state. Il ritorno del lavoro di comunità. Clup, Milano 2004.

L. Van Zoonen, Imagining the Fan Democracy, European Journal of Communication, 19,1: 39-52, 2004.

T. Vitale, In nome di chi? Partecipazione e rappresentanza nelle mobilitazioni locali, Milano, FrancoAngeli 2007.

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