Idee

Beni comuni, diritti al futuro

In Italia si stanno raccogliendo le firme per la proposta di legge di iniziativa popolare sui beni comuni. Si tratta di una categoria di beni da difendere per le attuali e le future generazioni perché funzionali al diritto delle persone di vivere degnamente, il cui riconoscimento potrebbe contribuire a cambiare il modo di pensare a quello che ci sta intorno

Il 26 luglio il Comitato Rodotà per i beni comuni ha lanciato il firma-day per la raccolta delle firme necessarie per la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare sui beni comuni. Molte città hanno raccolto l’invito del Comitato e si sono attivate per promuovere la raccolta delle firme. Dopo il referendum per l’acqua pubblica, torna così sulla ribalta il tema dei beni pubblici.

Con questa legge sarà introdotta nel codice civile la categoria dei beni comuni “ossia delle cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona” che “devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico anche a beneficio delle generazioni future”. Per intenderci, parliamo, ad esempio, di beni come i fiumi e le loro sorgenti, i laghi e l’acqua stessa, l’aria, i parchi, le foreste, le bellezze naturali, le riserve ambientali, i beni archeologici e culturali, il paesaggio. E non solo (la stessa proposta di legge dice “sono beni comuni, tra gli altri…”), perché il senso dei beni comuni non è chiuso nel loro elenco, ma si trova nella finalità che serve ad individuarli, nelle ragioni che richiedono che un bene sia “comune”, nelle conseguenze che ne derivano, nella direzione che possono indicare.

Forse non possiamo stemperare le difficoltà – vere o presunte – della loro categorizzazione (categoria aperta, troppo aperta … ma se tutto è un bene comune, allora nulla è un bene comune…?), fare a meno di osservare talune ambiguità che li accompagnano, specie se li si inquadra solo nel contesto dell’alternativa tradizionale tra pubblico e privato (sono pubblici o privati?). Tuttavia, provare a guardarne le linee di fondo, apre prospettive di impegno politico che vale la pena di percorrere.

Qualche spunto, aperto alla discussione e alla riflessione.

Un bene comune è un bene inclusivo. Perché é un bene di tutti, nessuno escluso. E’ un bene senza confini. Non appartiene “prima a questo” o “prima a quello”, ma è aperto e libero. Non si contrae e ripiega su sé stesso, su una e una sola comunità, classe, provenienza. Non esclude. E’ aperto anche all’universale. Un bene comune non è rivale.

Un bene comune guarda al futuro, oltre il consumo immediato. È salvaguardato, protetto, conservato dalle generazioni che lo calpestano, lo bevono, lo respirano, lo ammirano, lo studiano, lo ascoltano, se ne cibano, ci navigano, perché possa tradursi in diritti – in salute, libertà, cultura, lavoro etc – non solo nel presente ma anche nel futuro, per le generazioni che lo calpesteranno, lo berranno… La salvaguardia di un bene comune può riconnettere i diritti, perché, ad esempio, cancella il conflitto terribile tra la salute – o la vita stessa – e il lavoro.

Un bene comune è un bene, non è un’utopia. Una piazza, un edificio, un luogo, un elemento, uno strumento di fruizione dei diritti, prima ancora del valore che esprime, da mettere “in circolo” con l’azione e la prassi che si innesta nell’amministrazione e nel governo delle comunità secondo logiche di partecipazione e di codecisione, purché dal basso verso l’alto, e non rifugge dal conflitto, dalla lotta, dalla ribellione.

Un bene comune deve essere sottratto alla logica della privatizzazione, del profitto e del mercato. Con la codificazione del concetto di bene comune, si può innestare nel nostro sistema normativo una leva che propone un altro modo di guardare ai beni, alla proprietà, al profitto, al mercato. E restituire i beni comuni alla comunità, alla società, alle persone, ponendo un argine alla privatizzazione. Ecco perché vale la pena di portare la discussione in Parlamento.

Tutto ciò ci chiama al dovere di solidarietà, all’uscita dall’individualismo, allo sforzo di guardare oltre i limiti della propria esistenza presente che, per molti, è complessa, privata di diritti fondamentali e contraddistinta da gravi disuguaglianze e che si presenta sempre più complessa, minacciata nel welfare e posta di fronte all’emergenza ambientale dal prevalere delle pure logiche di mercato, per citare solo due macroquestioni. E’ forse questo il limite – magari etico, non solo politico, prima che giuridico – sul quale si affaccia il “benicomunismo”.

Ma porne sul tavolo le implicazioni e dare ai beni comuni una possibilità di emergere a categoria giuridica è una opportunità che possiamo cogliere per aprire fronti di lotta e impegno significativi, lavorando “in comune” sui bisogni concreti, sensibili ed emergenti, qui ed ora.

Con questo fondamentale proposito l’associazione culturale Perugia Città in Comune ha aderito alla campagna di raccolta di firme per la presentazione della proposta di iniziativa legislativa Rodotà ed ha convocato una assemblea cittadina domenica 21 luglio, alle ore 18, all’Arena Borgo Bello, in via del Cortone, per lanciare l’iniziativa, coinvolgendo persone, movimenti, associazioni e organizzazioni.

Ringraziamo Ribalta che ci ha ospitato. Un bene comune, sostenuto dal basso.

*Silvia Ricci è avvocata, attivista e componente del comitato direttivo dell’associazione “Perugia città in comune”

In copertina: raccolta di firme del comitato per la spiaggia libera di Maiori, foto di Sabine Cretella da wikipedia

 

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