Idee

Ambiente, il miraggio della tecnologia verde

Il progresso e prodotti più efficienti non bastano a salvarci, lo dicono i dati. Quello che serve è una riforma profonda del sistema economico, cioè l’abbandono dell’ideologia della crescita senza limiti

Disaccoppiamento(Decoupling). Pochi probabilmente conoscono il significato di questo termine economico e il peso che ha sulle nostre vite. Eppure è in virtù di tale concetto, con riferimento al presunto disaccoppiamento tra produzione e sfruttamento delle risorse naturali, che da decenni si compiono le scelte dei principali attori del nostro mondo globale.

In concreto (semplificando un po’) si tratta di attribuire validità alla funzione indicata dalla curva di Kuznets ambientale, vale a dire alla tesi che investendo in efficienza, grazie alle nuove tecnologie verdi, l’economia collettiva e dei singoli possa continuare a salire riducendo le emissioni e l’impatto climatico. Una tesi senz’altro seducente, giacché promette vantaggi con pochi sforzi: basta produrre beni migliori per poter seguitare a fare reddito e consumare senza rinunce. È quanto sostiene ad esempio anche il Green Deal lanciato dalla Commissione europea in questi giorni, salutato con unanime favore: «lo sviluppo di fonti di energia più pulite e di tecnologie verdi ci consentirebbe di produrre, viaggiare, consumare e vivere rispettando di più l’ambiente». Questo citato è l’incipit del documento UE, il quale riprende un’idea per cui vorremo fare il tifo tutti, se non fosse che i dati ufficiali ci dicono il contrario, e cioè che la riconversione ecologica avviata da governi e mondo del business sotto l’impronta del decoupling non sta dando i frutti sperati.

Come tagliare un albero col cucchiaio

Con spietato tempismo rispetto al Piano europeo, l’ultimo bollettino dei gas serra pubblicato dall’OMM (Organizzazione Mondiale della Meteorologia) ha attestato che – nonostante gli sforzi fatti – le concentrazioni globali di CO2 sono salite a 407,8 parti per milione nel 2018 dalle 405,5 parti ppm del 2017. Un aumento sopra la media dell’ultimo decennio. Male anche altri gas climalteranti come metano e protossido di azoto che crescono a ritmi incessanti. A fronte di ciò, l’incapacità di raggiungere gli obiettivi comuni è palese tanto che per contenere l’aumento della temperatura entro il 1,5 °C dell’Accordo di Parigi, le emissioni serra dovranno diminuire del 7,6% ogni anno da qui al 2030 mentre 10 anni fa sarebbe bastata una riduzione annua del 3,3%[1]. Cifre che dimostrano come l’ultimo decennio sia stato ampiamente perso.

Impossibile non interrogarsi sul motivo di questa indubbia “debacle” delle politiche recenti. E cadono a fagiolo analisi come quelle del Rapporto dell’European Environmental Bureau (EEB), rete di oltre 143 organizzazioni con sede in più di 30 Paesi, che alla vigilia del Green Deal europeo, mentre si delineano le prospettive di intervento della Commissione e degli Stati, prova a ridiscutere il “decoupling” e i fondamenti degli approcci alla sostenibilità seguiti fin qui.

Stando al citato Rapporto in effetti al momento il «saldo finale positivo del progresso tecnico sull’ambiente non si è verificato». E, ancora più grave, senza cambiamenti di prospettiva «nulla dimostra che si possa avverare in futuro».

Non è che gli aumenti dell’efficienza tecnologica non siano necessari, tutt’altro. Progressi in alcuni settori, in zone specifiche e per fasi limitate si sono già avuti e sarebbe bene continuassero a verificarsi (ad esempio in Italia varrebbe molto diffondere tecniche per incrementare la classe energetica di edifici, scuole, uffici pubblici, motori). Ma – scrivono i ricercatori dell’EBB – i miglioramenti possibili non bastano «a scollegare un metabolismo economico in costante crescita dalla sua base biofisica». E aggiungono, curare il clima tramite il disaccoppiamento «è come provare a tagliare un albero con il cucchiaio: un’operazione probabilmente lunga, e ancora più probabilmente destinata a fallire», dunque rischiosa.

Prima di vedere le argomentazioni portate a sostegno di tali giudizi, un ultimo breve inciso.

L’invito a ripensare i legami tra economia e ambiente esiste come noto almeno dal 1972, da quando cioè un gruppo di giovani scienziati riuniti nel Club di Roma commissionò al MIT di Boston il rapporto sui limiti dello sviluppo, aprendo un dibattito mondiale a partire dallo stesso assunto: la crescita infinita per un organismo finito (il nostro pianeta) è un controsenso. La risposta di enti e istituzioni economiche a questo allarme non si è fatta attendere. Per decenni è bastato accogliere alcune sfumature all’interno dei concetti di sviluppo sostenibile e crescita verde per frenare la carica trasformativa di quell’allarme del 1972. Dal rapporto Brundtland del 1987 in poi, le istituzioni globali (OCSE, ONU, UE, Banca Mondiale), hanno effettivamente ammesso i rischi della crescita a tutti i costi, ma hanno insieme avallato l’ipotesi del disaccoppiamento: il cavallo di troia per la continuità del sistema economico e degli obiettivi di crescita, facendoci perdere forse tempo fatale.

L’illusione della “crescita verde”

Come si arriva al nuovo allarme e alle conclusioni di oggi?

Prendendo in esame una gran mole di studi empirici sul tema, all’EEB attestano come l’entusiasmo per la crescita verde sia figlia di una sostanziale finzione statistica, e indicano almeno sette ragioni per essere scettici riguardo al suo verificarsi negli anni a venire.

La prima (1) è l’aumento dei costi energetici necessari a sostenere la crescita: man mano che le scorte di materie, di qualunque tipo essa siano, si esauriscono l’estrazione diventa più costosa e dannosa per l’ambiente. Poi ci sono (2) i cosiddetti effetti rimbalzo per cui i miglioramenti nell’efficienza sono in tutto o in parte compensati da aumenti nei consumi nello stesso settore o in altri. Non è raro, ad esempio, che un’auto nuova e a basso consumo venga utilizzata più spesso, o che quanto risparmiato dai cittadini alla pompa di benzina possa essere speso in attività altamente impattanti, come un viaggio aereo (anche più di uno se low cost) che altrimenti non ci si sarebbe potuti permettere.

Non va sottovalutato neanche (3) lo spostamento dei problemi: ogni soluzione tecnologica a un problema ambientale può crearne di nuovi o esacerbarne altri. È il caso della produzione di energia elettrica per la mobilità privata, per dirne una, che causa pressioni sulle riserve di litio, rame e cobalto; o ancora è il caso dei biocarburanti che sottraggono suolo agricolo alla produzione di cibo.

Altra ragione per diffidare (4) risiede nell’impatto sottostimato dei servizi la cui impronta ecologica si somma a quella della produzione materiale, non la sostituisce come vorrebbero i più ottimisti. Tipico esempio sono i servizi digitali i quali non solo impiegano grandi quantità di energia (Pc, smartphone, tablet, datacenter e tutti gli apparati di Internet hanno triplicato le emissioni in dieci anni), ma fanno parte di un’economia che cresce insieme ai dispositivi con i quali funzionano e la cui frequente sostituzione richiede complessi processi di smaltimento. Il costo ambientale dello streaming è altrettanto elevato: si stima che la piattaforma Netflix sia responsabile di un terzo del traffico Internet in Nord America. Lo stesso mercato degli acquisti on-line, mentre libera i singoli dall’obbligo di spostarsi fisicamente genera una domanda aggiuntiva di merci che significa più traffico e caos stradale da parte dei moltissimi furgoni impegnati ad effettuare, ad ogni ora del giorno, le consegne a domicilio.

Il potenziale del riciclo (5) è tuttora basso: i processi dell’economia circolare sono pure importanti ma richiedono ancora molta energia e materie prime vergini e, soprattutto, agli attuali tassi di sviluppo non riescono ad assorbire la nuova espansione. Va poi valutato che (6) il progresso tecnico non sempre agisce per sostituire alcune tecnologie indesiderabili e non è abbastanza veloce. Infine ma non da ultimo (7) va tenuto in conto lo spostamento dei costi su scala internazionale. Rilevare il disaccoppiamento in un solo territorio o in una singola zona del pianeta senza calcolare il peso delle delocalizzazioni è infatti sbagliato. E non è un mistero che molte regioni benestanti del globo, prive ormai di settori industriali di rilievo, possano abbassare le loro emissioni soltanto perché le produzioni si sono spostate in Cina, India, Pakistan, Bangladesh, ecc. dove le industrie generano grandi quantità di CO, per realizzare beni consumati in Occidente.

Andare oltre è una necessità

Di fronte a questi dubbi, e con una decina d’anni appena per invertire i trend di riscaldamento globale, il rapporto dell’EEB pone dunque all’attenzione una questione cruciale, su cui interpellare i responsabili politici: l’esigenza di andare oltre i consueti schemi mentali con cui agiamo e, prima ancora, pensiamo le risposte all’attuale crisi ambientale.

Se come sembra in effetti i dati climatici indicano un colossale fallimento in atto, i governi non possono limitarsi a mettere rattoppi qua e là. Un serio Piano per l’ambiente, oltre a diffondere efficienza tecnologica, dovrebbe provare a includere iniziative che orientino a fondo l’economia: il tipo di investimenti, le scelte su cosa fabbricare, quanto e cosa consumare. Scriveva Keynes nel famoso saggio del 1926 contro il liberismo «l’importante per il governo non è fare le cose che gli individui stanno già facendo, e farle un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare le cose che al presente non vengono fatte per niente». Come si è visto, una delle cose che la società non sa fare da sola è trovare l’equilibrio tra economia e ambiente. Spetta perciò al mix di interventi pubblici riformare i mercati e crearne di nuovi; impostare la riconversione industriale e produttiva; imporre vincoli alle attività più impattanti; adottare politiche di sufficienza in grado di ridurre sprechi, rivalutare beni e infrastrutture esistenti e superare l’idea balsana che “il più sia sempre meglio”.

Cito per chiudere un esempio che gli autori EEB portano a sostengano di questa prospettiva.

Uno dei massimi report sul disaccoppiamento (programma ambientale ONU 2014) spende una pagina intera per descrivere tutte le possibili tecnologie per migliorare l’efficienza dei consumi di autotrasporto, dai deflettori a tetto pieno, alle cappe inclinate e paraurti aerodinamici, ai parabrezza curvi, fino, a all’uso di materiali alternativi e nuovi sistemi di trazione (idrogeno). Le opzioni che non menziona includono semplicemente: ridurre la velocità di tali camion o sostituire il trasporto merci su gomma con quello ferroviario, oppure ancora più efficacemente, ridurre alla fonte la necessità di trasporto trasferendo le attività e riorganizzando l’economia dei territori in modo da limitare viaggi e km percorsi dagli automezzi. Come? Avvicinando fisicamente le sedi di produzione e consumo, accorciando le catene di fornitura e vendita, incentivando gli acquisti a chilometro zero, sostenendo localmente forme di logistica alternativa a pedale o con mezzi elettrici leggeri, ecc.

Il fatto che tali soluzioni di buon senso non siano nemmeno considerate in uno studio sulle opzioni strategiche è una prova evidente di quanto sia dominante l’enfasi su una sola dimensione dell’eco-efficienza. E su quanta poca attenzione al benessere nostro e dell’ambiente sia insita nella tesi della crescita verde come unica dimensione di azione.

Trarre lezioni dalla diversità dei percorsi e confutare le tesi in voga (tutte) con dati concreti come fa l’EEB è un modo promettente per risolvere ciò che percepiamo come una crisi non solo ecologica ma della ragione e dell’immaginazione pubblica. Il successo di tale sfida è importante per ciò che è in gioco, a dir poco il futuro del nostro figli e nipoti per non dire della civiltà umana in quanto tale.

[1] Emissions Gap Report 2019 dell’UNEP, Agenzia specializzata dell’ONU per l’Ambiente e i cambiamenti climatici.
In copertina, Foto di Peter Lutz da www.pixabay.com

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