Idee

Abbasso la patrimoniale, viva la patrimoniale

La patrimoniale? Un tabù. Materia scottante, da non toccare. Ma è proprio impossibile parlarne? Veramente gli italiani sono così contrari? Non sarebbe il caso di pensare alla possibilità che chi ha tanto contribuisca a migliorare la vita di chi ha meno, specialmente in questi tempi duri?

Un tabù. Ecco cosa sembrano le imposte patrimoniali in Italia. Quel tipo di tributi, ordinari o straordinari, “commisurati al patrimonio complessivo di ciascun contribuente, ossia all’insieme dei beni che gli appartengono”, secondo la Treccani. Ma è proprio impossibile parlare di patrimoniale nel nostro paese? Veramente gli italiani sono così contrari ad una misura del genere? Non sarebbe il caso di pensarci, valutando laicamente, quindi fuori da pregiudizi non tanto ideologici, ma quasi religiosi, la possibilità che chi ha tanto contribuisca a migliorare la vita di chi ha meno?

117 miliardi di euro dai più ricchi!?

Paolo Graziano e Matteo Jessoula, su Altreconomia, sostengono che per far fronte all’incremento dei bisogni sociali dovuti all’emergenza Covid-19 e alla contrazione delle risorse economiche per fronteggiarli, occorrerebbe, banalmente, introdurre proprio un’imposta patrimoniale. Per i due, oggi sono necessarie più risorse pubbliche per il welfare, visto che il nostro paese non si è ancora ripreso dalla Grande recessione del 2008, è l’unico, insieme alla Grecia, ad aver subito una diminuzione del Pil pro capite nel periodo 2001-2019 ed ha rivelato, nella pandemia, una serie di “nervi scoperti” causati certamente dai tagli alla spesa (basti pensare al sistema sanitario). Graziano e Jessuola si chiedono: dove reperire le risorse necessarie, visto che l’Italia è in stagnazione da vent’anni, la finanza pubblica è in condizioni critiche e il prelievo su lavoro e capitale è già elevato? E, aggiungiamo noi, i soldi che arriveranno dall’Ue bisognerà in gran parte restituirli?

La ricchezza complessiva finanziaria e immobiliare delle famiglie italiane, scrivono, è più di cinque volte il Pil, il che fa del nostro paese uno di quelli con il rapporto ricchezza/reddito più elevati al mondo: si tratta di 9.700 miliardi di euro (nel 2017). Per di più, estremamente concentrati, visto che il 10% più ricco degli italiani ne detiene il 55% (Graziano e Jessuola citano questo studio). Facile (almeno apparentemente) concludere che “si potrebbe immaginare un prelievo straordinario sulla ricchezza che vada a gravare maggiormente sulle fasce più abbienti”, anche se “si obietterà immediatamente: è politicamente insostenibile, gli italiani sono contrari alla patrimoniale”.

Non sembra proprio così: Graziano e Jessuola riportano i risultati di un recente sondaggio della SWG: alla domanda “sarebbe favorevole all’introduzione di un contributo straordinario di solidarietà nazionale pari al 5% della ricchezza soltanto per il 10% più ricco per finanziare interventi volti a rafforzare i sistemi sanitario, di contrasto alla povertà e pensionistico?”, ben il 29,4% degli intervistati risponde “molto favorevole” e il 30,7% “abbastanza favorevole”. Totale dei favorevoli (stando al sondaggio, certo): circa sei italiani su dieci (quota che sale al 75% nel caso di prelievo dell’1% soltanto sulle famiglie con ricchezza superiore a un milione di euro). Un’imposta del genere garantirebbe un gettito di circa 117 miliardi di euro (“oltre tre volte ciò che potrebbe essere messo a disposizione con il Meccanismo Europeo di Stabilità di cui si discute”), cifra senz’altro enorme: “si può davvero continuare a ripetere Abbasso la patrimoniale?“, si chiedono i due autori?

Tassare le attività finanziarie

In un altro articolo di Altreconomia, ancora Paolo Graziano sostiene l’opportunità di un’imposta straordinaria sulle attività finanziarie, quindi parzialmente diversa dalla patrimoniale pura e semplice, la cui portata potrebbe essere ancora maggiore. Graziano cita una recente indagine realizzata dal Censis per l’Associazione italiana private, secondo la quale, “contando biglietti, monete e depositi, titoli obbligazionari, quote di fondi comuni e riserve assicurative e garanzie standard, nel 2018 il totale delle attività finanziarie detenuto dalle famiglie italiane era pari a 4.217 miliardi di euro: 2,5 volte circa il Pil italiano”. Una quantità enorme di denaro, “frutto di anni di risparmi, che rappresenta il risultato di uno sforzo personale e familiare meritevole di rispetto e di salvaguardia”.

Tuttavia, secondo l’autore, nell’emergenza attuale sarebbe utile un contributo straordinario che pesi in modo proporzionale su tutti. Ecco i conti: “accettando un principio di solidarietà per il quale è indispensabile reperire risorse in tempi rapidi”, sarebbero possibili tre scenari, secondo diverse aliquote di tassazione: 1%, 3%, 5%. Un’imposta straordinaria dell’1% garantirebbe circa 40 miliardi di euro; una del 3%, circa 120 miliardi; una del 5%, addirittura circa 200 miliardi. Risorse che, a crescere, permetterebbero di contenere l’aumento del debito, tamponare l’emergenza e facilitare la ripresa. Graziano scrive che “il contributo straordinario sotteso ai tre scenari di solidarietà condivisa richiede una discussione molto più approfondita sotto il profilo tecnico”; ma è chiaro che sarebbe una risposta che “enfatizzerebbe un principio di giustizia sociale”, renderebbe esplicita la “condivisione dello sforzo necessario per la ripresa” e “dimostrerebbe che l’Italia può (cominciare a) farcela da sola”.

Il ragionamento, se l’approccio è un semplice criterio di equità, sembra non fare una piega ed essere quasi di buon senso: possibile che i ricchi non debbano contribuire di più non solo per far fronte all’emergenza attuale, ma, allargando il campo, anche proprio per finanziare maggiormente le strade in cui essi stessi camminano, le forze dell’ordine che tante volte vengono invocate, le scuole elementari dove mandano i propri figli? O per migliorare la vita di tanti lavoratori che poi sono occupati proprio nelle loro aziende o addirittura nelle loro case? E possibile che non possa passare un principio di solidarietà collettiva, per cui redistribuire sia messo nell’agenda dei poteri pubblici in maniera decisa?

Approcci opposti e contrari

Eppure, si tratta di un terreno scivolosissimo, come noto. Ed estremamente divisivo. Tanto per fare un esempio, in rete è possibile trovare, uno di seguito all’altro nella ricerca su google, due articoli così titolati: Perché la patrimoniale è inutile e dannosa e Perché la patrimoniale è giusta ed equa. Opposti e contrari. Il primo proviene da Il Sole 24 Ore, il secondo da Left.

In quello de Il Sole, si sostiene che “quanti parlano di patrimoniale sparano numeri a casaccio” e “descrivono introiti giganteschi che possono esistere solo nella propria fantasia, di certo non nella realtà”. La patrimoniale è un’imposta non solo inutile, perché “presenta un gettito irrisorio”, ma anche dannosa perché deprime l’economia: “non a caso Luigi Einaudi non ne voleva sentir parlare, ritenendola sommamente ingiusta. Tassa una seconda volta un patrimonio costruito con i risparmi e gli investimenti su cui sono già stati assolti gli obblighi fiscali”.

In quello di Left si legge che “l’idea che lo Stato possa imporre ulteriori prelievi a chi ha già pagato fino all’ultimo centesimo tasse sul reddito e sui consumi, ricevendo spesso in cambio servizi carenti, è ovviamente impopolare”. Imposte sul patrimonio già esistono: “lo sa bene chi possiede una vecchia utilitaria su cui paga il bollo, allo stesso modo di chi ha qualche risparmio, per non parlare di chi si trovi ad ereditare una modesta seconda casa, magari invendibile, subito gravata da un’Imu salatissima. Per non parlare degli artigiani, su cui la proprietà di un capannone rischia di pesare in modo insostenibile”. Salva è invece la prima casa di chiunque, anche un attico di lusso, ed irrisori sono i prelievi sui grandi patrimoni finanziari e sulle relative rendite. Ebbene, proprio “a queste disuguaglianze deve essere posto rimedio, in un Paese in cui il 5 per cento più ricco della popolazione ha un patrimonio pari al 90 per cento più povero, o in altre parole 10 persone valgono come 10 milioni”. Un’imposta progressiva con una franchigia di un milione di euro sul patrimonio mobiliare o immobiliare farebbe sì che tanti pagherebbero di meno e pochi molto di più. Con effetti del tutto positivi: per le casse dello Stato, come elemento di equità e come presa di coscienza, diciamo così, che “mai come oggi il capitalismo determina l’accumulazione in poche mani delle risorse”, che serve redistribuire. Chi è contrario, continua l’articolo, “dimostra solo di essere rimasto con la testa al secolo scorso, incapace di comprendere le gigantesche trasformazioni che la finanziarizzazione dell’economia ha determinato nel rapporto fra reddito e patrimonio, a tutto vantaggio del secondo” e non vede l’asimmetria della crisi (quella del 2008, attenzione), che ha colpito l’Italia peggiorando di molto le condizioni di vita di tanti e avvantaggiando una piccola minoranza che ha lucrato sulla situazione.

“Mai come ora quindi una patrimoniale avrebbe un senso di riparazione e riequilibrio dei costi sociali degli ultimi anni”. Questa frase, contenuta nel secondo articolo, è del 2019. Siamo nel 2020, annus horribilis per la salute mondiale, per la qualità della convivenza tra gli individui e per il benessere di una quantità ancora non calcolabile di esseri umani. Davvero la patrimoniale può ancora essere considerata un tabù?

Foto di Qube’s Pictures da Pixabay

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