Opinioni

A un comizio di Matteo Salvini

Cosa lega Matteo Salvini alla gente che lo segue? Cosa lo rende “capitano”? Viaggio all'interno di un evento in cui c'è molto da capire

Quando le persone cominciano a occupare i primi posti sotto al piccolo palco e tutto intorno, Matteo Salvini è ancora in viaggio. Sta arrivando a Perugia da Roma, parlerà su questo palchetto montato in tutta fretta a pochissimi metri dall’ufficio dal quale la presidente della Regione Catiuscia Marini, pressata dallo scandalo sanità, ha inviato la lettera di dimissioni neanche ventiquattr’ore prima.

Sotto

Lì sotto cominciano ad arrivare persone che formano crocchi. E parlano. C’è di tutto. I fascisti sì, ma non solo loro, non sono affatto la maggioranza, anzi. Però i fascisti, sì. Proprio quelli di cui il capitano negherà l’esistenza di lì a poco dal palchetto. Eppure si sentono, e si vedono anche. Due di loro, in posizioni diverse della piazza, tenderanno il braccio destro in un fugace saluto romano; uno appena Salvini apparirà sul palco a mo’ di benvenuto, l’altro alla fine, in direzione di un gruppo di contestatori del capitano. Tra loro c’è chi avrebbe preferito che Matteo parlasse in piazza IV Novembre, il cuore di Perugia, “dove faceva i comizi sua eccellenza Benito Mussolini”, dice. C’è chi vagheggia un “governo Lega-Fratelli d’Italia con l’appoggio esterno di Forza Nuova e Casapound”, e chi vuole raggiungere “la maggioranza assoluta per cambiare la Costituzione”. Ma non ci sono solo loro, i fascisti nostalgici. C’è tanta gente normalissima che più normale non si può. Due donne quarantenni arrivano in autobus in questa piazza per un pomeriggio vietata alle auto dove si guardano l’uno con l’altro i palazzi della Provincia di Perugia, del Consiglio e della Giunta regionale. Jeans attillati, capelli a tinte forti. Sorridono contente e vanno a prendere posto. Due anziane s’incrociano e si scambiano notizie sui rispettivi nipoti. Ci sono la sessantenne con le labbra gonfie di botulino, il poverocristo vestito alla meglio e il fighetto con le scarpe da 300 euro ai piedi. Ci sono la ragazzina con i piercing e i jeans strappati e quella acqua e sapone abbracciata al fidanzato. Vedo anche tre ragazzi il cui colore della pelle testimonia l’arrivo dall’Africa più interna. Ce ne sono diversi nati in questa città, immigrati di seconda generazione. Altri adottati da famiglie italiane quando erano piccoli. Mi dico che devono appartenere a una di queste due categorie. Mi avvicino per ascoltare come parlano. Il loro italiano incertissimo mi dice invece che con tutta probabilità devono essere richiedenti asilo, parte di quella categoria contro cui il capitano inveirà di lì a poco perché “affollano le nostre piazze col cappellino, le scarpe costose e il telefonino”. Mi stupisco, e sarà solo la prima volta in questo scorcio di fine giornata passato in questa piazza. Ci sono militanti che confabulano sulle prossime amministrative e c’è la signora che confonde le figure di consigliere e assessore. C’è il popolo, in questa piazza. O almeno un pezzo di popolo col quale la parte politica che era riuscita a rappresentarlo ha disconnesso ogni legame. Giovani, di mezza età e anziani, uomini e donne, ricchi e poveri. Uno spaccato trasversale di un’Italia di cui un’altra parte del paese non sa più nulla né trova la capacità di comunicarci.

Sopra, cioè: lui

Quando Matteo Salvini arriva in piazza, sul palchetto già da un po’ si stanno avvicendando col microfono gli esponenti del ceto politico di una Lega che sta lievitando a vista d’occhio in Umbria. Il capitano non li degna di un’attenzione. Rimane sotto: stringe tutte le mani che può, abbraccia e si fa abbracciare, dà pacche. Poi sale. Ma ridiscende subito. È una rockstar che si concede ai suoi fan. L’ignoto ai più Valerio Mancini, consigliere regionale umbro cui è toccata la sventura di avere in mano il microfono proprio in questo momento, ferma il suo eloquio in segno di rispetto per il capo. Lui da sotto gli fa cenno di continuare, come un frontman che chiede alla sua band di turnisti di fare un altro giro. E Mancini prosegue. E Matteo continua ad abbracciare corpi e stringere mani. In questo inizio c’è contenuta l’essenza di quello che sarà l’evento: l’ostensione del corpo del capitano. È il virtuale riempimento del vuoto che separa Matteo Salvini dalle persone che lo ammirano. L’abbattimento della distanza creata dallo schermo, televisivo o dello smartphone che sia. Virtuale perché non ci sarà riempimento autentico se non, per i più “fortunati”, un abbraccio, una pacca o un selfie. È il confezionamento e la distribuzione di un’emozione. Il comizio non ci sarà. A meno di voler definire comizio 12 minuti (dodici) di frasi smozzicate tra un insulto e l’altro lanciato nei confronti di qualche decina di contestatori. Li provoca subito, Salvini. Aizzando il suo pubblico contro di loro. Il refrain è quello di sempre. Ma assistervi dal vivo, senza il filtro del racconto parziale dei media, disvela tantissimo. “Comunisti in via d’estinzione, figli di papà, mezzi tossici, gente che chiacchiera e non fa niente dalla mattina alla sera”. È un continuo, e fin qui non c’è niente di nuovo. Però quello che non si sa è che nei dodici minuti in cui avrà il microfono tra le mani Salvini li beccherà cinque volte. Troppe per non essere parte di un copione; troppe per essere la prima volta; troppe per non essere una cosa studiata. Come sui social, il capitano ha bisogno dell’antagonista, si nutre di lui: lo espone al pubblico ludibrio e lo azzanna. Come cannibalizza gli alleati presentando al pubblico Donatella Tesei – “che sarà la prossima presidente della Regione”, dice, fregandosene di Fratelli d’Italia e Forza Italia, cui impone la sua candidata in piazza -, così tenta di alimentarsi dei suoi oppositori, facendone una caricatura, usandoli per colmare le lacune di un discorso che non va oltre i “porti chiusi”, “i richiedenti asilo stupratori, ladri e spacciatori”. Dodici minuti, infatti. Non di più.

La logica

Ma c’è una logica puntuale in tutto questo. Matteo Salvini non è venuto per comunicare qualcosa, lui è qui per regalare emozioni. Si avvale degli elementi costitutivi della narrativa e del teatro e li rimanipola: l’eroe (lui), l’antagonista (i contestatori), il coro (il pubblico), il lieto fine (la sconfitta dell’antagonista e l’incontro eroe-coro). Tutto è al suo posto, tutto è funzionale, anche i contestatori, loro malgrado. Lui è venuto qui per esporre il suo corpo, farlo toccare, farlo fotografare. È qui per diventare reale. Un comizio è un impegno, per chi lo fa e per chi lo ascolta: occorre trovare un filo, legare argomenti. Questa invece è un’antologia di slogan. E, soprattutto, è la messa in scena di un pezzo di teatro che termina con l’ostensione del corpo dell’eroe. È l’offerta di un’emozione. Ai dodici minuti di scarno parlato seguirà più di un’ora di selfie. Organizzato. Scientifico (“non vado via fin quando non avrò fatto l’ultima fotografia”, dirà a un certo punto il capitano per calmare chi si accalca). Il servizio d’ordine inviterà il pubblico a mettersi in ordine per la coda da una parte del palco e farà uscire le persone col selfie impresso nella memoria dello smartphone dall’altra parte (nel video qui sotto c’è una manciata di secondi di una cosa che è durata più di un’ora, così ci si può fare un’idea). Sembra di assistere a un firma-copie di quei cantanti che non hanno la forza di fare un tour con le loro canzoni e tirano su soldi andando in giro e costringendo i loro fan a comprare i cd per farseli firmare e farsi un selfie: mettendosi in mostra, mica cantando. Saranno centinaia i selfie. Singoli. A uno a uno. Matteo e il popolo di monadi.

Un’emozione (e l’egemonia)

È un evento che non ha quasi niente di politico, nel senso classico del termine, questo non comizio. È, appunto, l’offerta di un’emozione. È Matteo Salvini che si fa corpo, che si materializza agli occhi di un popolo che l’ha eletto capitano. L’uomo dei media e dei social media che si manifesta in carne ed ossa. Il virtuale che diventa reale per un attimo e dileguarsi subito dopo. Un’emozione. Di politico qualcosa c’è, a ben vedere. C’è un popolo variegato, eterogeneo, i cui discorsi sotto al palco, in attesa del “campione”, sono ispirati da un misto di indignazione e resa che assume i contorni di un rancore sordo. “Quando stavamo all’università, arrivavano i figli di papà che non aprivano bocca e prendevano trenta”; “entravano solo i raccomandati”; i giornalisti “di sinistra” qualificati “merde” perché “ai nostri je fanno l’interrogatorio e i loro li fanno parla’”. Questa è l’indignazione delle frasi smozzicate captate qua e là per la piazza che si posa su decenni di individualismo esasperato, in cui è andata persa, in questa parte di popolo (e forse non solo) qualsiasi speranza di farcela insieme. È un popolo solo, composto di monadi che investono su uno di loro, Salvini, appunto, quello che ce l’ha fatta. E che ora metterà a posto le cose. Difendendo, non conquistando nulla. Si badi. Difendendo. Non c’è prospettiva, non c’è sguardo in avanti. La rivoluzione la si vuol fare sì, ma per tornare indietro, per cacciare gli stranieri e tornare a quando non c’erano; perché l’unica modificazione in peggio che il capitano lascia intravedere al suo popolo impoverito è che è cambiato tutto perché ora ci stanno gli stranieri (altro elemento costitutivo di certi racconti: il capro espiatorio). E Salvini la farà da solo la rivoluzione, ovvio, perché il popolo, questo popolo, è troppo occupato a tirare a campare e gliela delega la rivoluzione. C’ha da tirare a campare, il popolo. Da solo, ognuno come una monade. Non vede altro modo, il popolo, se non di farlo da solo, insieme di monadi. Perché l’egemonia è questa: stai solo, sfangala, e cerca qualcuno che ti difenda. Il selfie con Salvini è un risarcimento misero, è un’appropriazione momentanea del riflesso di luce di uno che ce l’ha fatta e rimetterà a posto le cose. L’ostensione del corpo del capo restituisce una speranza. E Salvini è interprete pieno del suo tempo, pur con un discorso di corto, cortissimo respiro. Essendo questo un tempo ormai più che fluido, che vive di istantaneità, non è detto che il suo successo non s’inceppi molto presto come accade a molti dei trapper che vanno in giro a fare i firma-copie e dopo un anno non se li ricorda più nessuno, o com’è accaduto a uno che gli ha somigliato parecchio, l’altro Matteo. Ammesso che succeda però, l’egemonia rimane quella: sei solo, sfangala. E quello è un ostacolo che la fluidità dei tempi non cancella.

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