Idee

Chiedere un mutuo

(e perché privatizzano il welfare)
I tagli allo stato sociale si vedono anche nelle vicende quotidiane: una coppia chiede un mutuo e la banca propone un'assicurazione, perché non vuole correre il rischio di rimetterci. E così si è obbligati a comprare prodotti di mercato per evitare le conseguenze del mercato.

Ugo Carlone

Entrano in banca, su appuntamento. Marmi, stucchi e poltrone di pelle. Poche persone in qualche fila. Del resto, il pomeriggio c’è sempre un po’ meno movimento. Chiedono del dott. Guidoni e li accompagnano alla soglia della sua porta. Bussano, entrano, si presentano. “Piacere, Guidoni”; “piacere, Roberto”; “piacere, Alessandra”. Guidoni: “ditemi pure”. Roberto, in leggera sovrapposizione con Alessandra: “allora… vorremmo comprare casa, e ci servirebbe un mutuo”.

Roberto e Alessandra la casa già l’hanno trovata con un’agenzia. Vogliono cambiare aria, stare lontani dalla città non fa più per loro, lui ci mette una vita ad andare al lavoro e lei si sente un po’ troppo isolata. E i loro bimbi starebbero meglio, ne sono sicuri. L’appartamento non costa molto, se lo possono permettere; un po’ di soldi in banca ce li hanno, visto che i bimbi sono arrivati tardi e, prima del grande evento, sia Roberto che Alessandra hanno lavorato senza spendere tutto il guadagnato. Ora lavora solo Roberto, perché la conciliazione famiglia-lavoro è stata impossibile per Alessandra, che ha dovuto lasciare l’occupazione (ma quante ce ne sono di donne in questa situazione?). Quindi: reddito decente (appena, per quattro) e “patrimonio” decente per poter investire in qualcosa, anche se non abbastanza corposo per coprire l’intero acquisto della casa (sebbene i prezzi si siano ribassati, eccome). Ai genitori non possono chiedere liquidità (casomai, una mano con i bimbi). E allora serve un prestito, più alto della cessione del quinto di Roberto, che non basta. Un mutuo: e a chi si chiede il mutuo?

Guidoni è un tipo strano: non lo vedresti a gestire un settore delicato della banca. Vuole fare il simpatico, ma gli effetti sono pessimi. Vuole fare il tecnico serio, ma non emana sicurezza e fiducia. Ha un piccolo tic che gli fa muovere leggermente il lato sinistra della bocca, proprio dove partono le labbra, e gli fa emettere un leggerissimo schiocco, come una pernacchietta. Ha una bella pancetta e il naso a maialino. Esita a bocca un po’ aperta quando gli si fanno le domande, guardando con aria appesantita. È impacciato nel parlare, non si capisce bene, si mangia le parole e a volte ci inciampa sopra. Sembra uno di quei preti che fanno il prete quasi per forza, senza passione, e ti confessano (stando ai miei ricordi d’infanzia) con un misto di bonarietà e svogliatezza. Insomma, Roberto già sa che Guidoni ad Alessandra non sta simpatico; Alessandra già sa che Guidoni a Roberto non sta simpatico. Ma tant’è, la banca ha messo (chissà come e chissà perché) questo tizio a relazionarsi con il pubblico su un tema così sensibile come la richiesta di soldi. E Guidoni sciorina, a modo suo (cioè in maniera confusa e scrivendo antipaticamente cifre e appunti su un foglio) l’importo delle rate a 20 o 25 anni, il rapporto tra reddito e rata, il rapporto tra mutuo e valore dell’immobile. E i costi (a fondo pagina, in stampatello sottolineato): il notaio (“quello ve lo scegliete voi”); il perito (“quello lo scegliamo noi”); l’imposta; l’istruttoria; l’assicurazione scoppio e incendio (obbligatoria: giusto, per carità). E poi un altro balzello, cioè un’altra assicurazione, “vivamente consigliata” (se non la fai, non ti danno il mutuo): quella sulla vita (di Roberto), a garanzia del mutuo. Cioè, se Roberto muore, l’assicurazione paga le rate residue. Detto così, non sarebbe una follia. Ma ci sono due cose che non tornano.

La prima: il costo. La cifra è notevole, pari a quasi il 6-7% della somma richiesta. Certo, se la si versa tutta insieme, c’è una forte “scontistica” (vorrei acchiappare chi ha inventato questo termine). Ma, insomma, il 6-7% non è affatto poco. Costa più della cucina nuova che Roberto e Alessandra vorrebbero comprare; parecchio di più dei lavori di rimbiancatura.

La seconda, più grave della prima: la giustificazione. Qui Guidoni si spertica, di nuovo a modo suo. Rivolgendosi, ovviamente, ad Alessandra, dice: “sa, signora, oggi non è più come prima. La società non garantisce più come una volta” (ma dai!). “Prima, si lavorava in due. Oggi, per una famiglia dove c’è uno solo che lavora…” (e da chi dipende se Alessandra non lavora più?). La porta su un tono superstizioso-giocoso: “per carità, facendo le corna” (e Guidoni le fa, materialmente, con entrambe le mani) “se tante volte dovesse succedere qualcosa a lui… per carità, signo’, si fa solo per dire e non succederà mai, ma sai com’è” (lo so com’è, pensa Alessandra), dice Guidoni ridendo a forza e a denti serrati, agitandosi avanti e indietro sulla sedia di pelle. “Oggigiorno” (ma non basta dire oggi?) “la situazione è complicata, non è più come una volta” (e ridagli). Alessandra fa sì e ancora sì con la testa, guardando Guidoni tra il rassegnato e l’incazzato. Roberto guarda Alessandra, di sbieco. Ed entrambi pensano. Pensano istintivamente, se si passa l’ossimoro.

Pensano che non è che la società non garantisce più come prima perché un giorno si è svegliata male e ha detto “basta garanzie per (quasi) tutti!”. O perché c’è stata una guerra mondiale. O una carestia o una catastrofe atmosferica. O il diavolo. O la sfiga. No, la società non garantisce più come prima perché ci sono diversi signori e organizzazioni che si sono sforzati, impegnati, spremuti le meningi perché così fosse, mossi da idee precise. “Affamare la bestia”, diceva Reagan a proposito della strategia da mettere in pratica contro l’amministrazione pubblica (che, se non lo aveste capito, significa tagliare, tagliare e tagliare fondi); “il governo non è la soluzione, è il problema”, sempre Reagan. “La società non esiste. Io non la vedo. Io vedo individui, famiglie”, echeggiava la Lady di ferro, Margaret Tatcher. E Milton Friedman, l’economista premio Nobel (strana questa Svezia: mette in piedi lo Stato Sociale con le due “s” maiuscole e poi è il luogo dove si premia un liberista): “lo stato sociale è una brutale intromissione nella libertà individuale”; e ancora: “a fondamento della filosofia dello stato sociale sta la forza: il poliziotto che preleva il denaro dalle tasche dei cittadini”. E poi via con i Chicago Boys, il Washington Consensus, il Fondo Monetario Internazionale e, veramente, chi più ne ha più ne metta. La società, come dice Guidoni, non garantisce più perché le forze economico-politiche dominanti così hanno voluto. “Tutta colpa del neoliberismo, è il nome di un gruppo Facebook che fa satira sui “gufi” che si oppongono a questa che è una vera e propria ideologia. Magari tutta colpa del neoliberismo no (la faccenda è un po’ complicata, magari se ne riparlerà), ma gran parte sì.

E il rimedio è una beffa: la società non garantisce più; quindi, come facciamo a sentirci garantiti? Ma che domanda! Con una bella assicurazione sulla vita, così se Roberto crepa, la banca è a posto senza aver sborsato una lira, ed anzi avendo, lei sì, garantito il profitto che deriva dagli interessi; e anche Alessandra è a posto (con la casa; il marito l’ha perso), ma ha pagato quasi il 6-7% del mutuo per esserlo.

Guidoni, forse inconsapevolmente (vista la statura del personaggio), è solo la punta avanzata del processo che è partito negli anni settanta e che ha parecchio smantellato lo stato sociale. L’uomo mandato all’attacco, il terminale offensivo, l’ultimo anello, l’ultimo miglio. Comunque il punto di giuntura tra chi ha teorizzato tagli e applicato cure da cavallo ad alti livelli e il popolino che ne subisce le conseguenze. Guidoni e Alessandra (e Roberto) stanno su due fronti, separati dalla scrivania ingombra di penne bic rosse e nere senza tappo, post it e foglietti tanto comodi per scarabocchiare quando si parla al telefono. Stanno su due fronti separati, ma in quel momento si toccano, interagiscono in qualche modo. Si materializza, scusate l’enfasi, il potere dell’economia di mercato sull’individuo (controsenso: l’economia di mercato, soprattutto di stampo liberista, dovrebbe favorire l’individuo). Le parole di Guidoni sono la conseguenza, trent’anni dopo, di quelle di Reagan e Tatcher e Friedman e tutti quelli che hanno dato loro retta, anche socialdemocratici, socialisti, ex comunisti, presi dalla Terza Via Blair-Giddensiana, cioè da una copia fatta male dell’originale.

Insomma, l’ufficio di Guidoni è la rappresentazione plastica, e niente affatto teatrale, dello scarto tra meccanismi dell’economia e soddisfazione delle persone (un tempo si diceva conflitto di classe). La proposta dell’assicurazione sulla vita è la beffa che Alessandra (e Roberto) devono subire per potersi comprare casa. La società non garantisce più. Quindi bisogna fare l’assicurazione sulla vita, di Roberto (che se muore Alessandra, chissenefrega). E l’assicurazione sul mutuo è solo uno dei tanti esempi possibili: pensate, tante per dire, alle pensioni integrative o alle polizze sulla salute.

Vince Guidoni, arruolato nelle armate del mercato, con la sua pancetta, il tic con pernacchietta e gli appunti antipatici: comprare un prodotto di mercato per evitare le conseguenze del mercato.

Che geni, questi privatizzatori del welfare.

(Come nel caso di Incastrati, i protagonisti di questa piccola storia esistono davvero e li ho incontrati. I nomi, ed alcuni dettagli, sono di fantasia, ma, di nuovo, non le loro disavventure).

Foto di Becky Stern, https://www.flickr.com/photos/bekathwia/

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Un commento su “Chiedere un mutuo

  1. Io ho un vago ricordo di un’espressione ormai idiomatica che si usava un tempo: “rischio di impresa”. Una cosa facile facile: se intraprendi un’iniziativa commerciale ti assumi dei rischi. L’imprenditore era una specie di capitano di vascello in lotta contro mari e venti avversi a volte. Un capitano coraggioso appunto (qui ci vorrebbero degli emoticon, la scrittura non basta). Ci ho ripensato tante volte, perché tante volte mi torna alla memoria quando qualcuno mi racconta di com’è vessato. In sintesi si è trovato il modo di scaricare sempre e comunque il rischio d’impresa…altrove. L’ultima volta che ci ho pensato è stato qualche giorno fa quando una mia amica che lavora da anni come cuoca in uno dei ristoranti più famosi del mondo mi ha detto che FIRMA CONTRATTI GIORNALIERI CON UNA SOCIETA’ INTERINALE. (Aggiungo sommessamente che prende una paga oraria inferiore a quella che diamo entrambe a un’amica che ci fa le pulizie. In regola ovviamente). Quando l’ho guardata con gli occhi di fuori, mi ha risposto che il ristorante non può sapere di quanti cuochi possa avere bisogno ogni giorno, che è un po’ come dire che la banca non è un istituto di beneficenza. Lì mi è tornata in mente ancora una volta quell’antica espressione… Immagino che Alessio Martina e Romina siano molto solidali con Alessandra Roberto e i loro bambini…

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