Percorsi

La moneta che non c’è

E arricchisce le comunità
Ci sono valute che non si propongono di sostituire quelle ufficiali, ma le affiancano e garantiscono prestiti e liquidità senza interessi e commissioni, bypassando le banche e garantendo affari e sviluppo. Chi le promuove non ha dimenticato che l'economia è al servizio dell'umanità, non il contrario

Fabrizio Marcucci

Si possono contaminare i sistemi bancari e monetari con le idee dell’anarchico Proudhon; si può riscoprire un’intuizione di Keynes e metterla a fondamento di un progetto di sviluppo locale; e si può imparare a risollevarsi da gente che è stata in ginocchio, come accadde agli argentini qualche lustro fa, che si ritrovarono con le banconote in tasca che valevano come un pacchetto di kleenex. Si può riuscire in imprese apparentemente impossibili, insomma. Per farlo, il primo passo da compiere è capire che siamo circondati da costruzioni e consuetudini che sembrano naturali ma non lo sono. È il vederle reiterate che le rende una regola. E la regola, una volta che si è affermata, sembra essere sempre esistita. E si proietta nel futuro: appare come eterna, immutabile. Naturale, appunto. Ma non lo è.

La parola “credito” è una di quelle che si presta a spiegare questa torsione dei significati che si cristallizza in regola. Credito nasce come sinonimo di fiducia, stima, considerazione. Da quando è stata legata al sistema delle banche invece, a quella parola siamo portati ad associare quelle di interesse, garanzia, ipoteca; usura, addirittura, talvolta. Più complicata, ma in parte analoga, la parabola di “moneta”: nata come mezzo di scambio, è divenuta sinonimo di accumulazione fine a se stessa, o, per chi non ne ha a sufficienza, di dannazione.

Sarà forse anche questo uno dei motivi per cui nel mondo proliferano le monete cosidette complementari: secondo stime, se ne contano circa cinquemila. Mezzi di scambio che non sostituiscono le valute ufficiali ma le affiancano. La carenza di ufficialità viene colmata dal carico di fiducia che i contraenti investono l’uno sull’altro quando scambiano in questo tipo di valute. Fiducia è la parola su cui insiste Tonino Perna, professore di sociologia economica all’Università di Messina e pioniere in Italia della moneta complementare: inventò l’Eco-Aspromonte all’alba degli anni Duemila, quando era presidente del parco nazionale che prende il nome dal massiccio calabrese. E fiducia è un concetto ricorrente – anzi: basilare – nell’esperienza di Sardex, la più avanzata in Italia di moneta affiancata all’euro.

Sardex, moneta complementare, credito commerciale
La “squadra” di Sardex, che consente il buon andamento del servizio di credito che non utilizza l’euro

Ma la fiducia può costituire una leva per lo sviluppo economico? A vedere da vicino il caso di Sardex si direbbe proprio di sì. L’esperienza che si è mossa dalla Sardegna a partire dal 2010 conta oggi tremila imprese aderenti “di ogni dimensione e settore dislocate in tutta l’Isola, guidate sia da giovanissimi startupper che da imprenditori di lungo corso”, spiega Carlo Mancosu, responsabile della comunicazione di Sardex. Nel 2015 si è registrata una media di transazioni mensili equivalente a cinque milioni di euro. E oggi i circuiti regionali che sono nati sulla base di Sardex sono undici: dal Piemonte alla Campania. Seimila le imprese aderenti. L’obiettivo per il 2016 è di arrivare a cento milioni di euro di transazioni. Senza euro, però.

La fiducia può costituire una leva per lo sviluppo economico?
A guardare da vicino l’esperienza di Sardex pare proprio di sì:
3mila imprese aderenti e milioni di transazioni,
con un circuito che si va allargando e fa a meno dell’euro

Il meccanismo di Sardex è semplicissimo, ma rivoluzionario. Si entra nel circuito pagando un canone annuale a seconda del fatturato e della dimensione dell’impresa. A quel punto si possono offrire alle altre aziende aderenti i beni e i servizi che si producono e, in cambio, si può disporre a propria volta dei beni e servizi prodotti dagli altri. Il tutto senza esborso di denaro, ma calcolando crediti e debiti in sardex, il cui valore è pari all’euro. Con un esempio ci si capisce meglio: un’impresa edile che ha bisogno di sviluppare un sito internet e della relativa manutenzione, può avvalersi del servizio che gli verrà garantito da una delle aziende aderenti al circuito senza dover sborsare un centesimo. L’impresa edile avrà maturato a quel punto un debito, che verrà restituito, poniamo, con la ristrutturazione di un locale che diventerà sede di una start-up di giovani, anch’essa aderente al circuito. Si chiama “credito commerciale”, ma ha molto a che fare con banche e monete. Solo che ne fa a meno. Le bypassa. E superandole consente di risparmiare in interessi e commissioni. Crediti e debiti vanno nel conto corrente elettronico (rigorosamente in sardex) ed entro dodici mesi si deve “rientrare”. Funziona: tanto che ci sono aziende che cominciano anche a retribuire, almeno in parte, i propri dipendenti in sardex. Si tratta di somme che possono essere spese dai lavoratori stessi presso le aziende aderenti al circuito per acquistare beni e servizi. È una sorta di pagamento in natura avanzato e ben organizzato, che non sostituisce quello convenzionale in euro: lo affianca fornendo un’opportunità in più. Ed è una pratica che oltre a mettere in contatto con una platea di nuovi clienti e “fare comunità”, assume un valore rilevante, tanto più importante oggi, in un momento in cui una delle croci di chi fa impresa è la mancanza di liquidità. Non solo: chi entra in Sardex.net usufruisce anche della consulenza di broker il cui lavoro è mettere in contatto imprenditori che da soli non ci riuscirebbero. Sardex insomma, non è solo un’idea, buona, per chi intende fare impresa e ha gli occhi spalancati sul mondo e non piegati sul proprio ombelico; è essa stessa un’impresa in cui lavorano decine di persone per fare in modo che il circuito sia sempre funzionante. Per dirne una: chi vuol entrare in Sardex.net deve presentare una candidatura che viene vagliata da esperti che giudicano sull’allineamento ai principi generali del circuito.

“Abbiamo iniziato a pensare a Sardex già dalla seconda metà del 2007 – spiega Mancosu – è proprio in quel periodo che avevamo cominciato a guardare con una certa apprensione a ciò che stava accadendo oltre oceano. Il fatto che la crisi partisse proprio dal sistema finanziario ci ha portato a riflettere sulle inevitabili ricadute di quest’ultima sull’economia reale. Sapevamo infatti che sarebbe stata solo una questione di tempo e la crisi finanziaria si sarebbe presto trasformata, dapprima in una crisi del credito, poi dei consumi (e quindi della domanda) e infine in una crisi produttiva ed occupazionale. Sapevamo pertanto che se non si fosse trovato il modo di offrire all’economia reale strumenti contro-ciclici capaci di aiutare le nostre imprese a fronteggiare la crisi di liquidità, il nostro sistema economico sarebbe andato incontro a una recessione difficile da arginare”.

Alla base dell’idea di moneta complementare ci sono
Keynes e Proudhon, il mutualismo svizzero ed altri economisti eterodossi,
ma soprattutto c’è uno sguardo
che non si ferma allo stato di cose presenti, o se non altro non lo considera naturale

Messa in questo modo, sembrerebbe una misura di carattere strettamente economico. Non è così. Intanto perché la cosa, come spiega lo stesso Mancosu, si basa sul mutualismo indicato da Proudhon e sull’idea del sistema della compensazione tra nazioni illustrata da Keynes alla conferenza di Bretton Woods del 1944; e già questi due nomi, anche solo con il loro carico simbolico, dovrebbero suggerire qualcosa. Poi perché Sardex si rifà a una tipica creazione del mutualismo: il circuito svizzero Wir, oggi Wirbank. E poi per altro ancora. Intanto, in Sardex si entra sottoscrivendo un codice etico attraverso il quale ci si impegna a “evitare, prevenire e reprimere ogni forma di discriminazione”. La mission è “la costruzione di un nuovo modello di sviluppo locale capace di sostituire all’avidità, alla competizione e all’individualismo, la reciprocità, la cooperazione e il senso di comunità”. Si capisce che siamo agli antipodi del “normale” sistema del credito cui siamo abituati e che per questo ci appare naturale – quello in cui business is business e dove non c’è tempo per valutazioni di altro tipo, anche quando intorno tutto crolla. In questo senso Sardex, e non solo, come vedremo, è la dimostrazione di come l’economia può diventare a misura d’uomo e il modello ci suggerisce che chi ripete come un disco rotto che il mercato ha le sue regole che prescindono dal resto, sta contrabbandando per verità una sua convinzione, maturata per ignoranza o tornaconto personale: in Sardex si fanno affari e si pensa contemporaneamente alla costruzione di un modello nuovo. E ci si riesce pure. Sardex è insomma la zattera cui ci si può aggrappare in un momento di crisi. Occhio però: quella stessa zattera può diventare un’imbarcazione a bordo della quale solcare mari nuovi. E lo sta dimostrando. Nelle sue origini il circuito nato in Sardegna ricorda la parabola – ben più drammatica, ma simile – delle monete complementari nate dal baratto cui si sono appigliati gli argentini per non affondare nella crisi dei primi anni Duemila. “Ne nascevano anche nei quartieri – ricorda Perna – era un modo che si inventavano le persone per commerciare quello che producevano e quello di cui avevano bisogno”. Erano i tempi in cui il peso era in agonia e anche da quelle esperienze l’Argentina è rinata, o almeno non è sprofondata del tutto. Le radici di Sardex sono in parte quelle, ma Sardex è a tempo stesso molto di più: oggi offre liquidità senza chiedere interessi in cambio; offre nuovi mercati a chi vi aderisce e lo fa con l’ambizione di creare un modello nuovo: “Distinguetevi dalla concorrenza” è uno dei claim con cui si rivolge alla potenziale platea dei suoi clienti.

Già, un modello nuovo: a Bristol (Gran Bretagna) ad esempio già lo praticano. A Santa Coloma de Gramenet, municipio a pochi chilometri dalla scintillante Barcellona, ci stanno provando. In entrambi i casi con lo stesso intento, ben spiegato dai responsabili dell’esperimento spagnolo: “Con i più grandi centri commerciali di Barcellona a quindici minuti – hanno detto in un’intervista Encarna Díaz Herrera e Oriol Tuson Ganuz – i nostri negozi locali hanno perso appeal”. E il punto è che nonostante gli sforzi, anche economici, della giunta comunale di questo centro con oltre 120mila residenti, i benefici non riescono a ricadere sulla comunità, con conseguenti chiusure di esercizi commerciali, perdita di posti di lavoro e sfilacciamento del tessuto sociale. Per questo a Santa Coloma si sta pensando all’istituzione di una moneta locale che spinga turisti e residenti, anche attraverso incentivi mirati, a spendere lì il nuovo conio. Un po’ come già avviene con il Bristol Pound. L’idea è che la creazione di un circuito in cui spendere i propri soldi, fa bene al circuito stesso, ai suoi aderenti e all’intera comunità di riferimento. È uno dei concetti alla base di digipay4growth, progetto europeo in cui quindici partner, tra cui Sardex, quelli di Santa Coloma e gli inglesi di Bristol, si confrontano sulle monete complementari e si comunicano le “buone pratiche”.

Da Bristol a Santa Coloma de Gramenet, in Spagna, gli esperimenti
di moneta complementare si moltiplicano con lo scopo di favorire lo sviluppo
delle comunità locali e di agevolare gli affari senza mai abdicare
al principio ispiratore di un’economia dal volto umano

Tutto questo porta dritti a una questione: il modello Sardex è esportabile? Mancosu la mette così: “A partire dal 2014 sulla base degli ottimi risultati e del grande successo riscosso in Sardegna dal circuito Sardex.net, in collaborazione con alcuni gruppi di imprenditori locali abbiamo replicato il modello creando nuovi circuiti territoriali in altre regioni italiane, riuniti a loro volta in un network sotto la comune denominazione di circuito di credito commerciale. Ogni circuito condivide regole, processi, mission, visione e valori comuni, il cui allineamento è garantito anche dalla comune sottoscrizione del codice etico riconosciuto da ogni circuito come principio ispiratore di qualsiasi altra norma e/o regolamento interno. Questo forte allineamento valoriale e la presenza di un modello consolidato e comune, hanno permesso a ciascuno dei founder locali e alle aziende coinvolte nei territori oggetto della replica di trovare la propria via alla costruzione della comunità utilizzatrice senza per questo reinventare la ruota rinunciando di base alla costruzione di un network di circuiti potenzialmente in grado di comunicare tra loro”. Quindi la risposta è “sì”, con aggiustamenti da trovare di volta in volta. Ma “sì”. E un “sì” arriva anche da Tonino Perna, che insiste ancora di più sulla “vocazione di ogni singolo territorio” da ricercare. Che è un po’ un invito a trovare volta per volta e luogo per luogo le risorse senza le quali non sarebbe possibile mettere in circolo la fiducia e la giusta dose di utopia per la creazione di una cosa assolutamente “non normale”, secondo i canoni in voga. Perna aggiunge un ingrediente: le istituzioni. “Sviluppare una moneta complementare significa anche individuare delle premialità, degli incentivi, che spingano la circolazione della moneta – dice l’inventore dell’Eco-Aspromonte – ad esempio, il poter pagare una parte della tassa sui rifiuti con quella moneta complementare, o prevedere sconti sulle tasse comunali per chi la utilizza”. È quello che stanno tentando a Santa Coloma de Gramenet, dove, a differenza dell’esperienza di Sardex, le istituzioni pubbliche sono in prima linea nella ricerca di una moneta complementare.

Ognuno di quelli che sperimentano le monete complementari lo fa secondo la propria vocazione, insomma. Con uno spirito condiviso, però. Che è quello di tentare strade diverse, sfuggendo alla morsa di un sistema del credito e monetario che pare naturale, ma naturale non è. E che ci ha portato a stravolgere il significato stesso della parola “credito” e di tante altre. Come sono state stravolte le vite dei tanti stritolati dalla crisi. Dalla quale i sacerdoti dell’ortodossia vorrebbero farci uscire seguendo la stessa strada per mezzo della quale ci siamo entrati. Invece, uscire si può, come dimostrano l’esperienza di Sardex, di Bristol e di tanti altri. A patto di fare un passo in avanti e capire che quello che abbiamo intorno non è “naturale”. E che si può osare, anche mescolando le idee di un vecchio anarchico, di un economista che qualcuno ha voluto mettere in soffitta e rispolverando il mutualismo che fece forte il movimento operaio.

(Foto tratta da publicdomainpictures.net)

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