Idee

1917. L’anno della rivoluzione

Intervista ad Angelo D'Orsi
Nel 1917 si innescano molte delle dinamiche con cui abbiamo a che fare ancora oggi: il rapporto tra popolo ed élite, quello tra potere esecutivo e legislativo, l'uso dellla propaganda. In questa intervista, lo storico D'Orsi ci dice che quella storia non è affatto terminata

Nell’immaginario comune il 1917 rimanda all’ingresso in quello che la celebre definizione di Eric J. Hobsbawm ha consacrato alla storia come secolo breve. Più in particolare, alla rivoluzione bolscevica. Un centenario importante, la cui ricorrenza ha visto gli scaffali delle librerie popolarsi variamente di titoli con espliciti riferimenti al 1917 come anno rivoluzionario. Ne abbiamo scelto uno, molto esplicito fin dal titolo 1917. L’anno della rivoluzione (Laterza), di un autorevole studioso come Angelo D’Orsi: professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso il dipartimento di studi storici dell’università di Torino, direttore della rivista Historia Magistra, del festival della Storia e autore di innumerevoli pubblicazioni di pregio. Cogliendo l’occasione di una presentazione del volume a Terni, organizzata dall’associazione Civlità Laica, ne abbiamo parlato proprio con lui. Perché la lettura di questo testo che coniuga una straordinaria densità di conoscenza, aneddoti, riflessioni e fatti a una godibilità narrativa davvero rara per simili trattazioni, mostra come nell’anno della Rivoluzione ci sia in realtà molto di più. A partire dalla necessaria consapevolezza di una storia che non finisce, non ha cesure e sempre interroga, ponendo vecchie domande con rinnovato interesse.Fin dalle primissime pagine si apprende infatti, non senza un qualche stupore, che proprio nel 1917 prendono il via molte delle dinamiche che più hanno influenzato gli sviluppi successivi della storia, fino a caratterizzare in molti casi l’attualità. È il caso, ad esempio, della dialettica tra esecutivo e legislativo, tra potere militare e politico, tra governi e parlamenti. Un’autentica ossessione, quella di avere un comando certo e rapido, che in nome di un governo che decida rapidamente caratterizza le dinamiche istituzionali nel primo conflitto mondiale, con una politica ammutolita e servizievole davanti alle necessità militari, fino ad animare, da ultimo, i recenti tentativi di modifiche costituzionali in Italia – respinti da referendum – inneggianti al velocismo e alla necessità di una “democrazia decidente”. Con il 1917 fa inoltre la sua comparsa nella storia la guerra totale, che colpisce anche i civili. Entrano in scena le armi chimiche, massicciamente usate proprio nella battaglia di Caporetto dall’esercito austro-ungarico. Compare la guerra sottomarina. Non solo tragedie, tuttavia. Nello stesso anno è infatti posto in tutta la sua straordinaria attualità il tema della laicità e di un ciclo riformatore che intacchi i secolari privilegi della Chiesa. La Costituzione messicana, promulgata proprio in questo anno, è infatti il primo esempio di costituzionalismo democratico della storia, i cui tentativi di riforma, abrogandone alcuni articoli, hanno segnato tutta la storia successiva del Messico fino almeno al 2012, quando le volontà del Pontefice hanno – momentaneamente – avuto la meglio ripristinando anche formalmente vecchi assetti risalenti a prima della Rivoluzione messicana. C’è poi un nuovo protagonista che, almeno in Europa, entra proprio in questo anno nella storia: le masse lavoratrici, che per la prima volta vanno al potere mostrandosi capaci di fare la storia, non solo di subirla. Ed è impossibile non ricordare, come non ha mancato di fare lo stesso D’Orsi nella sua presentazione a Terni, le parole di John Reed, il cronista della Rivoluzione bolscevica, che cattura tutta la grandezza dell’ottobre rosso nelle parole di due operai di Pietrogrado presenti nella platea del Palazzo d’Inverno appena occupato dai boscevichi, mentre aspettavano il primo discorso di Lenin dopo la presa del potere: «Ma allora questa è la nostra rivoluzione!».

Il 1917 è un anno ritenuto comunemente simbolo di un’era passata e identificata in un processo finito da qualche decennio (socialismo reale). Eppure, come lei sottolinea, si tratta in realtà di un anno estremamente attuale. In cosa consiste questa attualità? Quali sono le dinamiche sociali, politiche o culturali entrate nella storia con il 1917 con cui ancora stiamo facendo i conti?

«Non so se sia attuale; ritengo ad ogni modo che i problemi che in quell’anno si pongono, e non mi riferisco soltanto alla rivoluzione bolscevica, sono ancora i nostri. Nel ’17 si palesa in modo acuto la distanza tra masse e élites, e in specie tra classe politica e gerarchie militare da un lato, e le popolazioni. Questa distanza trova conferma nell’assurdo perseverare della “inutile strage” (secondo la celebre definizione della Guerra mondiale da parte del pontefice Benedetto XV) con i suoi costi intollerabili (“La guerra ha falciato i giovani”, scrive Gramsci al principio di quell’anno, sottolineando come una intera generazione sia stata cancellata dal conflitto), a dispetto delle manifestazioni di insofferenza dei combattenti e dei civili. Manifestazioni che in non pochi casi diventeranno insurrezionali. La Russia ovviamente, già con la prima delle due rivoluzioni, quella di febbraio, è capofila su questa strada; ma non dimentichiamo le innumerevoli piccole e grandi rivolte, nelle trincee e nelle città: Torino, con la “rivolta del pane” dell’agosto, diede un segnale inequivocabile. Un altro dato interessante che richiama l’oggi è il fallimento della democrazia, la sua falsità, per così dire. Il 1917 rivela che la forma di governo è tutto sommato irrilevante, ossia rimane la discrasia tra chi comanda e chi è costretto a subire il comando. Ma, il 1917, ci dice anche che la rivoluzione scoppia quando non ce lo si aspetta (tutti, compreso Lenin, furono sorpresi dai moti di Pietrogrado del febbraio, che condussero alla detronizzazione dello zar), ma ci dice anche che essa va preparata, lentamente, meticolosamente, con un “lungo lavorio culturale e ideologico” (Gramsci)».

Nel descrivere la disfatta di Caporetto, lei racconta di come dopo quella tragica battaglia si sia in breve scatenata un’autentica fobia del profugo, ovvero la paura della popolazione civile verso i militari italiani che scappavano dal fronte per rifugiarsi nelle campagne e ovunque trovassero asilo. Perché chi scappava dalla guerra metteva paura? È azzardato ipotizzare paralleli con la diffusa paura del migrante in fuga da guerre odierna?

«Non è affatto azzardato, tant’è vero che è un paragone che faccio io stesso esplicitamente, anche se in modo un po’ fugace, nel mio testo. È il trionfo dell’egoismo, associato alla paura. Quel fatto appare persino più grave rispetto alla situazione odierna, con i migranti: i profughi erano compatrioti, oltre che essere persone in difficoltà. D’altronde l’attitudine delle popolazioni, poco incline all’accoglienza (tutt’altro, anzi!), trovava riscontro e quasi incentivo nella posizione delle autorità, diffidente se non proprio ostile verso quella massa umana che depredata, disorientata, sconvolta giungeva nelle nostre città e campagne».

Il 1917 mostra come in Italia sia sempre stato complicato disfarsi di personaggi dannosi, come nel caso di Cadorna, al punto da risultare spesso più facile trovare biografie che, di insuccesso in insuccesso, conducano verso il potere, come nel caso di Badoglio (per non parlare della politica attuale). È solo un problema di scarsa meritocrazia quello delle istituzioni italiane o le cause di tali dinamiche sono altre? Eventualmente ce ne può indicare alcune?

«Ritengo trattarsi di logiche interne al sistema di potere: o detto altrimenti, gramscianamente, un problema di rapporti di forza. Cadorna, come Badoglio e numerosissimi altri esponenti delle alte gerarchie militari, aveva l’appoggio della massoneria. E aveva alle spalle una famiglia importante, godendo in particolare della celebrità conquistata dal padre Raffaele, comandante in capo il 20 settembre 1870, nell’attacco dell’esercito italiano, che produsse la breccia di Porta Pia. È vero che l’antipatia che suscitava Cadorna, i suoi metodi brutali, la sua incapacità comunicativa, gli attiravano l’avversione dei sottoposti, e soprattutto l’odio delle truppe, ma la sua nomea prevalente era di uomo energico e volitivo, una sorta di capo naturale, che aveva le caratteristiche indispensabili al ruolo di generalissimo. Dobbiamo ricordare che Luigi Cadorna è stato incomparabilmente l’uomo più potente d’Italia prima di Benito Mussolini. Era sostenuto senza esitazioni dal governo, e la sua defenestrazione avverrà più per le pressioni degli Alleati, che per un moto spontaneo di riconsiderazione da parte dell’Esecutivo. Più indecifrabile il discorso relativamente a Pietro Badoglio, che tanto in quella occasione, che successivamente, dall’Africa alla Seconda Guerra mondiale mostrò inettitudine o peggio, e fu sempre salvato, al punto da diventare primo ministro alla caduta di Mussolini, il 26 luglio del ’43. In termini generali ci si può riferire senza dubbio alla cattiva selezione delle classi dirigenti. E in particolare delle gerarchie militari, un ambiente rimasto fortemente attardato nel pur lento ed esitante processo di modernizzazione. Contavano soprattutto le famiglie, le appartenenze, i sostegni. Siamo sicuri che oggi sia molto diverso?».

La guerra nel 1917 introduce al ruolo fondamentale dell’informazione come strumento di costruzione di consenso. Un ruolo che manterrà fino ad oggi, seppur con alcune lodevoli eccezioni. Con l’avvento della rete e dei social, crede che possano aprirsi maggiori spazi di libertà in questo settore?

«Nella preparazione e nella conduzione della guerra la propaganda svolse un ruolo essenziale. Si trattò, nella storia d’Italia, del primo momento in cui il ricorso alla comunicazione che potremmo definire performativa – attività giornalistica, conferenze (allora diffusissime), produzione editoriale, sistema scolastico e universitario… – fu massiccio e intensivo. Persuadere alla guerra, e poi alla sua prosecuzione, richiese un impiego su larga scala dei “chierici”; esso ricevette una spinta fortissima proprio nel 1917 con la duplice occorrenza di Caporetto e Rivoluzione dei Soviet. Tra i due eventi si fece un vero e proprio corto circuito, attribuendo alla seconda la colpa della prima, in certo modo: nacque, per opera di un massiccio schieramento propagandistico, il mito della “pugnalata alla schiena” inferta dal bolscevico, anche se indossante panni in grigioverde, o con la tenuta canonica del socialista con fiasco di vino, nella schiena del valoroso fante italico. L’Ufficio P, come “Propaganda”, istituito nel 1918 presso lo Stato Maggiore dell’Esercito, fu l’esito istituzionale di quella propaganda.I social media oggi rappresentano una sorta di Giano bifronte, che su un versante apre spazi immensi di libertà di opinione e di possibilità di informazione, ma sull’altro farcisce la verità di menzogna, confondendo le cose, che finiscono per essere sommerse da un fastidioso pulviscolo di chiacchiericcio all’insegna di un opinionismo fine a se stesso, quando non addirittura di una vera e propria fabbrica di fake news».

In copertina: Pietrogrado, marzo 1917. Foto tratta da wikipedia

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