Come le imprese e le cooperative sociali possono rappresentare una via d’uscita dalla crisi all’altezza della situazione. A patto di rivedere alcune cose. E di pensare in grande. Se ne è parlato all’assemblea umbra organizzata da Legacoop

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Come si esce dalla crisi? Abbattendo muri. Di qualunque tipo siano: reali, metaforici, mentali. Ce ne sono anche di invisibili, di muri. Nei 336 mesi tra il 1961 e il 1989, gli anni trascorsi dalla costruzione all’abbattimento del Muro di Berlino, morirono 133 persone nel tentativo di scavalcarlo, quel muro, per passare da est a ovest. Nei soli primi sei mesi del 2017, secondo i dati di Amnesty International, sono state 2.000 le vittime perite viaggiando non più da est a ovest, ma da sud a nord. Non tentavano di scavalcare un muro, ma di attraversare un mare, il Mediterraneo, che l’Europa è riuscita a trasformare in muro. I dati li cita Andrea Bernardoni, responsabile in Umbria del settore cooperative e imprese sociali di Legacoop, nella sua relazione all’assemblea regionale delle coop sociali, per spiegare che, appunto, i muri stanno anche dove non li vediamo, o dove magari non si vuol guardare.

I muri a dire il vero, sono uno dei simboli che potrebbe rappresentare questo tempo. Nel 1989 si festeggiava l’abbattimento di un muro, oggi nel raggio di qualche centinaio di chilometri da quella Berlino divisa e poi riunificata, è tutto uno spingere ad erigerli i muri; si esorta a passarci il filo spinato in cima, o a varare leggi che facciano da muro per una parte di umanità. Nell’89 la speranza era di aprire, oggi la volontà è di chiudere. Il tutto, nel bel mezzo di una crisi economica che verrà studiata nei libri di storia e da cui si vorrebbe uscire con gli stessi strumenti con cui ci siamo entrati. Sì, forse è il caso di cominciare ad abbattere muri.

Un cavallo come icona

Per questo si prova un moto di empatia a vedere che il simbolo scelto per questa assemblea è Marco Cavallo. Che non è una persona, ma una scultura. Quella realizzata nell’inverno tra il 1972 e il 1973 dai reclusi nell’ospedale psichiatrico di Trieste nell’ambito di un progetto curato dall’artista Vittorio Basaglia, cugino di quel Franco che di quell’ospedale psichiatrico era direttore e che da lì fece partire l’unica rivoluzione mai riuscita in Italia: quella della chiusura dei manicomi e dell’umanizzazione delle persone che vi erano fino ad allora state rinchiuse. Marco Cavallo venne realizzato in legno e cartapesta dentro le mura dell’ospedale, ma alla fine venne di dimensioni così imponenti che ci si accorse solo quando si dovette provare a farlo uscire che non c’era un passaggio di grandezza adeguata attraverso cui farlo transitare. Allora si scelse di scagliarlo contro una delle porte: vennero divelti i vetri e un architrave. E Marco Cavallo fece il suo fragoroso ingresso in società, diventando icona della liberazione dei malati mentali dalla reclusione nelle istituzioni totali. Le sgranate testimonianze filmate d’epoca della realizzazione e dell’uscita di Marco Cavallo dalla struttura psichiatrica, sono il suggestivo accompagnamento delle parole di Bernardoni davanti a questa assemblea. «Perché l’impresa sociale nasce abbattendo muri», scandisce Bernardoni, che poi passa a quello che potrebbe essere un pezzo di programma di governo di una forza che avesse il coraggio di guardare avanti.

Al centro della crisi (per uscirne)

Già, perché Bernardoni mette le imprese e le coop sociali che lui rappresenta al centro della crisi, facendo il tentativo di dimostrare che esse possono rappresentare una potenziale via d’uscita. Nuova. Perché, appunto, non si può uscire dalla crisi dalla stessa porta dalla quale vi si è entrati. Lo dimostrano i numeri: venticinquemila le persone svantaggiate che in Italia trovano uno sbocco lavorativo nelle coop sociali; un numero di occupati totali che nel cuore della crisi è andato in controtendenza, aumentando di 50 mila unità; un valore della produzione arrivato nel 2013 a 12 miliardi, tre in più rispetto al 2008. Non solo: uno studio coordinato da Euricse e Università di Trento mostra come l’inserimento lavorativo di persone in difficoltà che avviene nelle coop sociali genera non trascurabili benefici a livello economico – sì, proprio in soldi – per l’intera società.

Non è un pranzo di gala

Sono tutte rose e fiori? Non proprio. E Bernardoni, in maniera mite ma decisa, lo dice. Se le imprese e le coop sociali vogliono rappresentare un’alternativa alla crisi, devono «rimettere le persone al centro, perché a nulla vale seguire le regole se poi ci dimentichiamo delle persone, che sono il centro del nostro agire». L’esortazione è a tornare «sgarrupati». E il mix con le immagini impolverate degli anni settanta che scorrono sotto le parole di Bernardoni è senz’altro suggestivo. Lì, mentre si faceva la rivoluzione, l’obiettivo era cercare soluzioni, ben al di là delle regole che infatti furono infrante. Oggi invece si bada alle procedure, e spesso ci si dimentica della sostanza e degli obiettivi da raggiungere. Si rischia di diventare burocrati, che equivale a far morire un pezzo di sé, oltre che a fornire un servizio scadente. Anche questi sono muri da abbattere.

Diritti, non bisogni

Solo cominciando a rivedere casa propria insomma, si può mettere il naso in quella degli altri, cioè di tutti. E rivendicare per esempio che è tempo di ricominciare a parlare di «diritti», e non più solo di «bisogni». «Perché i bisogni si possono soddisfare anche individualmente, mentre i diritti presuppongono un’organizzazione pubblica che presieda al loro godimento sostanziale», dice Bernardoni. E basta pensare a come casa e lavoro siano scivolati in basso, trasformati in briciole da erogare ai bisognosi. Basta riflettere a come cambierebbe il panorama se casa e lavoro tornassero a essere diritti su cui incardinare un programma di inclusione sociale, invece che lasciarli sul piano inclinato sul quale vanno sempre più giù. «Basta con la politica dei bonus – scandisce Bernardoni – perché questa presuppone di affidare al mercato il compito di raddrizzare le cose». Ma il mercato le cose non le raddrizza, visto che negli anni della crisi è dimostrato che le disuguaglianze si sono enormemente accresciute. Tradotto: i ricchi diventano più ricchi, mentre dal ceto medio in giù, ci si impoverisce.

Avanti (a volte basta poco)

Occorre insomma uno sforzo per guardare avanti. E i muri ostruiscono la vista, non consentono di uscire, vanno buttati giù. Questo significa rivedere le macropolitiche. Ma anche le cose piccole. «Nelle strutture per persone con disabilità mentale in Austria, sono ammessi animali domestici. Ancora: le persone possono intrattenersi col loro partner. Da noi no», dice Bernardoni. Anche agevolando questo tipo di cambiamenti si mostra di aver a cuore le persone, non le procedure. E ciò lo si ottiene ascoltando l’utenza dei servizi, le sue esigenze, le sue aspirazioni. Non trasformandosi in burocrazia salva-procedure. Poi ci sono le cose intermedie. «Portare dal 5 al 10 per cento del totale gli acquisti che le pubbliche amministrazioni sono tenute a fare presso le imprese e le coop sociali, aiuterebbe questo universo a crescere. Ed è una misura a costo zero», è l’invito.

Qualità e quantità

Ma, ancora, occorre riqualificarsi. La qualità della cooperazione sociale deve essere all’altezza della sfida. È un concetto sul quale insiste anche la presidente della Regione, Catiuscia Marini, protagonista di un intervento niente affatto di maniera. Una delle leve su cui agire, concordano Marini e Bernardoni, è quello di evitare le gare al massimo ribasso. È attraverso questo meccanismo infernale infatti che alcuni servizi pubblici sono stati smantellati per essere esternalizzati. Ma se la logica è quella del risparmio economico a rimetterci sono tutti: utenti dei servizi, lavoratori delle imprese appaltatrici e, infine, le stesse amministrazioni pubbliche, colpite da un’ondata di rigetto da parte dell’opinione pubblica a causa del peggioramento dei servizi offerti. Per questo c’è da ribaltare logiche, abbattere muri. Il primo è quello dell’austerità, che ha enormemente tagliato alle amministrazioni pubbliche le risorse per garantire diritti.

Più risorse pubbliche. Più qualità. Più diritti. Più benessere sociale. Questo le imprese e le coop sociali possono garantire. È un’inversione di tendenza, quella che propone Bernardoni: «Le imprese sociali non sono imprese con un po’ di sociale; e non sono neanche il sociale con un po’ di impresa dentro». Le imprese e le coop sociali sono, dovrebbero essere, il nuovo ariete per abbattere i muri che stanno restringendo gli orizzonti. Con le persone al centro, riscoprendo il gusto di essere «sgarrupati», guardando alla sostanza più che alle procedure; garantendo i diritti, puntando ad allargarli. Altrimenti si diventa un’impresa come tante. E allora è un’altra storia.

In copertina, la scultura di Marco Cavallo (foto tratta da Wikipedia)
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Fabrizio Marcucci
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  1. Fiorella Soldà 9 novembre 2017 at 11:03

    Erigere muri “contro” è stata sempre una jattura. La storia anche recente o recentissima insegna. Drammatico non voler capire.

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