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“Cosa è successo al futuro? Che fine ha fatto?”, questa è la domanda da cui partono Nick Srnicek e Alex Williams nel loro Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro, edito da Nero (l’originale è del 2015; di questa interessante casa editrice avevamo già recensito il libro di Mark Fisher). La prendiamo un po’ alla larga, ma è senz’altro una domanda importante, che in tantissimi di noi oggi si pongono. Oggi, “sotto la pressione di un mondo sempre più precario e debilitante, la promessa di un futuro migliore è andata in frantumi, ormai dimenticata. E ogni giorno torniamo a lavoro, come sempre: esausti, ansiosi, stressati, frustrati”; l’orizzonte, continuano i due autori, si è fatto minaccioso e “la politica contemporanea rimane drammaticamente a corto di idee nuove”, mentre il neoliberismo imperversa (leggi: il nuovo capitalismo più o meno selvaggio) e le società socialdemocratiche non sono altro che mere nostalgie.

Evviva, il quadro è fosco. Lo sapevamo, e lo abbiamo detto tante volte qui a Ribalta. Quello che potrebbe non essere fosco, però, è il che fare; e anche il dove vogliamo andare, che tipo di società desideriamo, qual è la rotta da seguire. Srnicek e Williams danno tantissime indicazioni su questi punti; non perché disegnino il mondo perfetto del futuro, ma perché si domandano, dapprima, perché le tante proteste e battaglie che ci sono oggi in tutto il pianeta non abbiano portato a cambiamenti davvero tangibili; poi, passano in rassegna le motivazioni che sono alla base dell’attuale “egemonia neoliberista”; infine, forniscono una serie di suggerimenti e idee su come affrontare questo avversario, su quali proposte mettere in campo e in che modo farlo. Insomma, una bella cassetta degli attrezzi per attivisti di ogni sorta, ma anche per chi (forse il nostro pubblico preferito, quello a cui vorremmo arrivare, ambiziosamente, noi di Ribalta) non milita quotidianamente, ma non ama certo il mondo in cui vive, i suoi meccanismi, e vorrebbe anche fare qualcosa per cambiarlo.

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Localismo e orizzontalismo non bastano

La prima parte del libro si occupa di ciò che gli autori definiscono folk politics: un insieme di “idee e intuizioni” che entrano in gioco a livello “inconscio e pre–critico”, che guidano il senso comune di tanti movimenti, comitati e associazioni in lotta e dai quali derivano forme di organizzazione, di azione e di pensiero politico. L’aggettivo folk deriva dalla cosiddetta psicologia popolare (la folk psychology), quella che mette in luce come moltissime nostre intuizioni del mondo siano spesso errate; e poi folk richiama parole come locale, autentico, tradizionale e naturale. Infatti, secondo Srnicek e Williams, la folk politics è il misto di localismo, azione diretta e orizzontalismo che caratterizza tantissimi movimenti che si battono per un futuro migliore. Le ondate di protesta degli ultimi vent’anni (dai no global, ad Occupy, passando per i pacifisti, gli ambientalisti e perfino gli zapatisti) sono state tutte permeate, secondo i due, da una “feticizzazione degli spazi locali, dell’intervento estemporaneo, del gesto transitorio e di vari tipi di particolarismo“. Un tipo di politica che invece di espandere e consolidare quello che conquista, “si concentra sulla costruzione di ‘rifugi’ che resistano all’avanzata del neoliberismo globale”. Il risultato sono “politiche difensiviste incapaci di articolare e costruire mondi nuovi”. Lo schema ricorrente è il seguente: “le lotte sociali crescono molto in fretta, riescono a mobilitare un gran numero di persone, eppure ogni volta svaniscono nel nulla, lasciando in eredità soltanto apatia, malinconia e senso di disfatta. Nonostante il desiderio di un mondo migliore venga condiviso da milioni di persone, gli effetti di questi movimenti sono minimi“, con una totale incapacità di trasformare il capitalismo.

E poi spesso i comportamenti di questi movimenti sono di “carattere ritualistico, carico di un fatalismo plumbeo” e le tattiche prevalenti (manifestazioni, marce, occupazioni e altre forme di azione diretta) “sono diventate parte di una narrazione fin troppo conosciuta, in cui manifestanti e polizia giocano parti già assegnate“. Qualcuno sostiene che proteste e occupazioni abbiano un valore in quanto tali, perché con esse si ottiene una trasformazione interiore dei partecipanti e si creano spazi al di fuori dei rapporti di potere ufficiali. Vero, certo: ma rimangono “fenomeni effimeri e di piccola portata, oltre che del tutto incapaci di rappresentare alcuna autentica minaccia alle grandi strutture del sistema neoliberale”. Insomma, “lasciano il segno soltanto nei ricordi di chi vi prende parte, eludendo qualsiasi ipotesi di cambiamento delle strutture sociali”. Srnicek e Williams arrivano a sostenere che a volte tutte queste proteste non siano altro che “passatempi” per chi le mette in pratica: un po’ forte e poco digeribile, ma quanti di noi, aggiungo, non hanno visto all’opera, in contesti di questo tipo, persone che sembrano soltanto voler riempire la loro vita? (Al netto, ovviamente, di chi manifesta e occupa con le migliori intenzioni).

Sfera emotiva e immediatezza

Al di là di questo specifico aspetto, tuttavia, uno dei problemi della folk politics è l’enfasi posta sull’aspetto emotivo delle proteste, parte di una tendenza più ampia: il privilegiare la sfera affettiva come luogo della politica. “Elementi corporei, emozionali e viscerali hanno rimpiazzato e stigmatizzato (piuttosto che implementato e migliorato) le analisi astratte”. I social sono inquinati da un torrente incessante (e ovviamente virtuale) di rabbia e indignazione, che svaniscono con la stessa rapidità con cui emergono, perché il giorno dopo c’è un’altra crociata disponibile. Ora, riconoscono i due autori, è vero che la politica è indissolubilmente legata alle emozioni e alle sensazioni, ma gli impulsi, quando costituiscono la modalità più importante di azione politica, possono anche portare a risultati perversi. Perché se la politica senza passioni ha come conseguenza l’affermarsi di una fredda burocrazia tecnocratica, bisogna considerare che la passione priva di analisi rischia di diventare un “surrogato libidinale di azioni più efficaci”, qualcosa che ci dà soddisfazione solo nell’istante e si trasforma in una mera legittimazione personale delle cose che si fanno. Insomma, servirebbe, aggiungiamo noi, una componente che per Karl Marx era fondamentale: la critica. Che non è, diceva lui, una passione del cervello, ma il cervello della passione (meraviglioso).

Il cuore della folk politics è l’enfasi posta sulla immediatezza, sotto tre punti di vista: un’immediatezza temporale, perché la folk politics è prettamente reattiva e non agisce di propria iniziativa, ma reagendo a qualcosa, senza obiettivi di lungo termine, con un respiro corto (le singole rivendicazioni) e pratiche a breve termine (le occupazioni), con una predilezione per il volontarismo e lo spontaneismo e un netto no a tutto quello che è istituzionale; un’immediatezza spaziale, vista l’accentuazione del locale e del piccolo (la comunità di riferimento), la proposizione di progetti non riproducibili su larga scala (le assemblee), la rinuncia a progetti di tipo egemonico e la valorizzazione della “fuga” e del ritiro interiore; un’immediatezza concettuale, con la preferenza per il quotidiano rispetto allo strutturale, per il sentire (la sofferenza individuale, l’entusiasmo, la rabbia) e non per il pensare, per il particolare contro l’universale, per l’etico contro il politico (basti pensare al consumo consapevole), per il (troppo) semplice rispetto al complesso.

Ma perché si è affermata questa tendenza? Secondo i due autori, per tre motivi ben precisi: come risposta alla difficile interpretazione di un mondo sempre più complesso e all’altrettanto difficile comprensione di come intervenire su di esso (non abbiamo mappe cognitive adeguate che ci aiutano a capire quello che ci circonda, per cui ricorriamo alla riduzione della complessità del mondo ad un livello più leggibile); come reazione alle esperienze storiche del comunismo (fallite nelle loro concretizzazioni pratiche) e delle società socialdemocratiche (impossibili da riproporre); come risposta immediata allo “spettacolo patetico” offerto dai partiti politici di oggi, che non godono certo di grande fiducia. Per cui, la folk politics si configura come un “tentativo di ridurre il capitalismo globale a una dimensione abbastanza piccola da diventare comprensibile, per poi articolare un piano d’azione basato proprio su tale immagine limitata”.

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Perché non stiamo vincendo?

Srnicek e Williams scendono ancora più nel dettaglio nel capitolo evocativamente titolato Perché non stiamo vincendo?, enucleando tre tendenze generali di chi pratica la folk politics, nei confronti delle quali i due autori conducono una critica serrata. La prima è l’orizzontalismo, cioè l’idea che si possa trasformare il mondo a partire dal mutamento dal basso delle relazioni sociali: “cambiare il mondo senza prendere il potere“, rifiutando lo Stato e le istituzioni, privilegiando la società e rigettando tutte le le forme di autorità e controllo. Con questo approccio, si tende a sostenere l’incontro tra individui finalizzato a costruire comuni autonome e ad autogovernare le proprie vite. Quella che Srnicek e Williams chiamano politica prefigurativa, che “punta a costruire, nel mondo così com’è, il mondo che invece si desidera”, privilegiando eccessivamente l’azione diretta. Qui i due autori portano l’esempio di Occupy, esperienza assai stimolante che ha avuto il grandissimo merito di far esprimere le persone “in un mondo che, fino a quel momento, a malapena si era degnato di ascoltarle”. Ma alla fine le occupazioni hanno fallito, perché, secondo i due autori, le idee e le pratiche erano intrise dei limiti della folk politics: predilezione per la democrazia diretta (che comporta una difficile sostenibilità dell’impegno a lungo termine), ricerca del consenso a tutti i costi (per accontentare tutti, le rivendicazioni si sono ridotte a slogan troppo generici), rifiuto di ogni forma di organizzazione verticale (che ha reso difficile stabilire ponti e rapporti con altri gruppi simili), adozione di soluzioni temporanee (le occupazioni). Pratiche di lotta che non possono estendersi e riprodursi su una dimensione più ampia: “questo approccio sognatore e utopico ignora sistematicamente il difficile compito di passare dal particolare all’universale, dal locale al globale, dal temporaneo al permanente”. Ecco, perciò, che i movimenti legati a Occupy (ma il discorso potrebbe estendersi) hanno costituito solo un “piccolo arcipelago di isole prefigurative circondato da un oceano capitalista tanto implacabile quanto ostile”.

La seconda tendenza individuata è il localismo, diffuso ben oltre i movimenti presi in considerazione nel libro. Il “piccolo è bello” è la soluzione che i due autori mettono a critica: “piccoli gesti, economie locali, comunità chiuse e interazione faccia a faccia” hanno una logica ammaliante, perché promettono concretezza e praticità, ed effetti riscontrabili e immediati. Ma sono, in realtà, fuorvianti, perché ignorano la natura interconnessa del mondo di oggi: i problemi attuali sono sistemici e astratti, e richiedono soluzioni sistemiche e astratte. L’esempio plastico del localismo è la retorica del chilometro zero, che ridurrebbe “questioni ambientali complesse a problemi di etica individuale, essenzialmente privatizzando una delle crisi più urgenti dei nostri tempi”.

Terzo bersaglio sono le tendenze prettamente reattive: innanzitutto, la nostalgia “per i bei tempi andati”, che non tiene conto del fatto che il ritorno alla socialdemocrazia novecentesca è impossibile. In quel periodo, vigeva una produzione pacificata nella fabbrica, in cui lavoravano uomini maschi e bianchi, protetti socialmente in cambio “di noia sconfinata e repressione”; c’erano gli imperi, le colonie e le periferie sottosviluppate su cui si reggeva un sistema di sfruttamento imponente; razzismo e sessismo erano diffusissimi; le donne erano perlopiù assoggettate nelle famiglie. Insomma, tornare al novecento sarebbe non solo impossibile, ma anche indesiderabile. Per i due autori, anche la resistenza è una riposta inadeguata, perché, più che altro, gesto di difesa, non movimento attivo. Al limite, la resistenza può anche essere considerato un atteggiamento conservatore. E anche un po’ triste: il massimo a cui possiamo ambire è conservare quello che abbiamo già. Certo, resistere è, in alcune circostanze, prezioso, ma non sufficiente a costruire un mondo nuovo. Per non parlare delle tendenze alla rinuncia, al ritiro: se il progresso è una catastrofe, scrivono Srnicek e Williams prendendo di mira chi si dà all’invisibilità e alla fuga, “allora non resta che eclissarci, ritirarci in comunità ristrette e imparare a coltivare ortaggi, a cacciare, a difenderci, a curarci da soli”. Ecco: secondo i due autori, non bisognerebbe confondere le logiche separate dal capitalismo con quelle antagoniste, che sono ben altra cosa.

Tutto utile, ma non basta

Nonostante questa critica serrata, Srnicek e Williams pensano che orizzontalismo, localismo e tendenze reattive non vadano del tutto rigettati. La folk politics non va considerata come dannosa in sé, ma come “parziale, temporanea e insufficiente“. Il problema non è che questi approcci partano dal locale, perché tutta la politica parte dal locale; il problema è che rimangono ad un livello preciso, privilegiandolo: quello temporaneo, autoctono, immediato, particolare. Un livello necessario, ma non sufficiente: gli obiettivi di corto respiro sono molto efficaci per battaglie, diciamo così, puntuali (chiusure, sfratti, etc.), ma non per cambiare il capitalismo, di cui possono rappresentare solo “brevi pause nel suo ineluttabile cammino”. Insomma, non bisogna irrigidirsi “nel sicuro rifugio localista per evitare i problemi di una società astratta e complessa”. Le tante proteste, le manifestazioni, le occupazioni hanno un significativo impatto in termini di critica sociale e nel dare voce a soggetti esclusi, ma sono incapaci di imporsi egemonicamente, “operano generalmente senza alcun senso della strategia e restano tuttalpiù episodi di resistenza isolati e dispersi”. Non viene considerato, come invece dovrebbe essere, “quanto azioni del genere possano essere tra loro combinate, e come potrebbero funzionare assieme per la costruzione collettiva di un mondo migliore: a rimanere sono soltanto gesti che a volte hanno successo e a volte no, ma che non hanno quasi mai cognizione di come possano contribuire a obiettivi di più ampio respiro”. Wu Ming 2, in un’intervista che noi di Ribalta gli avevamo fatto qualche tempo fa per il nostro programma in radio, ci aveva detto che è necessario “unire i puntini“: ecco il senso dell’affermazione di Srnicek e Williams, per i quali occorre combinare tra loro azioni, proteste, ribellioni, occupazioni e lotte sociali.

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Perché stanno vincendo loro?

Quelle che abbiamo visto sono le motivazioni, per Srnicek e Williams, per cui non stiamo vincendo. Ma perché stanno vincendo loro? E cosa si può fare per vincere? A questi temi è dedicata tutta la (corposissima) restante parte del libro. Ne accenniamo i contenuti, anche perché, altrimenti, potrebbe sembrare che i due autori predichino bene e razzolino male, nel senso che si limitano a distruggere e criticare, e non a costruire. Non è così, perché, come abbiamo detto, il testo costituisce un’utilissima cassetta degli attrezzi per chi non ama questo mondo ed ha l’ambizione di cambiarlo.

Innanzitutto, nel libro viene puntualmente ricostruita l’affermazione dell’attuale egemonia neoliberista, iniziata parecchi anni fa con la costituzione, dopo la seconda guerra mondiale, della Mont Pelerin Society, un’organizzazione chiusa di intellettuali che ha pensato ad un progetto politico di lunga durata in grado di affermarsi sul terreno dell’ideologia. Una lunga “guerra di posizione” che, nei decenni successivi, ha permesso al neoliberismo di diventare egemone nel pensiero di tanti politici e nelle concrete azioni di governo, grazie anche alla creazione di una fortunatissima rete realmente internazionale di think tank, giornalisti, media e docenti (e politici, ovviamente), che ha avuto la sua definitiva consacrazione negli anni settanta e poi, ancor di più, negli anni ottanta. Le caratteristiche del capitalismo che oggi conosciamo vengono da lì.

Detto ciò, Srnicek e Williams passano alla fase costruttiva, cercando di fornire una nuova cornice filosofica (nientemeno) a chi si batte contro l’ideologia e le pratiche del capitalismo contemporaneo. Molto sinteticamente, i due pensano che occorrerebbe riappropriarsi delle idee di modernità, di futuro, di progresso, di universalismo, in qualche modo scippate dalla destra trionfante; il tutto nel nome dell’emancipazione e affermando un’idea (non del tutto originale, ma utile) di libertà sintetica: una libertà che dovrebbe basarsi sull’assicurare a tutti le risorse di base per vivere e sul rendere gli individui realmente capaci di poterle utilizzare. Poi si passa ad una spietata analisi del lavoro nella società contemporanea, che conduce i due autori al cuore della loro proposta politica: “costruire un’economia in cui la sopravvivenza delle persone non dipenda più dal lavoro salariato”, cioè una società post-lavoro.

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Per una società post-lavoro

Di questo tratta tutto il capitolo 6, il più centrato sui temi specifici che occorrerebbe trattare e affrontare. Srnicek e Williams mettono sul piatto quattro “richieste” che dovrebbero mobilitare gli individui nella costruzione di un “consenso post-lavoro”: un’economia completamente automatizzata, da non ostacolare, ma, al contrario, rivendicare, perché in grado di “ridurre il più possibile la quantità di lavoro umano necessario”; la riduzione della settimana lavorativa senza tagli al salario; un reddito base universale (su cui su Ribalta abbiamo scritto molto: vedi qui, qui, qui e qui), capace di rendere volontario il lavoro, anziché obbligatorio, di “trasformare precarietà e disoccupazione da condizioni di insicurezza a stati di flessibilità volontaria”, di obbligare a “ripensare il valore attribuito a diversi tipi di lavoro” e di favorire l’emancipazione femminile; il “diritto alla pigrizia” e il rifiuto dell’etica del lavoro, battaglia di stampo prettamente culturale che dovrebbe portare a superare la pressione sociale che deriva dall’interiorizzare il lavoro come un bene in sé (le pagine del testo dedicate a questo tema sono molto interessanti e niente affatto orientate a proporre una società di gente che se ne sta sul divano tutto il giorno).

Queste sono le rivendicazioni da mettere in campo per superare l’orizzonte della folk politics e costruire un “nuovo senso comune”, attraverso l’affermazione di un progetto controegemonico in grado di creare consenso generale. Già, ma come si fa? Dopo aver opportunamente richiamato Antonio Gramsci su questo punto, Srnicek e Williams propongono tre “canali tramite i quali sarà possibile battersi per una nuova egemonia”: l’utilizzo (o meglio, il riutilizzo) delle narrazioni utopiche, necessarie per fornire un linguaggio di speranza, di immaginazione positiva, di stimolo all’azione per un mondo migliore e per la riappropriazione del futuro; su un piano strettamente economico e di pensiero, la battaglia per pluralizzare gli insegnamenti dell’economia (oggi quasi appannaggio di un’unica corrente di pensiero), per “rivitalizzare lo sviluppo delle teorie economiche alternative”, e per espandere l’alfabetizzazione economica di massa, provando a rendere comprensibile la vita (economica) di tutti i giorni a più persone possibile; un nuovo uso della tecnologia, opportunamente riorientata verso il riutilizzo delle infrastrutture economiche e sociali esistenti e il controllo democratico dello sviluppo tecnologico.

Tutto ciò non basta, perché “qualsiasi strategia richiede una forza sociale attiva e collettivamente mobilitata capace di intervenire sull’esistente” e, sì, in grado di prendere il potere. Questo è un tema molto delicato per chi si batte per un mondo migliore, come abbiamo visto parlando della folk politics, ma per Srnicek e Williams ineludibile. Insomma, bisogna tenere le leve del comando. Anche qui, come? I due propongono tre “elementi” necessari: un movimento populista di massa (alla cui creazione dedicano, di nuovo, pagine molto interessanti), costruito attorno alle rivendicazioni connesse alla società post-lavoro; una fondamentale e opportuna organizzazione di tale mobilitazione, in grado, tra le altre cose, di diffondere, con un linguaggio appropriato e legato alla vita di tutti i giorni, “le idee più radicali all’interno della narrazione dominante”, senza affatto trascurare il ruolo dei partiti politici e della contesa per accedere direttamente ai governi; una “analisi dei punti cruciali attraverso cui esercitare il potere politico”, che porti a nuove tattiche da mettere in atto in proteste e rivendicazioni e all’identificazione dei “punti di leva” su cui agire.

No ai rifugi, sì alle politiche ampie

Ecco, lo avevamo detto che il libro è molto, ma molto denso. Ed abbiamo solo accennato ai suoi contenuti, che nel testo sono ben discussi e delineati. Srnicek e Williams, alla fine di questa ambiziosa e utile cavalcata, possono coerentemente concludere affermando che la folk politics (quella che enfatizza il locale, l’autentico, l’orizzontale, lo spontaneo, l’immediato, il particolare) dà “risposte che rimangono profondamente insufficienti se vogliamo ottenere vittorie significative nella lotta contro il capitalismo globale” e che “piuttosto che cercare una salvezza temporanea e locale all’interno dei vari fortini della folk politics, dobbiamo procedere oltre questi limiti”. “Contro la resistenza fine a se stessa, contro il ritiro o la fuga dalla società, contro qualsiasi anelito di purezza“, il compito di chi vuole un mondo migliore e più giusto “deve essere quello di intraprendere una politica di scala con ambizioni espansionistiche, con tutti i rischi che questo comporta”.

Esagerato? Forse, ma necessario. Insomma, avanti!

[Sebbene nel libro sia più che presente, non abbiamo mai utilizzato, in questa recensione, la parola “sinistra”, cercando sinonimi e parafrasi. I due autori sono anglosassoni, e possono scriverla (quasi) senza problemi].

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Foto tratte da pixabay.com
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Ugo Carlone
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