Le migliori prestazioni nella raccolta differenziata arrivano da centri e grazie a società che nessuno nomina mai e che mettono l’interesse dei cittadini prima dei profitti

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Cuccaro Vetere è aggrappato al cucuzzolo di una collina. I suoi seicento metri di altitudine lo hanno trasformato per secoli in una sorta di bastione difensivo per i dominatori che si sono succeduti in questo pezzo d’Italia dove se ti giri a ovest puoi quasi sentire il soffio dell’aria del mare che orla la costa del Cilento, e se ti muovi verso est ti addentri verso l’Appennino aspro che guarda alla Basilicata. Nelle stradine di questo piccolo centro che oggi è diventato la roccaforte di una pratica ambientale che in un mondo normale sarebbe un esempio nazionale, per tre volte alla settimana, da sei anni ormai, si sente lo scalpiccio di due asini sul cui dorso sono montati dei sacchi in cui gli operatori della Ecoambiente collocano i rifiuti, rigorosamente differenziati dai residenti. E qui è stata realizzata la prima compostiera di comunità in Italia, dove gli abitanti vanno a deporre la frazione umida per trasformarla in concime. Altavalle invece è un posto che non c’è. O meglio, esiste solo di nome. Perché nei fatti è ciò che è scaturito dall’unione di quelli che fino a un paio d’anni fa erano quattro comuni (Faver, Grauno, Grumes e Valda) e oggi sono uno solo. Tra i due posti corrono più di novecento chilometri: Cuccaro Vetere si trova nel cuore della Campania, i quattro centri che compongono Altavalle stanno a metà strada tra Trento e Bolzano.

Novecento chilometri e due costanti

Che possono avere in comune due posti così? Almeno due cose. Prima: quella di essere i due centri in cui si producono meno rifiuti indifferenziati in Italia e dove si registrano le più alte percentuali di raccolta differenziata; a Cuccaro Vetere non vengono recuperati solo 19,8 chili di rifiuti per abitante all’anno, ad Altavalle invece, alla fine del 2016 erano rimasti da smaltire appena 20,7 chili per abitante. Il resto, cioè circa il 90 per cento dei rifiuti, viene recuperato e venduto dalle società di raccolta e smaltimento. Secondo: le società cui è affidata la gestione dei rifiuti, tanto a Cuccaro Vetere quanto ad Altavalle, sono interamente pubbliche, e sono la già citata Ecoambiente, di totale proprietà della provincia di Salerno, e la Asia (Azienda speciale per l’igiene ambientale), che appartiene ai 33 comuni che l’hanno fondata nel 1992 e che oggi, in seguito a diverse fusioni, sono diventati 26.

Trentino, l’isola che c’è

Intorno a sé poi, Altavalle ha una serie di centri in cui la gestione dei rifiuti è una pratica da imitare. Perché in questo lembo d’Italia a nord est di Trento, ci sono sette dei primi dieci comuni che Legambiente definisce “ricicloni”. Quelli appunto dove si differenzia di più. L’ultimo dei dieci, Madruzzo, ha avuto una differenziata che nel 2016 si è attestata all’84,9 per cento. Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna ricordare che in Italia, secondo i dati dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che lavora in seno al ministero dell’Ambiente, la raccolta differenziata nel 2016 era ferma al 52,5 per cento. Se si allarga lo sguardo ai comuni “ricicloni” che stanno intorno ad Altavalle, ci s’imbatte in una costante: cambiano le società di gestione, ma non la loro natura, che è quella di essere completamente pubbliche. Asia gestisce la raccolta e lo smaltimento anche ad Albiano, Sover, Giovo e Madruzzo. A Fornace e Civezzano, che stanno poco più a sud, il servizio è curato da Amnu, società il cui statuto all’articolo 6 recita che possono essere azionisti solo enti pubblici e società a capitale sociale interamente pubblico.

Pubblico (e piccolo) è meglio

A completare la top ten dei comuni virtuosi in tema di rifiuti ci sono Castelcucco e Casole Bruzio. Il primo è a sua volta inserito in un territorio assai virtuoso. È la provincia di Treviso, dove opera Contarina, un’altra realtà a capitale completamente pubblico che si occupa della gestione dei rifiuti nei 50 Comuni aderenti al Consiglio di Bacino Priula, all’interno della provincia di Treviso, «attraverso un sistema integrato – si legge nel sito della società – che considera il rifiuto dalla produzione, alla raccolta, al trattamento e recupero, producendo un impatto positivo sia sulla natura che sulla vita dei cittadini». Contarina, si legge ancora nel sito da cui traspare un certo, giustificato, orgoglio «si trova da anni ai vertici europei in termini di raccolta differenziata e rappresenta un esempio di realtà pubblica all’avanguardia nei servizi e nei risultati, operando per affiancare la comunità nel raggiungimento di un obiettivo comune: la tutela dell’ambiente». E proprio qui sta il punto: dei dieci comuni che riciclano di più e meglio e producono meno rifiuti in Italia, nove sono gestiti da società a controllo interamente pubblico e di piccole dimensioni. Niente a che vedere con le gigantesche e privatissime multiutilities con milioni di fatturato in grado di fagocitare interi territori con i loro interessi. Amnu e Asia curano il servizio di raccolta e smaltimento per comunità di circa 160mila abitanti e raggiungono, al di là dei comuni ricicloni che sono il loro fiore all’occhiello, prestazioni da guinnes, essendo entrambe mediamente intorno all’85 per cento di differenziata. Contarina è un po’ più grande, serve oltre 500mila utenti, e pur gestendo i rifiuti in una città con tutte le complicazioni che questo comporta come Treviso, ottiene una percentuale analoga di differenziata.

Le persone prima del business

Non si parla di inceneritori, in questi territori dove l’interesse principale da tutelare è quello dei cittadini e non del business, e dove la gestione dei rifiuti è virtuosa: si bada a produrne meno possibile, di immondizia, e a vendere ai consorzi di recupero il materiale che torna a nuova vita. E con la semplice attività si smontano dei luoghi comuni fasulli che sono alla base della cattiva gestione dei rifiuti in larga parte del resto d’Italia. A curare il servizio può essere il pubblico, e non è vero che per fare buone prestazioni occorra fondersi e tendere al gigantismo. Anzi, è vero il contrario. Perché più sono gli investimenti che vengono fatti per gestire i rifiuti, più immondizia servirà per alimentare il business, più blande saranno le politiche per la differenziata, più saranno i problemi legati ai rifiuti: discariche, inceneritori e tutto quello che fa la fortuna delle multiutilities che si candidano a gestirli. Un inceneritore costa molto: ovvio che a realizzare una struttura del genere può essere solo un “gigante”, che dopo l’investimento fatto vorrà rifiuti da bruciare per produrre energia, venderla e ampliare i profitti. L’ambiente e la salute della comunità passano in secondo piano in un quadro del genere. Il gigante avrà ottime ragioni per guidare le scelte di una politica sempre più debole, anche a scapito di decine di migliaia di cittadini, spesso inconsapevoli, anzi intossicati da leggende fatte passare per verità. E non servono super investimenti: è sufficiente una raccolta puntuale, porta a porta, fatta magari anche a dorso d’asino, dove si può, per ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente.

Una spruzzatina di ambiente

A volte poi, basta guardare semplicemente ai claim, quegli slogan che le gigantesche multiutilities, anche grazie all’ausilio di campagne di comunicazione ben orchestrate, utilizzano per darsi una parvenza di sostenibilità. Guardarli, decodificarli, quei claim, quelle parole d’ordine, serve a capire. Nel sito della “piccola” Contarina si leggono, alla voce “vision”, queste parole: «Vogliamo dare qualità e valore all’ambiente per offrire alle persone la possibilità di vivere in armonia con il territorio». Chiaro. Diretto. Trasparente. Nel sito di una multiutiliy col fatturato che compete con il Pil prodotto da una media regione italiana, si legge: «Hera vuole essere la migliore multiutility italiana per i suoi clienti, i lavoratori e gli azionisti, attraverso l’ulteriore sviluppo di un originale modello di impresa capace di innovazione e di forte radicamento territoriale, nel rispetto dell’ambiente». L’ambiente è l’ultima delle parole utilizzate. Sembra quasi sia stata conficcata lì alla fine, perché proprio non se ne poteva fare a meno. «Acea che da oltre un secolo eroga servizi di pubblica utilità – si legge nel sito di un altro gigante -, vuole essere una presenza positiva nei contesti in cui opera, rafforzando il rapporto di stretta prossimità con il territorio e includendo gli aspetti sociali e ambientali nelle prospettive di business». Gli aspetti sociali e ambientali, ci sono, non ci possono non essere, ovvio, ma sono ricompresi nelle più ampie prospettive di business. Chiaro. Chiarissimo, se uno guarda oltre la superficie.

La musica non cambia

Ma è così, sta nella logica delle cose che un gigante privato si faccia gli affari suoi. Il problema semmai, è che secondo la vulgata maggioritaria, se a gestire i servizi pubblici sono dei grandi privati è meglio. Il caso dei rifiuti mostra che è vero esattamente il contrario. Se a gestire sono società pubbliche e piccole, davvero legate al territorio e controllabili dai cittadini, è meglio sia in termini di performance che di impatto su ambiente e salute. E se si allarga lo sguardo oltre la top ten dei ricicloni, la musica non cambia. Nel piccolo Abruzzo ad esempio, ci sono cinque comuni “ricicloni”, con percentuali di differenziata che arrivano a sfiorare l’87 per cento. Bene, a Orsogna e Palena i rifiuti sono gestiti da Ecolan, una «società per azioni a totale capitale pubblico costituita da 53 Comuni e che soddisfa le esigenze legate allo smaltimento dei rifiuti urbani di una popolazione di circa 160.000 abitanti», si legge nel sito. A Bugnara, unico comune abruzzese “riciclone” della provincia di L’Aquila, i rifiuti sono gestiti da Cogesa, anche questa una società interamente pubblica formata da 63 comuni. A Crecchio e Tollo, gli ultimi due comuni virtuosi dell’Abruzzo, c’è la presenza di un privato nella società, ma la maggioranza è pubblica.

C’è privato e privato

La musica non cambia, insomma. Anche se qualcuno in tema di rifiuti vorrebbe farci credere il contrario di quello che accade in realtà, tipo che Al Bano e Romina sono stati meglio dei Beatles. E pure dove la gestione dei rifiuti è in mano ai privati, le migliori prestazioni arrivano non dai giganti, ma da piccoli con una certa storia alle spalle. Il comune riciclone che si trova nella top ten e che non abbiamo ancora preso in esame è Casole Bruzio. Sta in Calabria, dove ci sono in tutto 405 municipi. Dei primi dieci comuni per raccolta differenziata (tra il 70 e l’80 per cento) nove stanno in provincia di Cosenza, e in tutti e nove il servizio è gestito dalla Calabra maceri e servizi, che è la società che ha l’appalto anche per Casole Bruzio. Società privata, sì. Ma con un suo curriculum: nasce nel 1990 «come piccola impresa dall’idea di tre fratelli – si legge nel sito dell’azienda – con lo scopo di intercettare materiali di recupero dal volume complessivo di rifiuti prodotti nell’area urbana di Cosenza, sottraendoli alle discariche per valorizzarli come materia prima seconda. L’esatto contrario di una multiutility gigantesca, insomma. L’esatto contrario di chi i rifiuti fa in modo che si moltiplichino per poi dire alle comunità che non c’è altro modo di gestirli se non bruciandoli o allargando le discariche. E i risultati si vedono. E si possono raggiungere. Anche andando a dorso d’asino.

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In copertina, l'abitato di Cuccaro Vetere, foto di Geofix tratta da Wikipedia e rilasciata in licenza Creative Commons
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Fabrizio Marcucci
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