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Come si fa a scrivere un articolo su Tolfarte, su questo incredibile Festival dell’Arte di strada e dell’artigianato artistico? Mi sono detto: fai come a scuola, quando ti davano un tema, Come hai passato la domenica?, e tu ti mettevi lì e improvvisavi qualcosa. In realtà improvviso poco, anche perché sono riuscito a parlare, a tavolino, con tre delle organizzatrici: ho potuto sapere un sacco di cose, anche quelle che non vedi o non leggi da nessuna parte, e ho potuto fare domande. Loro (Francesca Ciaralli, Caterina Battilocchio e Teresa Piroli) sono state molto vogliose di parlare di questa esperienza. E lo capisco.

Allora partiamo. Arriviamo dopo un paio d’ore di macchina e di caldo a Tolfa, paese di 5.000 anime nella Maremma laziale. B&B, bagagli, doccetta, info varie. Poi via per la serata, con una navetta che ti porta fino in centro, così non hai problemi di macchina. Appena in paese, subito i colori: tanti, tantissimi, una delle caratteristiche di questa festa, davvero arcobalenica. Piazza principale, chioschetti di street food decisamente invitanti. Cominciamo a sentire le prime trombe: musica balcanica, di quelle che ti fanno saltare per aria ad ogni botto di grancassa. In tanti lo fanno, letteralmente, per primi i bambini. Come il pifferaio di Hamelin, la banda suona ed entra in un palazzo vecchio (che è quello del Comune), attraverso un corridoio stretto, dove rimbomba tutto e dove, alla fine, si apre il giardino del paese, che poi è il luogo kids. Una parte molto consistente di Tolfarte, quella dedicata ai bambini. Del resto, quale migliore pubblico per giocolieri, acrobati e mimi? Lì scopriamo laboratori, piccole mostre, giochi, un anfiteatro dove si esibirà una stramba clown, una giostra alimentata da un tizio in bicicletta. E ogni aiuola del parco, veniamo a sapere dopo, è curata da qualcuno del posto, un’associazione o un singolo. Ma tutto l’anno, non solo durante la festa: uno degli esiti della partecipazione dei cittadini.

Usciamo, e, come suol dirsi, ci si è fatta fame. Puntiamo sparati una meravigliosa norcineria. L’occhio va sulla sella, il pezzo del lombo di maiale con in più, tipo rivestimento laterale, il lardo. Solo a ripensarci ora che sto scrivendo, viene letteralmente l’acquolina in bocca. Panino aggiudicato, due (due) euro e passa per ora la fame. E la sete, con una bella birretta.

Via con il corso e con il paese, ora. Lo scenario è questo: banchetti di artigiani ovunque possibile, ristoratori, ma anche fruttivendoli o forni o bar, con proposte davvero street food; gente, gente, gente, chi fricchettona, chi no; e artisti a punteggiare i luoghi: il percussionista che suona le casse di plastica e le pentole come un ossesso, il giocoliere con i birilli infuocati, e soprattutto gli spettacoli organizzati nelle piazzette, uno dietro l’altro, da quelli più grandi con tanto di palco e fonico, a quelli più piccolini con una ventina di persone a vedere.

Su e giù per vie e viuzze, fino a tardi, un occhio a una bancarella, una mano sul portafogli perché è impossibile non comprare qualcosa (noi: un meraviglioso pupazzo-bradipo, un flower stick, un cd e mi sa qualcos’altro), un orecchio alle grida di qualche artista di strada o ai fiati della banda balcanica. E tanti sorrisi in giro, ma proprio tanti tanti: persone contente, felici, rilassate, svagate, a proprio agio, serene. Divertite, curiose, ed anche attente. Con la testa funzionante, cioè, non certo stordite (poi chissà, magari alle 3 parecchie lo erano – noi non ci siamo arrivati a quell’ora – ma va bene così, no?). Ovviamente grandi e piccini.

E pure quelli del borgo, i tolfatari. Tante finestre aperte con persone affacciate e anche porte sulla strada (e nostre sbirciatine agli interni: è sempre un privilegio poterle dare), balconi addobbati e colorati (c’era una gara a quello più bello), commercianti visibilmente soddisfatti, tabaccai con cui attaccare bottone. Insomma, sembra proprio che questo ferro e fuoco sia più che ben accetto da chi abita in paese. Che poi è dove fanno le splendide borse di tolfa, appunto, quelle che andavano negli anni settanta: un po’ rotondette, di pelle, con la tracolla e il cinturino per chiudere (abbiamo visto almeno tre laboratori che te le realizzano davanti agli occhi).

Del resto, siamo alla quattordicesima edizione: il tutto è nato dall’idea di un gruppo di giovani che la prima volta ha chiuso 200 metri di una via del borgo e fatto esibire qualche artista. Ora, siamo al professionismo: c’è il social media manager, chi ha fatto il video di anteprima, la sicurezza e la protezione civile, le navette, e via di seguito. Attenzione: per professionismo non intendo il prodotto-fatto-e-consegnato, ma la qualità dal saper fare, la perfetta organizzazione del tutto, la voglia di riuscire bene in qualcosa che occupa la mente di chi la mette in piedi 365 giorni all’anno e quasi l’intero tempo a disposizione dei mesi che precedono l’evento (e le ragazze con cui abbiamo parlato sono tutte madri di famiglia. E no, non hanno abbandonato la prole). Tutto nelle mani della Comunità Giovanile di Tolfa: quindi, udite udite, una realtà associativa, non un imprenditore o un’agenzia privata. Il paese apprezza praticamente per intero (c’è sempre qualcuno che mugugna, in ogni cosa), dall’amministrazione comunale che co-organizza alla singola vecchietta che abita la viuzza del centro storico. Preso d’assalto (benefico e benevolo) da più di 40.000 persone e 300 artisti nel week end tra il 2 e il 5 agosto.

Perché Tolfarte non è una banale attrazione turistica, non snatura il borgo, non incide per nulla sulla sua autenticità. Al contrario: ne arricchisce la storia, dà agli abitanti un’occasione per aprire una finestra su un mondo fantastico, li unisce attorno ad un evento che, come abbiamo detto, fa sorridere le persone e lascia loro un ricordo meraviglioso. Questa è promozione del territorio, creazione di capitale sociale, diffusione di fiducia reciproca, mutualismo allo stato grezzo (nel senso di puro). Un calcio, anche, alla rabbia, al rancore, alla paura, al risentimento, a quei pessimi stati d’animo che vanno tanto di moda. E chi ci va, a Tolfarte, chi ci va, ci torna l’anno successivo, inevitabilmente. Proprio come faremo noi.

 

Foto di Sandra Corrado, tratte dalla pagina Facebook di Tolfarte:

 

Foto di Fabrizio Brugnoletti (anche quella in copertina), tratte dalla pagina Facebook di Tolfarte:

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Ugo Carlone
Scrivi un commentoCommenti (1)
  1. Fiorella Soldà 8 agosto 2018 at 10:08

    Ho letto con la gioia nel cuore. Ho creduto di “partecipare, “vedere”, “ascoltare”… L’osservazione che mi ha più colpita è stata: “E tanti sorrisi in giro (…) persone contente, felici, sorridenti, svagate…” Infatti quando esco porto sul viso la mia serenità che non interessa nessuno e mi sento sfiorata o circondata da visi tristi, corrugati, pensierosi, arrabbiati…ed è triste!

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