Una piccola impresa edile specializzata nell’uso di materiali naturali, soprattutto terra e paglia. Un gruppo di ragazzi arrivati grazie a un progetto europeo. Un tour in una regione alla scoperta di piccoli monumenti del “si può”. La cronaca di una giornata che è più di una giornata: è un modo diverso di essere

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Sanni alla fine si sbottona: “È venuta una ficata!”. Il sorriso soddisfatto di Sara spiega meglio di qualsiasi parola com’è andata dal suo punto di vista. A Chiara tocca di rompere il ghiaccio, inghiottire l’emozione e cominciare a spiegare alle due dozzine di persone che sono arrivate qui, a Spina, frazione di Marsciano incastonata nelle mille sfumature di verde delle colline umbre, in che cosa consista questo “On the straw bale building road” che è durato una settimana e che è un po’ progetto europeo, un po’ corso di formazione, un po’ esperimento di socialità, un po’ educazione a cooperare, un po’ trasmissione di buone pratiche. Ecco, è un po’ di tutto questo l’iniziativa curata da terræpaglia, piccola impresa edile specializzata nell’uso di materiali naturali di cui Sanni e Sara sono soci. Ma al tempo stesso è più della somma di tutto questo. Perché l’essenza di questa settimana di lavoro e apprendimento sul campo che ha visto protagonisti sedici giovani italiani e sloveni è il tentativo di mettere a dimora semi preziosi. Semi differenti: se la regola è competere, qui si collabora; se il principio è profittare, qui si rispettano tempi, umanità e natura; se la tendenza è a chiudersi, qui si apre. E il bello è che lo si fa costruendo. Letteralmente. Tirando su muri in terra e paglia che diventano case confortevoli. Piccoli monumenti del “si può”. Qui e ora.

Più di un progetto

“Tutto si è messo per il verso giusto”, dice Sanni spiegando il senso della “ficata”. I ragazzi accolti nel progetto finanziato dal programma europeo “Erasmus +” si sono perfettamente amalgamati. Sono neolaureati in architettura, ingegneria, agronomia. C’è pure un avvocato. Sono stati abbracciati dalla comunità di questo piccolo centro che ha provveduto a sistemarli in una struttura recentemente ristrutturata e che ha delegato al cuoco della locale sagra il compito di preparare i pasti. Hanno suscitato curiosità, questi venticinque-trentenni freschi di studio e desiderosi di sporcarsi le mani mescolando insieme terra, sabbia e paglia per imparare a tirare su case. Belle case. E hanno risposto alla curiosità che li circondava spiegando. Perché quelli di terræpaglia non li hanno fatti venire qui solo a imparare. Li hanno spinti a sperimentare. A creare. E il tour aperto al pubblico che è scaturito alla fine della settimana di lavoro è stato il frutto della loro riflessione condivisa, dopo che nei giorni precedenti avevano messo l’una sull’altra balle di paglia per farle diventare muri e intonacato e conosciuto progettisti e committenti di questi edifici naturali.

Il mondo possibile non è unico

“Siamo venuti qui perché nei nostri corsi di studi manca la parte pratica”, dice Chiara. E poi perché sono interessati a un modo di costruire diverso da quello tradizionale, che è solo uno di quelli possibili ma viene comunicato e percepito come unico. Matteo, architetto, proprietario e progettista della casa-cantiere che ha fatto da palestra per l’apprendimento di Chiara e gli altri, illustra questo concetto indirettamente, in poche parole: “Io volevo un’abitazione che avesse il minore impatto possibile sull’ambiente”. E invita a guardare prima le pareti delle sue stanze e poi a volgere lo sguardo fuori dalle finestre: “Vedete? Il colore è lo stesso. Perché è lo stesso il materiale usato”. Che è un po’ l’abc dell’integrazione umanità-natura, anche oltre il generico concetto di bioarchitettura. Per toccarlo con mano, il processo di produzione, Margherita e Matteo (che non è lo stesso di prima, ma uno dei ragazzi partecipanti al progetto) conducono gli ospiti del tour sul retro dell’abitazione, a raccogliere prima la terra e poi a mescolarla con sabbia, acqua e paglia all’interno della molazza per ricavarne intonaco. Le miscele variano da cantiere a cantiere, perché la materia prima utilizzata è a chilometri 0: la terra è quella degli scavi per le fondamenta, la paglia quella derivante dai campi circostanti, e cambiano molto a seconda del luogo in cui si lavora. Occorre un sapere artigianale sperimentato per arrivare alla mescola giusta. Quando la si ottiene, rimane il tempo per alcuni degli ospiti più intraprendenti di sperimentarsi nello spalmare l’intonaco sulle balle di paglia posizionate a muro sotto gli occhi vigili di Polona, Aurora e Irene che sovrintendono le operazioni. Eccolo, fatto: un muro in terra e paglia. È lì, lo puoi toccare.

L’altro possibile

Poi si parte, in questo tour ideato e guidato dagli allievi, per raggiungere Avigliano Umbro, dove si trova l’altra casa che i ragazzi hanno deciso di farci visitare. Quando la carovana la raggiunge, ci si ritrova di fronte a un altro di quei panorami davanti ai quali vale la pena di fermarsi. Poi si entra in queste stanze arredate finemente ma con materiale rigorosamente riciclato: finestre, tavoli, sedie, tutto qui ha avuto una vita precedente per essere poi riutilizzato in quest’ambiente accogliente in maniera piacevolmente colorata. Il proprietario è Dino: “Io volevo un’abitazione in cui le persone che avessero partecipato alla progettazione e alla realizzazione, alla fine avessero messo un po’ di loro”. Una condivisione reale, per arrivare alla quale è stato addirittura bandito un concorso. “Ci siamo divertiti tantissimo a farla”, ricorda Sara mentre conduce gli ospiti a visitare la camera da letto, dove su una delle pareti è stata disegnata con l’intonaco una creazione di Dino. Ambiente, rispetto di tempi umani e natura e condivisione. La terra e la paglia come si vede, sono solo il punto di partenza per realizzazioni tecniche che vanno oltre la tecnica che le ha generate, e prefigurano addirittura un modo diverso di stare insieme tra umani ed umani, tra umani e natura.

Niente dogmi, solo principi

“Vi abbiamo portato qui – dice Maja spiegando la casa di Dino in inglese con Antonio a fare la traduzione simultanea – perché questo è un ampliamento in terra e paglia di una casa preesistente e costruita con metodi e materiale tradizionali. E per noi è importante mostrarvi come le due cose si integrano in maniera assolutamente naturale e non forzata”. Le caratteristiche della casa di Spina le aveva invece spiegate Irene, illustrando come la parete a sud era stata realizzata in terra e paglia perché la priorità era di privilegiare la capacità isolante, mentre quella a nord era in pietra per aumentare la tenuta. Non c’è niente di dogmatico insomma in questi realizzatori di case in materiali naturali. Si sperimenta di volta in volta la soluzione che vale in un determinato contesto cercando solo di rispettare il principio della scelta di materiali naturali, che minimizzano l’impatto sull’esterno e rendono le abitazioni più salubri e vivibili all’interno.

Un’operazione sociale

A terræpaglia lo sanno che la loro attività va molto al di là del tirare su case. È una questione di rapporti tra donne, uomini e cose. È la realizzazione pratica di un percorso che si distacca dal già fatto per tentare di farlo meglio. E quindi è sperimentazione. Anche nella comunicazione di quello che si fa. Nasce da qui l’idea di “On the straw bale building road”: dalla voglia di comunicare un modo nuovo di costruire, certo. Ma anche di far sperimentare un modo differente di stare insieme. Italiani e sloveni stavolta; domani chissà. E ancora: italiani, sloveni e abitanti del posto. Di più: italiani, sloveni, abitanti del posto e gente desiderosa di passare una giornata a capire come si può fare qualcosa di diverso, solido e rispettoso al tempo stesso di tutta una serie di principi che altrove stingono fino a perdere senso. Anche la trasmissione del sapere con questi di terræpaglia cambia verso e invita al protagonismo, a imparare facendo. Perché “il fare – come ama ribadire Sanni – è parte costitutiva del sapere”. È per questo che il tour l’hanno ideato Maja, Antonio, Polona, Irene, Aurora, Matteo, Margherita e gli altri loro compagni. Sono loro che sono stati colpiti dalle cose e dalle case dove poi hanno condotto gli altri a stupirsi. Sono loro che spiegando, hanno appreso meglio le cose. Diventando maestri dopo essere stati allievi. Per mostrare che “si può”. “Una ficata”, direbbe Sanni.

In copertina, la locandina dell'evento
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Fabrizio Marcucci
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