Non si può rimanere equidistanti dinanzi alla clandestinizzazione dell'umanità. Occorre prendere parte, anche per rovesciare l'apparente buon senso di chi trasforma la percezione distorta in realtà

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Il recinto, luogo fisico di accumulazione originaria, ora di capitale esclusivo, ora di discrimine diffuso, perno di un sistema fondato sul dogma dell’asimmetria e sul mantra dell’accumulazione, è divenuto agli occhi dell’italico contemporaneo puro buonsenso. Seguendo il filone sempre vivo dell’italiani brava gente e del non sono razzista ma.. l’oggi, che è figlio dello ieri e si spera non sia padre del domani (tra fideismo della volontà e ottimismo della ragione), traduce una becera discriminazione, rancorosa nei toni e impalpabile negli effetti, in pratica catartica risolutrice di ogni male.

Chiudere i porti, dando la caccia alle ong, sparando ciecamente sulla disperazione dei migranti, questo il buonsenso del ministro degli interni, questo il buonsenso di una nazione (che non c’è e non c’è mai stata) che pretende di venire prima di ogni cosa. Insomma se ieri abbiamo portato il nostro credo in casa loro in nome di una civilizzazione che li ha spogliati di tutto, oggi, che i disperati dei sud del mondo vedono nella libertà di movimento una possibilità di riscatto da un destino cinico e baro, li respingiamo con l’arroganza tipica di chi ha tutto e non trova di meglio da fare che accanirsi contro chi non ha niente, se non il proprio corpo da rivendicare, se non la propria biografia da riscrivere. La spontaneità delle migrazioni deve fare il conto con l’induzione al discrimine tipica della disparità economica, l’umanità del migrante, allo stesso tempo, deve confrontarsi con la disumanità di chi si considera padrone autoproclamato e arbitrario di un mondo diviso in confini. In questa ottica il ministro della malavita, direbbe Saviano, si può paragonare a un cane da guardia tracotante nella sua purezza di razza che, bava alla bocca, difende una linea di confine (il recinto che fu) immaginaria da un pericolo surreale.

Rimanendo tra Beckett e Cortazar immaginiamo di correre una ultramaratona e a trecento metri dall’arrivo trovare un sedicente buonsensista che ci prende a mazzate per non farci arrivare, perché l’arrivo lo considera casa sua. Ecco noi che corriamo siamo i migranti mentre l’uomo (o meglio una sua riproduzione più o meno riuscita) con la mazza il ministro dell’interno. Noi che corriamo e non loro che corrono, declinare in modo diverso la stessa storia coniugandola con verbo e modo altro, questo il compito di donne e uomini di sinistra di fronte a uno scempio che unisce, forgiandole, la semantica e la semiotica. Riallacciare i fili recisi di una narrazione comune naufragata tra i deliri di prestanza e le ossessioni di efficienza, ritrovare la propria appartenenza, che è un po’ più di ogni identità, senza negare l’appartenenza altrui, questa la base di partenza per sconfiggere la bava alla bocca del cane e la mazza roteante del buonsensista. Non preoccupa tanto la tracotanza della destra che si vuole bene comune, quello che atterrisce è lo smarrimento della sinistra che troppo spesso si fa irretire da una rappresentazione della realtà percepita lontana anni luce dalla realtà dei fatti. Eh si, altro concetto centrale insieme a efficienza e prestazione (sempre valutati da un soggetto terzo nella sua imparzialità secondo una scala di valori calata direttamente dal cielo) nella barbarie contemporanea è quello di percezione. Non è importante quello che succede realmente, quello che conta è ciò che si percepisce, e la percezione, figlia di un’induzione, algoritmica nel suo sprezzo, finisce con l’immobilizzare la sinistra, confinandola nell’angolo residuale delle sue paure, che altro non sono se non ombre ingigantite dal buonsenso degli altri.

Fosche nebbie hanno invaso l’orizzonte, al punto che, un governo strillone che annuncia di voler scrivere la storia, con il sangue degli ultimi, riduce un diritto fondamentale come il reddito di base a deprecabile assistenzialismo (la temporaneità della prestazione e l’obbligo di seguire un percorso di rieducazione sono lì a dimostrarlo) e fa assurgere il serial killer della progressività fiscale, sua maestà flat tax, a strumento principale di giustizia sociale. I porti chiusi sono scorciatoia preferenziale verso un’ignoranza globalizzata che predica gravitazione sociale e discrimine di “razza”, non si può essere equidistanti di fronte a tutto ciò, bisogna prendere parte senza se e senza ma, non farlo significherebbe consegnarsi una volta per tutte all’ineludibilità del censimento delle diversità. Quelle diversità, tanto ostiche anche per la sinistra istituzionale che fu, si stanno trasformando da fonti sorgive di ricchezza in male assoluto. Tutti noi, nessuno escluso, abbiamo il dovere di osteggiare un mondo che “clandestinizza” l’umanità, a tutti noi il compito improcrastinabile di tornare a praticare “il sogno di una cosa”, non certo per reificare il reale, quanto per continuare a desiderare un mondo migliore. Per farlo bisogna rinunciare a quella parte di noi che convive con le ombre della percezione e con la disumanità contabile dell’ efficienza e della prestazione, per farlo bisogna tornare a criticare con mente e corpo la sovranità basata sul concetto del prima, bisogna cioè riappropriarsi di noi, spogliandosi di noi. Elementare Watson, elementare (ma non troppo).

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Simone Gobbi Sabini
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