Si intitola “Populismi, nuove forme di partecipazione e governo dell'economia” il convegno organizzato dall’Università di Perugia che per l’appuntamento di giovedì 28 febbraio ha messo insieme prestigiosi politologi, storici, economisti e giuristi per tentare di capire meglio un fenomeno che, essendo pressoché inedito, va analizzato con strumenti nuovi. Ne abbiamo parlato con Marco Damiani, il ricercatore che coordinerà l’incontro

Se ci vuoi sostenere, contattaci, grazie!

Marco Damiani è ricercatore in Sociologia dei fenomeni politici presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia. Giovedì prossimo, 28 febbraio, coordinerà i lavori del convegno “Populismi, nuove forme di partecipazione e governo dell’economia”, organizzato dall’Università di Perugia, che si terrà nel capoluogo umbro a partire dalle 17 nel Salone d’onore di Palazzo Donini. Damiani è una vecchia conoscenza di Ribalta, ne abbiamo approfittato per farci concedere questa intervista che ci fa capire da vicino il senso dell’appuntamento a cui parteciperanno importanti studiosi di diverse discipline.

Innanzitutto, in due parole se puoi: perché questo convegno? E perché il tema del populismo insieme a quello della partecipazione e del governo dell’economia?

Questo convegno nasce dalla volontà di trattare insieme questioni, temi e problematiche solo apparentemente distinti nella sfera pubblica della politica contemporanea. La nuova offerta politica in termini populisti, la riorganizzazione degli strumenti della regolazione democratica, il governo dell’economia rappresentano temi fondamentali nel dibattito politico e politologico nazionale e internazionale, che con questo convegno vogliamo provare ad affrontare scientificamente perché riteniamo che soltanto mettendo a sistema saperi diversi sarà possibile arrivare a comprendere il dispiegamento e l’evoluzione dei fenomeni politici complessi che caratterizzano l’età attuale.

Ci spieghi perché populismi al plurale, e non al singolare?

Populismi al plurale perché attraverso questa categoria politica, basata sulla riorganizzazione del conflitto tra popolo ed élite, si riconoscono declinazioni diverse di un fenomeno comune. Esistono populismi di destra, che declinano il termine “popolo” sulla base di un’appartenenza nazionale omogenea, ma esistono anche populismi di sinistra, che cercano di includere nel termine “popolo” tutti coloro che “dal basso” – indipendentemente dal passaporto che conservano in tasca – pagano gli effetti delle scelte provenienti “dall’alto”. Per questo motivo, nella stagione politica che stiamo vivendo è più corretto declinare al plurale una categoria, in passato, coniugata soltanto al singolare.

Gli invitati sono di particolare prestigio. Chi sono, in due parole?

Data l’importanza degli argomenti all’ordine del giorno, abbiamo voluto comporre un parterre de rois con studiosi di indubbio prestigio nazionale e internazionale. Marc Lazar non ha bisogno di presentazioni. Sociologo e politologo molto noto, insegna alla Sciences Po di Parigi e rappresenta una delle voci più autorevoli in Europa nello studio dei processi di trasformazione politica. Gaetano Azzariti, autorevole costituzionalista, attualmente insegna all’Università “La Sapienza” e da tempo è impegnato nello studio dei meccanismi di regolazione democratica, con particolare riferimento ai nuovi strumenti della partecipazione politica. Francesco Saraceno è un importante economista, anch’egli della Sciences Po di Parigi, impegnato, tra le altre cose, nello studio delle diseguaglianze economiche in regime di economia globalizzata. Oltre al seminario del 28 febbraio, Saraceno è ospite del Dipartimento di Scienze Politiche di Perugia anche nelle giornate del 26 e 27 febbraio, impegnato all’interno di seminari di studio e approfondimento con i nostri studenti universitari.

Come vedi landamento dei movimenti populisti in Europa e in Italia? Pensi che sarà veramente un successo, per loro, l’esito delle elezioni europee?

Per uno studioso di fenomeni politici è sempre molto difficile fare previsioni. L’impressione è che la forza della proposta populista abbia ancora molta energia da sprigionare, e non solo in Italia. In molti Paesi europei, e in tutti i Paesi della sponda Nord del Mediterraneo, esistono partiti populisti di diversa estrazione politica che si candidano alle prossime elezioni europee. Nel loro programma sono raccolte critiche molto dure a questa idea di Europa, e all’intera Unione europea, intesa come istituzione politica sovranazionale, che – a loro avviso – impone agli Stati membri misure di politica economica recessive, ormai insopportabili. La mia impressione è che questi partiti possano ottenere, quanto meno in alcune circostanze, risultati per loro molto positivi.

Recentemente, su Ribalta, abbiamo recensito lultimo libro di Chantal Mouffe. Tu ci credi ad un populismo di sinistra? Se sì, che caratteristiche dovrebbe avere? Ha un futuro, in Italia?

Il populismo di sinistra è un fenomeno recente, in alcuni Paesi europei interpretato da partiti politici che registrano buone fortune elettorali. Tra questi ricordo Syriza (in Grecia), Podemos (in Spagna) e France Insoumise (in Francia). Si tratta di tre esempi molto diversi da loro, accomunati, però, dalla volontà di proporsi in alternativa alle classi dirigenti della sinistra tradizionale. A questo proposito, Chantal Mouffe ed Ernesto Laclau, negli anni scorsi, sono stati gli autori che più di altri hanno ragionato su questa possibilità. Il contributo della loro riflessione ha registrato risultati anche in termini politici.

Nel nostro Paese, però, questa opzione sembra piuttosto difficile da perseguire sia per lo stato di debolezza della sinistra italiana sia perché il campo di un possibile populismo di sinistra è stato anticipatamente occupato (seppur con modalità e contenuti politici distinti) dal Movimento cinque stelle. Ora, a fronte dell’esperienza critica del governo giallo-verde e data l’alleanza tra M5s e Lega potrebbe aprirsi un debole varco. La capacità di inserirsi in questo spazio dipenderà dalla forza dell’imprenditore politico che tenterà di occuparlo.

A proposito della Mouffe: lei dice, sostanzialmente, che è vero che moltissimi sono a loro agio con i valori di destra, ma sono tantissimi quelli attratti da quei partiti [i populisti di destra] perché avvertono che nessun altro ha a cuore i loro problemi”; se fosse disponibile un linguaggio differente, molte persone potrebbero vivere e affrontare la loro situazione in maniera diversa e unirsi alla lotta progressista”. Concordi?

A mio avviso, lo scenario descritto da Chantal Mouffe è difficilmente verificabile. Sicuramente, la frattura popolo/élite al posto di quella tra capitale e lavoro riorganizza il conflitto politico su basi nuove rispetto al passato. In regime di “new politics” le forme dell’appartenenza ideologica e i comportamenti elettorali dei cittadini assumono senz’altro una consistenza molto “liquida”. Tuttavia, dire che una parte di elettori voti i partiti di destra perché non esiste il corrispettivo opposto a me sembra rappresentare – dal punto di vista dell’autrice – un auspicio di carattere personale. Nel “mercato della politica” l’offerta deve sempre incontrarsi con la domanda (e viceversa). E in questo passaggio storico a me sembra che la domanda diffusa di sicurezza sociale incontri più facilmente l’offerta populista della destra. Articolare una piattaforma (cosiddetta) a “populismo inclusivo”, a mio avviso, è molto più complesso e presuppone uno sforzo politico, che può registrare esiti positivi soltanto a fronte della pregressa costituzione di un “popolo” (di indignados, per esempio) capace di ricompattarsi e riconoscersi come soggetto politico collettivo, e in grado per ciò di assumere comportamenti politici coerenti.

In copertina, uno scorcio del pubblico al concerto dei Muse a Parigi il 23 giugno 2007. Foto di James Cridland
print
Ugo Carlone
Scrivi un commento

Lascia un commento