Se oggi siamo un po' più liberi rispetto a qualche decennio fa lo dobbiamo anche a De André, che ci fece capire che la libertà era venuto il momendo di prendercela. Anche se la sua lezione rischia di sbiadirsi sotto gli attacchi di una morale bigotta e repressiva sempre in agguato

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“L’amore deve essere libero, senza catene, né firme, né benedizioni”

(Luis Buñuel)

Ad un certo momento amore non fece più rima con cuore. Erano gli anni ‘60, quelli che dovevano preparare il ‘68, che non fu il frutto di un’improvvisa ribellione, ma l’esito finale di una presa di coscienza che si era andata sviluppando negli anni precedenti. Di questo cambiamento graduale della coscienza collettiva le canzoni dei cantautori degli anni ‘60 furono una spia significativa per le novità e le rotture a livello di linguaggio e di tematiche rispetto alla canzone tradizionale.

Una delle svolte più dirompenti rispetto al costume e alla morale allora corrente fu data dal modo del tutto diverso di rapportarsi al sesso e all’amore, che le canzoni di alcuni cantautori intercettarono nell’aria che respiravano le nuove generazioni. Fabrizio De André è tra i primi interpreti di quel disagio esistenziale e politico che i giovani avvertono nei confronti delle ipocrisie e dell’autoritarismo della morale tradizionale borghese, cattolica e repressiva nei confronti dell’amore e del sesso, quest’ultimo vecchia ossessione dell’Italia democristiana. Fabrizio, giovane rampollo della buona borghesia benestante genovese, conosce di questa vizi e virtù, debolezze ed ipocrisie, e a smantellare queste ultime si pone fin dall’inizio armato di un anarchismo spontaneo e di un gusto per lo scandalo che lo indirizzano quasi istintivamente sul terreno della morale sessuale, dove lo scandalo è assicurato e il bersaglio scoperto. Secondo i canoni morali dell’Italia di allora, il sesso non rappresentava un valore in sé, ma diventava lecito solo se rientrava nel quadro della legittimazione collettiva attraverso la moralità del matrimonio. Chi il sesso lo praticava come valore in sé, naturale e spontaneo, o chi non lo legittimava con la benedizione di Dio o il timbro dello Stato era un trasgressore e come tale moralmente e spesso (si pensi all’adulterio) anche giuridicamente condannato.

Ma sotto la cenere del perbenismo borghese covava un disagio, che, prima di essere politico, era esistenziale e che De André sa cogliere dal fondo di una sensibilità anarchica, che vede le convenzioni e le ipocrisie come altrettanti attentati alla libertà di amare e di praticare il sesso come fatto naturale e spontaneo di realizzazione della persona: beninteso, quando si attua senza violenza e per libera scelta, anche in assenza di amore ma in presenza di tenerezza e rispetto. Fin dalle prime canzoni è netta la messa in discussione e il rifiuto di due veri e propri puntelli ideologici della morale tradizionale: la concezione istituzionale dei rapporti sessuali, secondo la quale questi devono essere vietati prima e fuori del matrimonio, e la concezione dell’amore come sentimento dalla durata eterna, consacrato nel matrimonio Chi cerca una bocca infedele che sappia di fragola e miele in lei la troverà, perché lei gioca all’amore scherzando con gli occhi ed il cuore: lei è Barbara, rifiuta il matrimonio, visto che ogni letto di sposa è fatto di ortica e mimosa, per vivere l’amore come fatto gioioso e spontaneo nel suo dato fisico, al di fuori delle regole codificate, ma anche come fatto transitorio, come sentimento figlio del tempo, che con esso nasce, muore, rinasce, cosicché per ogni amore che se ne va … un altro petalo fiorirà. Se Barbara, pur essendo la rappresentazione della ragazza che ha scelto di essere se stessa, contesta il sistema della morale tradizionale, diciamo così, dall’interno, Bocca di Rosa se ne pone decisamente fuori, perché, mettendo l’amore sopra ogni cosa, l’amore in quanto fisicità, sesso, facendone il senso della propria vita, ha operato una scelta trasgressiva: c’è chi l’amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione, Bocca di Rosa né l’uno né l’altro, lei lo faceva per passione. È quanto basta per farla iscrivere a forza nel registro delle puttane, delle puttane al quadrato però, perché la puttana semplice che lo fa per professione, agli occhi del moralismo tradizionale trova pure una qualche giustificazione nelle vicissitudini della vita, mentre chi lo fa per amore del piacere non può trovare che condanna assoluta da parte di una morale cattolica sessuofobica e antiedonistica, che considera il piacere sessuale come roba diabolica, salvo poi trescare ipocritamente con esso.

In Bocca di Rosa l’attacco alla morale borghese e cattolica è condotto ancor più in profondità, perché l’amore come passione si scontra con le regole e le convenienze sociali, che servendosi del concetto borghese di proprietà, applicato alle persone, fanno sì che il furto d’amore sarà punito dall’ordine costituito. Ma lo smacco e l’impotenza del potere di fronte alla libera forza della passione è per De André scontato: a poco servono i gendarmi con i pennacchi e con le armi che spesso al proprio dovere vengono meno ma non quando sono in alta uniforme, se ad aspettare Bocca di Rosa c’era alla stazione successiva molta più gente di quando partiva. Alla fine anche il parroco la vuole in processione accanto alla Vergine, ma più come Maddalena da perdonare che persona da rispettare.

In Via del campo la trasgressione diventa totale con la rivendicazione della libertà di vendere il proprio corpo per professione. Verso la graziosa gli occhi grandi color di foglia, che tutta notte sta sulla soglia e vende a tutti la stessa rosa, nessun moralismo, ma solo comprensione umana, simpatia e rispetto perché dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior. È questa una convinzione profonda, che segnerà tutta la produzione di De André e che lo porta ad un’inversione totale dei valori: la vera umanità si trova tra gli emarginati, i reietti della morale comune, e non tra le pietre preziose dei falsi valori borghesi. La puttana è prima di tutto una persona, una donna di cui è perfettamente legittimo innamorarsi: ama e ridi se amor risponde e piangi forte se non ti sente, raccomanda De André all’uomo che si è innamorato di lei, perché amarla e soffrire per lei è amare e soffrire per una donna e non per una puttana. La trasgressione è totale anche a livello di linguaggio, la presenza palese del termine puttana rompe il linguaggio aulico e spesso banale della vecchia canzone, con grande scandalo dei benpensanti e della Rai che interviene con la censura.

La posizione di De André quale viene fuori da queste prime canzoni è dunque chiara, l’amore e il sesso sono espressione di libertà individuale e trovano un limite non nelle leggi della morale comune ma soltanto nel rispetto della libertà dell’altra persona. Ne consegue una netta separazione del sesso dalla violenza e una condanna dell’uso del potere a fini sessuali. Questo è già chiaro in Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, dove, non tragga in inganno l’atmosfera naturale e gioiosa, il re dei Franchi approfitta del suo potere per un’avventura sessuale con una donna, che solo dopo si rivela essere una puttana. Ne Il re fa rullare i tamburi è ancor più scoperta l’ironia e la denuncia: il potere del re passa sopra ai sentimenti del suo marchese e di sua moglie, appropriandosi d’autorità di quest’ultima. Nella Leggenda di Natale è il potere dei soldi a usare violenza: con un linguaggio indiretto e metaforico proprio della poesia, De André ci narra di un’adolescente che parla alla luna e gioca con i fiori e del suo incontro con un babbo natale che parlava d’amore e d’oro e d’argento splendevano i doni ma gli occhi eran freddi e non erano buoni. Alla fine dell’incontro, alla fanciulla non resta che la voglia di narrare alla luna la storia di un fiore appassito a Natale, la sua innocenza comprata e perduta.

Ma dove la concezione dell’amore e del sesso si manifesta nel modo più completo e poetico è ne La canzone di Marinella, forse la più conosciuta ma la meno compresa di tutta la produzione di De André, vissuta spesso come una bella favola e niente più. Già fin dall’inizio afferma questa di Marinella è la storia vera, ma subito dopo aggiunge che, scivolata nel fiume, il vento che la vide così bella dal fiume la portò sopra una stella, facendo chiaramente intendere che la verità non è quella del racconto realistico, ma quella simbolica e poetica della fiaba. Ed è già una scelta di metodo decisiva: un discorso libertario sull’amore non può essere fatto che attraverso lo strumento più libertario, quello della fantasia, che Voltaire chiamava “la pazza di casa”. Marinella è sola senza il ricordo di un dolore e senza il sogno di un amore, in quella condizione esistenziale di solitudine e noia che rende spesso la vita vuota e insignificante, quando all’improvviso l’amore, sotto le spoglie del re, irrompe nella sua vita e la sconvolge; ma è un re senza corona e senza scorta, senza cioè i simboli del potere, perché l’amore niente ha a che fare con il potere, essendone invece, nella visione anarchica di De André, l’esatta negazione. È l’amore come libertà totale del sentimento infatti che subito dopo travolge Marinella: tu lo seguisti senza una ragione come un ragazzo segue un aquilone, l’amore che non ha bisogno di ragioni per esserci, che trae la sua forza dall’essere un fatto del tutto gratuito, libero da ogni logica e soprattutto non assoggettabile al giudizio della morale tradizionale, perché, è Nietzsche a ricordarcelo, ciò che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male. Ma l’amore in De André ha inscritto il sesso nel suo codice genetico e Marinella non fa eccezione, sotto gli occhi complici e protettivi della natura, c’era il sole e avevi gli occhi belli … c’era la luna e avevi gli occhi stanchi, il bacio casto della fiaba tradizionale si trasforma in un incontro sessualmente così intenso e da durare dal giorno alla notte.

Ecco che il mondo dorato e ipocrita della fiaba asessuata viene travolto dalla naturalezza della passione. La trasgressione è violenta ma non avviene attraverso la banale descrizione realistica bensì attraverso la trasfigurazione poetica che scatena l’immaginazione sulle ali dell’erotismo: furono baci e furono sorrisi poi furono soltanto i fiordalisi che videro con gli occhi delle stelle fremere al vento e ai baci la tua pelle. Accanto alla forza straordinaria dell’amore De André non cessa però di sottolinearne la provvisorietà: Marinella che scivola nel fiume e muore è il simbolo della caducità di questo sentimento, che così come nasce senza ragione, altrettanto senza ragione muore (nel fiume chissà come scivolavi). È il crollo di un altro tabù della morale tradizionale, quello dell’amore eterno, eternamente imprigionato dal matrimonio. La morale laica di De André non è fatta di assoluti, ma di relativi che nascono e muoiono: e come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno come le rose.

È questo un concetto che torna costantemente in tutta la sua produzione: è il tema centrale de La canzone dell’amore perduto: ricordi sbocciavan le viole con le nostre parole: non ci lasceremo mai e poi mai. Vorrei dirti ora le stesse cose ma come fan presto amore ad appassir le rose. L’amore è figlio del tempo e passa con esso. Da questa verità discende un’altra convinzione del tutto fuori linea rispetto alla morale comune, quella secondo cui occorre cogliere l’attimo fuggente perché, come bene chiarisce in Valzer per un amore, vola il tempo, lo sai che vola e va, forse non ce ne accorgiamo, ma più ancora dei tempo che non ha età siamo noi che ce ne andiamo. E per questo ti dico: amor, amor, io ti attenderò ogni sera ma tu vieni non aspettare ancor, vieni adesso finché è primavera. Ma raramente siamo capaci di cogliere l’attimo propizio: tabù sociali e remore moralistiche spesso ci impediscono di afferrare al volo brandelli d’amore e dunque di vita. È il tema splendido de Le passanti, che De André mutua dall’altro grande cantautore anarchico francese Brassens: Io dedico questa canzone ad ogni donna pensata come amore in un attimo di libertà … a quella quasi da immaginare tanto in fretta l’hai vista passare dal balcone ad un segreto più in là e ti piace ricordarne il sorriso che non ti ha fatto e che tu le hai deciso in un vuoto di felicità.

Alla sensibilità di De André non poteva sfuggire un altro aspetto dell’amore, l’accoppiata romantica con la morte. Nella Ballata dell’amore cieco un uomo, come prova d’amore richiesta dalla donna, uccide la madre, poi si taglia le vene; anche qui nessun giudizio, nessuna condanna, ma solo comprensione umana per una passione talmente cieca da produrre anche la morte. L’amore non rappresenta né l’assolutamente bene, né l’assolutamente male, ma, come tutte le cose umane, esprime la fondamentale contraddittorietà della vita. L’amore dunque può fare vittime, ma fa vittime anche la sua mancanza e la solitudine e Nancy nella omonima canzone è una di queste: dormiva con tutti ma cosa fai domani non lo chiese mai a nessuno, s’innamorò di tutti noi … dicevamo che era libera e nessuno era sincero, non l’avremmo corteggiata maiE un po’ di tempo fa col telefono rotto cercò dal terzo piano la sua serenità. Un’altra vittima dell’ipocrisia di chi, giudicandola libera, in apparenza ne accetta lo stile di vita, ma sostanzialmente la condanna moralisticamente alla solitudine.

Queste le riflessioni che è possibile fare con gli occhi di oggi su messaggi che partirono da quelle canzoni e sul loro carattere del tutto rivoluzionario. Ma è inevitabile porsi una domanda: quanto di essi è stato recepito tanto da diventare patrimonio comune delle nuove generazioni. Sicuramente molto a livello di comportamenti pratici, molto meno a livello di consapevolezza politica della loro importanza, tanto che il pericolo di una morale bigotta e repressiva è sempre in agguato. Possiamo però con certezza dire che se oggi siamo un po’ più liberi lo dobbiamo anche a Fabrizio De André, che se non ci ha regalato la libertà, ci ha però fatto capire che era venuto il momento di prendercela.

* Marcello Ricci ha insegnato filosofia e storia nei licei. Ha scritto studi di filosofia teoretica, testi teatrali e sceneggiati radiofonici ed è cofondatore del Progetto Mandela e del Centro per i diritti umani (per il quale ha pubblicato L’avventura dei diritti umani. Realtà o utopia?), oltre che dell’associazione culturale Civiltà laica. Per Ribalta ha già scritto Radio Evelyn. Un sasso libertario nella Terni degli anni settanta.

In copertina, il matrimonio di Fabrizio De André e Dori Ghezzi (foto da wikipedia.org)
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Marcello Ricci
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