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Spesso mi chiedo come farà Guglielmo, mio figlio, da grande, a districarsi in questa società che andando avanti regredisce sempre di più, portando alla luce distopie e dicotomie che appartengono più al medioevo delle superstizioni, delle streghe e dei miracoli che al XXI secolo.

Non c’è mai uguaglianza, non c’è mai parità. Tutto è solo una corsa per arrivare primi a qualsiasi traguardo: sono più bravo di te, più bello di te, più furbo di te, più ricco di te. Nessuno prova a insegnare ai propri figli che la bellezza è nel cammino che fai per raggiungerlo, quel traguardo, non nel traguardo in sé. Sento e vedo cose avvilenti, mai confutate ma spesso reiterate a questi bimbi da genitori superficiali che troppo spesso dimenticano che i figli sono il loro specchio. Noi cerchiamo di insegnare, nel nostro piccolo, a nostro figlio, che tutti sono nati liberi e uguali; non c’è uomo, non c’è donna, non c’è nero, non c’è bianco.

Ma non ci sono solo mamma e papà. Ogni giorno Guglielmo viene a contatto con altre persone, altri bambini che sono, appunto, lo specchio di quello che viene loro insegnato. E allora anche lui dice cose che sai che potrebbe dire ma che non ti aspetti potrebbe farlo mai. Così, con pazienza e amore, provi a togliergli nuovamente quel velo di pregiudizio che qualcuno ha messo davanti ai suoi occhietti e speri dentro di te che arrivi presto l’età in cui comincerà a ragionare con la sua testa senza andare appresso al branco. Magari ne farai una di quelle bestie rare che dice grazie, saluta anche gli sconosciuti e aiuta gli altri quando ne ha l’occasione, un “disadattato”, insomma, ma almeno sarà una persona onesta, gentile, educata, altruista e ragionevole. E probabilmente ti odierà per avergli insegnato a cercare di guardare al di là della folla invece di confondersi in essa.

E “lo stato” non c’entra niente. È il genitore che insegna al figlio che, ad esempio, le “femmine” non sanno guidare che mi preoccupa di più. O il supermercato che divide i giochi in quelli per bambini e quelli per bambine. O il bambino che va a fare la spesa col papà o la mamma che apostrofano con “negro de merda” quel pover’uomo che sta lì a chiedere l’elemosina. Io di questo sono preoccupato: che ci debba essere sempre, in qualsiasi aspetto della vita, un noi e un loro o, peggio ancora, un io e un loro. A me è questo che sconcerta, è questo il medioevo di cui parlo. Ieri ho dovuto provare a spiegare a Guglielmo la violenza di genere. A un bambino di 5 anni che ha visto una sedia vuota su cui non si poteva sedere (postooccupato.org) perché quello era un posto occupato da una donna che non c’è più, vittima della violenza di suo marito, del suo compagno, di un suo ex, ho dovuto provare a spiegare che esistono uomini che si sentono in diritto di trattare una donna come un oggetto solo perché nel XXI secolo c’è ancora chi ragiona io Tarzan tu Jane! E lui, por’amore, non capiva perché. E per uno come me che cerca di farglielo capire che è una cosa sbagliata e orribile anche solo da pensare, quanti trogloditi ci sono ai quali ancora questo discorso sta bene?

Qui lo stato non c’entra niente, è una questione di cultura, di intelligenza, di sensibilità. E finché ci sarà gente che fa e dice cose che ti costringono a cercare di dare una spiegazione così complessa a tuo figlio di 5 anni, sarò sempre preoccupato per lui.

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Federico Mica
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