Il populismo non è solo di destra: è una "logica" della politica, per cui c'è anche quello progressista e democratico. Senso Comune è un giovane gruppo che si ispira proprio a questo. Abbiamo incontrato il suo Presidente, Samuele Mazzolini, con il quale la chiacchierata è stata, decisamente, ad ampio raggio.

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Senso Comune, il movimento dalla parte di chi non ha parte, “nasce un po’ come think tank, come riflessione intellettuale, come provocazione in seno alla sinistra. In fin dei conti veniamo tutti da là”. A dircelo è Samuele Mazzolini, presidente di Senso Comune. Di cosa parliamo? Di una specie di animale strano nel panorama populista: un po’ gruppo di studiosi, un po’ associazione politica, un po’ (forse) futuro partito vero e proprio. Sicuramente, un animale strano molto, ma molto interessante. Perché propone contenuti e idee di cui si sente un gran bisogno. Perché lo fa in modo efficace, con contenuti approfonditi e fruibili, allo stesso tempo (è quello che cerchiamo di fare anche noi a Ribalta: se non ci riusciamo, ditecelo!). Perché è composto da persone per lo più giovani e, se anche noi rifiutiamo in toto la retorica giovanilista, almeno non si può dire loro di essere vecchi arnesi della sinistra che cercano di ricollocarsi. Perché ha un grande slancio, una grande passione, una bella positività. Perché si sta radicando un po’ in tutta Italia, con i gruppi locali. E perché osa, e questo è un valore aggiunto inestimabile. Nel tempo, dopo un Manifesto programmatico, sono usciti Il libretto amaranto. Per un’economia al servizio del popolo (disponibile online) e il testo I giovani salveranno l’Italia, per Imprimatur. E tante altre iniziative, come vedremo, sono in ballo.

Populisti democratici

Per conoscere meglio questa realtà, abbiamo raggiunto al telefono, appunto, il presidente di Senso Comune, Samuele Mazzolini. Lui, come altri del gruppo, era in Inghilterra, perché è un ricercatore di teoria politica ad Essex. “Già dall’inizio avevamo un’ambizione che andava oltre la provocazione: una vocazione più propriamente politica“. Una vocazione politica fortemente ispirata dal populismo, giusto per entrare nel vivo delle cose. Il populismo quello buono, però, aperto, inclusivo, progressista. Per Senso Comune, il populismo è una logica della politica e attraversa un po’ tutto lo spettro ideologico. Una specie di forma all’interno della quale prendono corpo diversi contenuti, che possono essere di destra, di sinistra, di centro. Questa visione non stupisce, considerando che Mazzolini si sente “discepolo” di Ernesto Laclau e studia, attualmente, “con quelli che si sono formati con lui”. Ci dice: “Il populismo, per me, è la creazione di una volontà collettiva, di nuove identità che superino quelle precedenti. Quelle che non hanno più la capacità di captare le domande sociali esistenti in questa fase storica”. Populismo implica “avere quella capacità aggregante di costruire un noi, a partire dalle rivendicazioni esistenti nella società“. Niente a che fare con l’autoritarismo, con il cesarismo, cioè con tutti quei fenomeni che lui stesso definisce retrivi: “per me il populismo è articolazione, è costruzione politica”.

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Arrivare ai non politicizzati

In questa ottica, è chiaro che ogni soggetto collettivo che in qualche modo fa politica debba parlare anche ai non politicizzati. È un tema molto promettente, sul quale Senso Comune (non è quindi un caso che si chiami così) insiste parecchio: “È fondamentale rivolgersi a chi non è già militante, anche se, ancora, essendo numericamente piccoli, noi arriviamo solo a quelli che hanno già le loro idee o delle esperienze di partecipazione, o che comunque hanno già in testa degli schemi delle cose. Però cerchiamo di tagliare il nostro messaggio affinché possa essere recepito anche da coloro che non fanno politica attiva”. Qui Mazzolini cita Íñigo Errejón, cofondatore di Podemos: “Quando questo partito-movimento è nato, Errejón era molto contento del fatto che una buona percentuale dei voti in entrata fosse venuta da gente che prima aveva votato Partido Popular”, cioè il centrodestra. “Questa laicità, questo pragmatismo, questa necessità che loro avvertivano di avviare un processo di de-identificazione presso fasce d’elettorato che votavano altrove, secondo me è qualcosa di importantissimo”. Il fatto è che “quelli che scendono in piazza sono una minoranza. Il senso comune, le percezioni stanno sempre un pelo altrove: votano tutti, questo non bisogna mai dimenticarlo“. Eh già, votano tutti.

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La questione del leader

Affrontiamo anche la questione del leader, del carisma, della necessità di qualcuno che sappia farsi carico, a livello personale, delle istanze sociali (qui Mazzolini lo ha fatto per Micromega, insieme a Giacormo Russo Spena; su ribalta, un po’ provocatoriamente, ne avevamo parlato qui, quasi auspicando l’avvento di un “Salvini di qua”). “Io sul leaderismo sono molto aperto. Per me fare politica è anche mobilitare passioni, creare degli investimenti libidinali, per dirla con Freud”. Questo comporta anche la presenza di un leader, “che disincrosta certe inerzie, favorisce la coagulazione di una serie di volontà, di moti di cambiamento dispersi che altrimenti non convergerebbero. Nessuna aggregazione politica, sicuramente allo stato nascente, ma anche dopo, ne può prescindere”. Del resto, leader non è una parolaccia: anche quelli che temono di scadere nell’eccessiva personalizzazione o addirittura nel fascismo (perché il timore è quello) dovrebbero pensare che “la storia della sinistra è piena di leader: Lenin, Togliatti, Berlinguer. L’importante è favorire, nel medio-lungo periodo, l’emergere di nuovi leader in un certo senso secondari, e riuscire a trasferire l’investimento iniziale per una persona verso le idee”.

Leader non è una parolaccia anche perché non equivale ad arruffapopolo: “Jeremy Corbyn, ad esempio, il leader dei laburisti inglesi non è affatto un arruffapopolo, eppure è un leader. Si può esserlo anche senza grandi metafore e giri di parole. Bisogna avere la capacità di conferire legittimità a rivendicazioni che la gente poi dice ‘ah, cavolo, è quello che stavo pensando anch’io!’, la capacità di far affiorare, di far venire a galla delle cose che sono latenti un momento prima“. E in Italia come siamo messi, gli chiedo? In Italia, a sinistra, non ci sono leader, non c’è nessuno al momento che abbia quel carisma necessario”. Ma, ci dice Mazzolini, “tutti i leader,prima di diventarlo, erano dei signor nessuno. Il fatto che non ce ne sia uno immediatamente riconoscibile non significa che non ne possa emergere uno”. Speriamo bene.

Riprendiamoci l’Italia

Senso Comune ha promosso per il 23 giugno un incontro nazionale dal titolo un bel po’ ambizioso: Riprendiamoci l’Italia. E allora chiedo proprio come si fa a riprendersi l’Italia: “Non è facile”, confessa Mazzolini, “anche perché, in questa congiuntura, un governo che fluttua tra l’ambiguità e la destra si è appropriato di una serie di temi e di dicotomie che godono di centralità nel dibattito pubblico. È necessario toglierglieli e farli nostri”. Senso Comune prova a fare anche questo: contribuire a sradicare temi e slogan dalle mani dei populisti di destra, per rimetterli nei binari in cui, secondo loro, dovrebbero naturalmente stare. “Bisogna spiazzare la forma in cui spiegano queste dicotomie, ad esempio quella popolo/establishment, che ora detengono completamente”. Bisogna dire che “non è il loro progetto politico che può fare gli interessi dei nuovi subalterni, della classe impoverita, dei precari, degli esodati della Fornero”. Perciò, “serve essere progressisti e creare un nuovo spazio elettorale. Anche perché lo smottamento a destra e la smania di potere di Di Maio potrebbe creare delusioni all’interno dei cinquestelle”. Grillini pentiti che tornano all’ovile? O che, per la prima volta, voterebbero qualcosa di sinistra? “È possibile che queste persone continuino a votare, scontente, il movimento o che ingrossino le file degli astensionisti. Ma io penso che si possano in qualche modo riprendere, certo non con un discorso di sinistra classico. Perché quell’impulso, quella tensione movimentista e anche progressista dei cinquestelle, che all’inizio esisteva e che solo la sinistra non voleva vedere, bisogna riprenderselo e farlo nostro”.

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Europa e immigrazione: bingo!

Senso Comune, sull’Europa, è su posizioni estremamente critiche. “Non si tratta di uscire dall’Unione domani mattina, ma di mettere in discussione gli aspetti correnti di questa Europa e la responsabilità che ha della situazione in cui si trovano sia l’Italia, sia i paesi del sud del continente”. Il progetto europeo, così com’è, per Senso Comune è neoliberista, post-democratico, totalmente oligarchico. “Bisogna liberarsi dal giogo delle regole, delle politiche restrittive, del monetarismo. Certo, tutto passa attraverso la collaborazione tra gli Stati. Ma le battaglie politiche vere e proprie devono essere fatti negli stati nazionali. I messaggi devono partire dalle realtà locali”. Non è la retorica di Salvini, che “ha in mente una sovranità gerarchica, liberista, retrograda sui diritti civili e sull’immigrazione”. Ma, in ogni caso, “bisognerebbe parlare di un recupero di sovranità nazionale, di autonomia nelle politiche macro-economiche”.

E cosa pensa Senso Comune dell’immigrazione? Un tema, insieme a quello europeo, su cui parecchia parte progressista si sta spaccando la testa per riuscire a pensare prima, e proporre poi, qualcosa che tenga insieme i valori di quel campo politico con un sano pragmatismo, per non essere condannati, in breve, alle elezioni. Mi dice: “Bingo!”, nel senso che la domanda è da un milione di dollari. Ma, argomentando, emerge una posizione molto interessante e, a quanto ne so, non molto dibattuta: “Rigettiamo la retorica salvinista e quel tipo di impostazione. Non siamo per la chiusura dei porti, siamo per un approccio umanitario. Dopodiché, bisogna pensare al fenomeno immigrazione anche in relazione a come viaggiano gli umori in questo momento”. Cioè? Quando si sentono dire queste cose, a parecchi si rizzano i capelli in testa. Ma vediamo meglio: “Una posizione no border e basta, in Italia, rischia di essere percepita come buonista, minoritaria, scarsamente realista. Molti dei migranti che sono arrivati si sono insediati in realtà locali già depauperizzate e depresse. Non sono persuaso che abbassino i salari, anche perché ci vorrebbero prove empiriche più stringenti per dimostrarlo. Ma la percezione è importante: non è ribadendo solamente i dati duri che tu la gente la convinci. Adottare una posizione di aperturismo più completo rischia di essere percepito male”. Su questo, pochi dubbi. “Bisogna cercare di coinvolgere gli altri paesi che devono fare il loro. L’Italia non può accollarsi tutto il peso dei flussi e ci vorrebbe un’azione più incisiva”. Non è Salvini che parla, ma il presidente di Senso Comune, un’organizzazione nettamente progressista. E infatti: “Con la repressione non si risolve nulla. Ma dal punto di vista politico-elettorale la prospettiva no border paga poco. C’è la tentazione, anche giusta, di seguire l’impostazione valoriale ed etica, ma c’è il rischio di fare un disservizio proprio ai migranti se diventa così minoritaria e marginale“. Allora, parlando, ci viene in mente che probabilmente l’approccio più adatto potrebbe essere quello della cara, vecchia cooperazione tra paesi, del sano diritto internazionale. Del rapporto tra gli Stati, in generale e non tanto in ottica europeista, più che il conflitto con l’Unione Europea in quanto tale. Insomma, bisognerebbe uscire dall’idea della frontiera Nord-Sud, quella che passa orizzontalmente lungo il Mediterraneo e separa un continente dall’altro. Sarebbe essenziale una collaborazione tra i paesi che si affacciano su quel mare (e non solo di quelli, ovviamente), anche per recuperare un’idea di forza per tutto ciò che ruota attorno proprio al Mar Mediterraneo. Facile a dirsi, difficile a farsi; ma può essere uno spunto più che interessante.

Quale orizzonte?

Cosa farà Senso Comune? Cosa diventerà, se non da grande, diciamo da adolescente? “C’è un dibattito interno sul da farsi. Stiamo studiando come e se presentarci alle europee, ma c’è il grande problema di raccogliere le firme. Per ogni regione, ne servono almeno 3.000, anche in Valle d’Aosta”. E sono tante, forse troppe. “Magari vale la pena continuare a consolidarci, fare propaganda, il nostro lavoro culturale e politico e vedere più avanti se ci sono migliori sbocchi elettorali. Vedremo, mancano ancora alcuni mesi prima di sciogliere la riserva”. Il riferimento è senza ombra di dubbio la coalizione di Lisbona, una specie di rete transnazionale che tiene insieme, per ora, Podemos, la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e il Bloco de Esquerda portoghese (che attualmente fa parte del governo di quel paese): “Stiamo tessendo delle relazioni con queste forze. Sono il nostro punto di riferimento internazionale”.

Nessuna paura, dunque. E allora, un in bocca al lupo sincero: perché il senso comune di oggi non ci piace granché, e su quello di domani, se vogliamo che ci piaccia, bisognerà lavorare parecchio.

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Ugo Carlone
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