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Eccolo, il solito articolo sulla leadership che manca. Sulla necessità di trovare una persona che indichi la rotta. Sul delegare a qualcun altro il superamento delle difficoltà. Sul trovare il politico-col-carisma che unisca. Non è proprio così, anche perché queste riflessioni contengono nientemeno che un elogio di Salvini: non dei contenuti delle sue proposte, ma di parte del suo modo di essere politico. Certo, di là è tutto più facile; né meglio, né peggio: diverso. Meno tormenti, meno rami possibili sui quali infilzare le proprie singole idee, meno complessità, meno psicologia e neuropsichiatria, meno astrattezza. Ma alcune modalità di azione e di pensiero che stanno di là, e in particolare in Salvini, sono da capire e carpire, perché utili alla causa e neanche tanto spregevoli.

1. Lo sciacallismo. Quanto volte è stato dato dello “sciacallo” a Salvini? Innumerevoli. È sciacallare andare con la felpetta nei campi rom o dai terremotati o fare post di grande compassione per il bambino inglese a cui hanno staccato la spina, senza preoccuparsi dei bambini africani che la spina hanno provato ad attaccarla, ma non ci sono tragicamente riusciti? Forse, probabile. Ma mettiamola in altri termini: è sciacallare mettere fisicamente il proprio corpo nei punti di conflitto? In politica? È sciacallare dire la propria sui temi che sono nelle tue corde e in quelle dei soggetti che ti candidi a rappresentare? Facciamo un fanta-esempio. A Terni gli incidenti gravi alle acciaierie sono uno stillicidio. Mai un leader che il giorno stesso dell’incidente mortale vada davanti alla fabbrica, salga su un muretto e arringhi gli operai sulla sicurezza sul lavoro, sul fatto che è un diritto, che è imprescindibile, che “i padroni” devono garantirla. Sarebbe sciacallaggio? Diremmo questo? O diremmo che finalmente c’è qualcuno (di livello nazionale, nel locale ce ne sono) che mette la propria faccia e il proprio corpo là dove c’è bisogno, proprio perché c’è stata la tragedia?

2. Il presenzialismo. E dalla d’Urso. E da Mentana. E da Formigli. E in radio. E su Facebook. E su Twitter. Salvini è dappertutto, non c’è che dire. Anzi, noi diciamo proprio “ma è dappertutto! E che palle!”. Si, che palle, anche perché quello che dice Salvini spesso è urticante. Ma, di nuovo, mettiamola in altri termini: cosa penseremmo di un leader che va in televisione un giorno sì e l’altro pure, che ha profili seguitissimi sui social, che alle 6 e mezza di mattina ci radiosveglia dal sonno ma ci parla di solidarietà, di cose che si possono fare collettivamente, se si vuole, di lotta alla povertà e alle disuguaglianze, dell’importanza degli asili nido, di quanto conta la scuola e di quanto dovremmo voler bene agli insegnanti, che non dobbiamo avere paura dell’immigrato perché, vabbè, non è detto che ci dia qualcosa, ma sicuramente non ci toglie niente? Non diremmo forse “finalmente uno che dice queste cose senza paura, e le dice dappertutto”?

3. Il cinismo. Salvini non è che è cinico, di più. Pelo sullo stomaco pettinato abbondantemente ogni mattina, ruspa non solo contro i rom, ma proprio dentro di sé (come modello di azione politica), tattica, strategia e calcoli all’ennesima potenza, paraocchi di tre metri per tre per non guardare in faccia nessuno: “ammazza, Salvini…”. Ma, ancora, mettiamola in altri termini: quante volte abbiamo detto che strategia e tattica sono tra le qualità meno presenti in chi è contro Salvini? Quante altre ci si è baloccati sui rapporti con tizio e con caio, su quello che pensa confindustria e quello che pensano i sindacati, che poi dopo la Chiesa che dice, e poi i giornali che scrivono, e poi l’Europa come la prende. Anche basta, come direbbe Salvini: si può, si deve andare dritti per la propria strada, convinti, con strategia e tattica (e qualche bel calcoletto), anche con la ruspa in alcune occasioni (davvero dobbiamo stare a sentire che ne pensa il mondo intero?) e pure facendo arrabbiare qualcuno (l’importante è chi si arrabbia). Il fine non giustifica i mezzi, perché i mezzi, in politica, secondo me, rientrano nei fini. Ma l’ecumenismo appartiene al Papa, la bontà non è una qualità politica, semmai umana, il rispetto va bene ma non dobbiamo esagerare. È cinico Salvini quando si pappa mezzo elettorato cinquestelle (forse)? Che diremmo se, di qua, un leader si pappasse quell’altra metà?

4. Il populismo. Salvini è populista, anche qui pochi dubbi. Ma che cos’è il populismo? Diamo per buono che sia uno stile, un metodo, una forma, che poi si riempie di diversi contenuti: c’è la Le Pen, sostanzialmente neofascista; c’è Orban, ultranazionalista; c’è Trump, che è quello che è; c’è Podemos, che vuole accogliere i migranti; c’è il M5S, che non si sa cos’è (o forse si sa, finalmente?); probabilmente c’è Renzi, con il suo fiorentinaccio; c’è Bergoglio, che è argentino e di populismo si intende; c’è Corbyn, che è socialista, nientemeno; c’è Salvini, che è securitario, antimigranti e neosovranista. C’è un metodo, insomma, fatto di tante cose, tra cui la semplificazione dei concetti complessi, la divisione della società in chi sta su e chi sta giù, a volte la politica-pop e la personalizzazione, il trovare un nemico esterno (l’altro pericoloso). Ma dipende: per esempio, come e quali concetti si semplificano, la paura del vicino o le disuguaglianze di classe? Che si intende per chi sta giù, la gente con i forconi o gli sfruttati sul lavoro? Pop cosa significa, andare a cucinare il risotto da Vespa o riuscire ad empatizzare con le persone? E come sono fatti i leader che si personalizzano, antipatici e pieni di sé o saldi nei princìpi e che comunicano speranza? E chi è il nemico esterno (nemico non è una bella parola né un bel concetto, è vero), gli immigrati (per non dire gli ebrei) o il capitale selvaggio? Insomma, non siamo certo i primi a dirlo, ma c’è populismo e populismo: dipende dai contenuti che gli si danno. E quanto vorremmo che un leader italiano parlasse di fratellanza, di sfruttamento sul lavoro, di padroni che non hanno remore ed etica, di convivenza, di fiducia?

Viva Salvini? No, per carità. Ma viva i politici che vanno fisicamente sulle linee di conflitto e di frattura e mettono il proprio corpo esattamente in quei punti; viva chi ci parla 24 ore al giorno e da tutti gli schermi di welfare, di lotta alla povertà e di istruzione seria per tutti; viva chi ha una strategia e una tattica e riesce a convincere anche chi non la pensa proprio come lui; viva (forse) il populismo, quello democratico e inclusivo.

In copertina Matteo Salvini durante un comizio a Torino, foto di Fabio Visconti rilasciata in licenza Creative Commons su commons.wikimedia.org
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Ugo Carlone
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