La qualità dell'ambiente è oggi una variabile che dipende da chi produce in un determinato territorio, spesso al di fuori di controlli efficaci. La proposta degli ecodistretti punta alla ripresa di un controllo comune sui fattori di rischio, riequilibra i rapporti tra chi vive il territorio ed è esposto all’inquinamento e chi l’inquinamento lo produce per fare profitto, e guarda a un nuovo modo di produrre e salvaguardare l’ambiente per le generazioni future

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Il nocciolo della proposta

I territori sono oggi al centro di un aspro conflitto tra produttori di rischio ed esposti. I primi, incitati dalla supremazia dell’impresa e avvalendosi di normative che di fatto schierano “il pubblico” in funzione di tutela dei loro interessi privati, ritengono che i lacci ed i laccioli che si oppongono al pieno dispiegamento della potenza insita nella loro attività produttiva siano la negazione del loro diritto di fare impresa e arricchirsi, concedendo che il mercato saprà regolarne gli eventuali effetti nocivi collaterali.

I secondi, che subiscono gli effetti delle esposizioni involontarie a inquinanti nocivi per la loro salute e l’ambiente in cui vivono – “L’esposizione a rischio è un danno”, ammoniva già negli anni settanta la rivista Sapere, diretta da Giulio Alfredo Maccacaro – subiscono pratiche di spossessamento sia dei loro beni (casa, auto, orti, campi, pollame) che delle matrici ambientali dei territori (aria acqua e suolo inquinati, qualità paesaggistica ed estetica del territorio compromessa), in cui pure vivono e lavorano e si organizzano come possono per contrastare i produttori di rischio.

Il conflitto ha per oggetto la proprietà effettiva di beni e territori, in una fase in cui quella che una volta era la classe media, si trova a subire processi di spossessamento da parte delle élites, la frazione di capitalisti finanziari che domina i processi di sfruttamento e spossessamento a livello globale. Questa azione si accompagna a meccanismi di vero e proprio sfruttamento di quella che una volta avremmo chiamato “classe operaia”, cioè la parte di società che viene privata del valore prodotto in processi produttivi in cui alla mancanza di controllo sui mezzi di produzione si accompagna lo spossessamento delle stesse conoscenze che consentono l’attività produttiva, incorporate nelle macchine, e, dulcis in fundo, l’esposizione lavorativa a fattori di rischio che poi continueranno a produrre pericoli sui territori di residenza.

Gli esposti sarebbero dunque uniti da comuni processi di spossessamento messi in atto dalle elites e che investono beni e saperi della ex classe media impoverita e della ex classe operaia, con le palesi differenze di soggettività che tale aggregato assume in funzione di diverse declinazioni sociopolitiche dominanti nei vari contesti di vita: in Italia c’è un mix di toni catto-reazionari e giacobini, in Francia prevalgono quelli giacobino-degagisti, nei paesi anglosassoni le prospettive socialriformiste (le tasse ai ricchi).

Ora, lunghi anni di militanza come medico per l’ambiente mi hanno portato a correre da un luogo all’altro in cui si consuma una qualche forma di spossessamento che ammorba le matrici ambientali, sottraendole ad usi comuni consolidati e che produce, per effetto della ingiustizia insita nelle esposizioni involontarie subite, processi di presa di coscienza da parte degli esposti a fonti di inquinamento: nel 2012-2015 in Umbria c’erano 30-35 comitati ambientali attivi, con un numero di nuovi comitati che oscilla tra i cinque e i dieci all’anno negli ultimi tre anni, investendo porzioni importanti del territorio (praticamente quasi tutti i fondo valle e un quinto dei contesti urbanizzati) con frazioni della popolazione potenzialmente esposta che raggiunge almeno un quarto dei circa 900.000 residenti nella regione.

La lotta che paga

Con i comitati ambientali abbiamo sviluppato percorsi di riflessione e interazione che hanno portato in primo luogo a una innovazione sul come stare nelle lotte: l’approccio più adatto per dare loro qualità e forza è stato quello in un certo senso metaorganizzativo, in cui non si cerca di irregimentare gli esposti a fonti inquinanti di un determinato territorio in organizzazioni verticali (un approccio classico degli organismi militanti), ma si contribuisce a creare le condizioni in cui gli esposti “lottano bene”, mettendo a loro disposizione competenze, saperi e pratiche che hanno consentito in alcuni casi di passare da forme di lotta tradizionali (che li avrebbero visti con maggiore probabilità divenire perdenti), a un approccio basato su una conflittualità che entra nella carne viva delle questioni. Il tutto basato sulla costituzione di osservatori, sulla messa a disposizione di competenze medico-igienistiche ed epidemiologiche, sul rafforzamento dei supporti legali con team specializzati e law clinic, sull’acquisizione di competenze di ingegneria ambientale e sul rafforzamento delle rete di comunicazione nei social.

In questo percorso che si è sviluppato nel continuo contatto con i comitati è emersa con chiarezza anche la necessità di affermare una proposta di politica ambientale che salvaguardi i territori nel lungo periodo da usi improvvidi o sconsiderati da parte dei produttori di rischio. Siamo così arrivati alla convinzione che sia necessario attivare in tutto il territorio gli ecodistretti quale dispositivo che consenta alle popolazioni vittima di esposizioni di tornare in possesso del bene comune per eccellenza, cioè della salubrità dell’ambiente in cui si vive e si lavora, che dev’essere lasciato alle generazioni future senza contaminazioni.

I quattro assi degli ecodistretti

Questo dispositivo poggia su quattro assi concettuali:

a) assunzione politico-normativa del territorio come bene comune indisponibile per attività prive di utilità sociale o che comportino contaminazioni permanenti alle matrici ambientali (aria, acqua/ falde, suolo) e rischi documentati per la salute dei cittadini;

b) costruzione di una caratterizzazione (studio analitico finalizzato alla determinazione della composizione chimica delle matrici aria, acqua e suolo) non viziata da conflitti di interesse sulle condizioni delle matrici stesse, che documenti limiti e potenzialità delle matrici di ciascun territorio e individui gli specifici fattori di pressione che ne modificano la qualità;

c) abbattimento delle emissioni prodotte dai fattori di pressione applicando soluzioni proprie della economia circolare [1] usando finanziamenti già disponibili a livello europeo e nazionale;

d) attivazione di forme di gestione e controllo comune sulle istituzioni e sui produttori di rischio, tramite audit periodici annuali che a partire dai limiti e dalle potenzialità del territorio, verifichino il rispetto e l’avanzamento del piano di prevenzione primaria nel territorio specifico.

Funzioni degli ecodistretti (e problemi collegati)

Questo enunciato elementare sedimenta saperi e pratiche che possono dare luogo a processi di diverso livello:

  • un vademecum per i comitati ambientali, quattro punti cardinali per non perdere la rotta nei conflitti con i produttori di rischio e con le agenzie pubbliche che si limitano ad applicare normative neoliberiste piuttosto che il principio di precauzione;

  • un percorso di sperimentazione verso pratiche del comune dove i criteri che Elinor Ostrom [2] ha desunto dalla osservazione di commons che hanno resistito nel tempo vengono recuperati, attualizzati e messi al lavoro per verificare se la dimensione del comune consente di forzare i cupi orizzonti sperimentati con le dimensioni del privato e del pubblico ad esso servente;

  • il riconoscimento della necessità di aggiungere al valore d’uso specifico di un bene una dimensione generale, prevedendone la riutilizzabilità, che può essere ottenuta solo grazie a una progettazione del ciclo di vita di uno specifico bene, sia esso di consumo che destinato ad attività produttive, ispirata a criteri socio-ambientali, che qui chiamiamo economia circolare e che comporta la separazione tra ciclo tecnico e ciclo biologico;

  • lo sviluppo di strumenti politico-normativi, versante su cui sta lavorando la Law Clinic della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Perugia per arrivare ad una proposta di legge regionale di iniziativa popolare per l’istituzione degli ecodistretti.

  • la produzione “concreta” di contropotere, in grado di contrastare i dispositivi di spossessamento del bene comune ambiente e la logica che ne sta alla base, che è quella di trarre profitto (per pochi) da un territorio a scapito dell’ambiente e di chi ci vive;

  • la definizione di punti qualificanti e imprescindibili del programma per il comune, dato che sono proprio i limiti ambientali oggi a porre la necessità di superare un modo di produzione che continua a comportarsi come se questi non esistessero. Naomi Klein ha colto bene questo punto, così come lo ha colto anche l’enciclica di Papa Francesco “Laudato si” nei versetti 183-188, in cui si sottolinea come cambiamento climatico e devastazione ambientale peggiorano le condizioni di vita e pongono il problema di passare in tempi rapidi ad una società che sia in grado di produrre in maniera conseguente, se si vuole evitare la catastrofe.

    NOTE
    [1]

    C. Romagnoli, “L’economia circolare ci salverà? Una prima rassegna delle evidenze disponibili”, Sistema salute, 60, 4, ottobre-dicembre 2016 pp 24-35.

    [2]

    C. Hess. E C. Ostrom C, La conoscenza come bene comune, Bruno Mondadori, Torino, 2009

*Carlo Romagnoli è referente dell’Isde (Associazione medici per l’ambiente) in Umbria

In copertina, immagine tratta da pixabay.com
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Carlo Romagnoli
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