Comunità

Ripartire dai piccoli, fare comunità

Il 18 febbraio è morto don Roberto Sardelli. Si tratta di una figura ricchissima, che è impossibile racchiudere in poche righe. La sua “creazione” più importante è stata probabilmente “Scuola 725”, una struttura per i bambini figli degli emigrati dal sud Italia a Roma che a causa degli scarsi salari non potevano permettersi un’abitazione vera e andavano a vivere nelle baracche a ridosso dell’Acquedotto Felice. I ragazzini nella scuola “ufficiale” venivano emarginati da docenti e compagni a causa della loro provenienza. Don Roberto, nella baracca 725 da cui prese il nome questa scuola “di strada”, offrì loro uno strumento di riscatto a partire dal riconoscimento della propria condizione e dalla costruzione degli strumenti culturali per uscirne. Riproponiamo qui le parole raccolte durante un’uscita pubblica di don Roberto il 6 gennaio 2017 e pubblicate da Comune-info. È un modo per omaggiare una grande figura e per farla conoscere a chi la ignorasse. Ma lo facciamo anche perché pensiamo che quelle parole contengano una validissima indicazione di percorso

Viviamo in un mondo brutto che produce sofferenze, esclusioni, non ci piace. Come possiamo cambiarlo? Dobbiamo cominciare dai “micro-mondi”, dalle piccole comunità locali, dalla base. Se il cambiamento non germoglia in basso, inutile farsi illusioni, tutto resta immobile. Dobbiamo recuperare e attualizzare il concetto gramsciano di minoranze attive. Già Dante lo aveva scritto: “Poca favilla, gran fiamma feconda”. Insomma, qualsiasi grande fuoco nasce sempre da una scintilla. È quello che hanno fatto anche le prime comunità cristiane durante l’Impero romano e Gandhi a inizio Novecento in India.

Si tratta non solo di reinventare piccoli gruppi nei territori, ma di accettare anche due sfide enormi. La prima: fare di quei gruppi, luoghi di discussione, confronto, conflitto. La seconda: cercare risposte a domande legate tra loro: chi sono oggi gli ultimi tra gli ultimi? come possiamo accompagnare le loro lotte?

Non siamo più abituati a ragionare insieme, abbiamo
un bisogno immenso non solo di imparare a discutere,
ma di farlo sui temi che riguardano la vita di ogni giorno

La prima è una sfida alla cultura dell’indifferenza e della semplificazione: non siamo più abituati a ragionare insieme, abbiamo un bisogno immenso non solo di imparare a discutere, ma di farlo su molti temi, a cominciare da quelli che riguardano la vita di ogni giorno. Oggi occorre non dare più nulla per scontato, discutere di tutto, ripensare categorie, riempire in modi diversi il vuoto provocato dal crollo dei partiti, ripartire dal discutere e dal fare.

Negli anni Sessanta quando vivevo con i baraccati dell’Acquedotto Felice, nella periferia di Roma, accanto alla lotta per la casa, abbiamo scelto di mettere al centro in primo luogo il problema della cultura come strumento di cambiamento, avviando la Scuola 725, dal numero della baracca che la ospitava: in quella scuola i bambini e i ragazzi acquisivano consapevolezza e diventavano poco a poco protagonisti del proprio percorso di crescita.

La seconda sfida può trovare risposte diverse in base ai territori: gli ultimi sono spesso i migranti, i rom, i senza casa. Insieme a loro possiamo utilizzare strumenti differenti per creare piccole comunità. Noi, ad esempio, scegliemmo di usare la danza oppure il disegno con i bambini ma, prima di tutto, la lettura e la scrittura collettiva. Trascorrevamo, ad esempio, molte ore insieme a leggere la biografia di Malcolm X e poi lasciavamo i ragazzi tradurla in disegni. Certo oggi non è facile lavorare con gli adolescenti, travolti dall’epoca della tecnica e del consumo, quella che Umberto Galimberti chiama l’”ospite inquietante” della loro formazione e che intristisce le passioni. Tuttavia non dobbiamo rinunciare a cercare di entrare nei processi di formazione dei più giovani per farli aprire e mostrare loro altri punti di vista sul mondo, modi diversi di vivere.

Ripartire dal “micro” resta una priorità anche nelle grandi città. Roma, è evidente a tutti, ha bisogno di una trasformazione enorme per resistere al dominio dei grandi poteri, incluso quello ecclesiale, ma anche per rifiutare l’idea di cambiarla affidandosi agli economisti, agli urbanisti o alle istituzioni: nessuna rivoluzione sociale profonda sarà però cittadina o di Municipio, nascerà soltanto nei piccoli territori. Ecco, ripartiamo da qui, dai piccoli gruppi, dai dopo-scuola popolari, dalle periferie. Non abbiamo scorciatoie.

*Testo originale pubblicato qui da Comune-info

In copertina, via del Mandrione, a Roma. Sulla sinistra le arcate dell'Acquedotto Felice (foto da Wikipedia)

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