Non c'è solo Riace. Da nord a sud dell'Italia, sono decine i piccoli comuni che hanno scelto di rinascere accogliendo i migranti che richiedono asilo e i rifugiati. E hanno fatto bene a se stessi e alle persone accolte. Diventando un modello di accoglienza possibile. Qui e ora

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Riace non è l’unico esempio. Non è un’utopia ma una strada percorribile, come dimostrano esperienze analoghe. Basti pensare che degli 800 comuni coinvolti nella rete Sprar (acronimo che sta per: sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr), circa la metà sono realtà di piccole e medie dimensioni con potenzialità simili a quelle di Riace”: queste le parole di Daniela Di Capua, direttrice del Servizio Centrale dello Sprar, durante un suo intervento a Radio 3 (Redattore Sociale, 5 aprile 2016, Non solo Riace. I piccoli comuni che rivivono con l’accoglienza dei rifugiati). Ed in effetti è così perché, come sostiene anche Domenico Lucano, sindaco proprio di Riace (di cui abbiamo già raccontato l’esperienza), nel libro di Tiziana Barillà, Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace (Fandango), “dove prevale l’umanità, si tratta sempre di un modello esportabile”.

Siamo andati allora a conoscere altre due realtà dove lo Sprar funziona e dove piccoli borghi sono diventati modelli di accoglienza: Petruro Irpino, a sud dell’Italia, e Chiesanuova, a nord della nostra penisola.

Petruro Irpino, dove il tempo (non) si è fermato

Quando si arriva a Petruro Irpino per la prima volta, si ha quasi la sensazione di essere in un paese fermo in attesa di qualcosa. Una serie di stradine di pietra (il toponimo deriverebbe proprio dal latino “petra” o da “petrurium” nel significato di rupe, roccia, pietra) s’incrocia nella piazza principale con accanto il bar del paese e intorno i paesaggi del Sannio e dell’Irpinia. Prima dell’adesione al progetto Sprar, erano 349 le anime residenti nel quarto paese più piccolo per popolazione della Campania, nonché il secondo comune più piccolo per numero di abitanti della provincia di Avellino. Nel 2016 la Caritas di Benevento e l’amministrazione comunale decidono di aderire al sistema Sprar, ospitando 20 persone richiedenti asilo: due mamme nigeriane con bambino, una coppia nigeriana senza figli, una famiglia con mamma nigeriana e papà ghanese con bambina, una salvadoregna, una afgana.

Le attività che sono offerte ai beneficiari dagli operatori dell’équipe che segue il progetto sono diverse: dal corso d’italiano a quello di educazione civica (organizzazione dello Stato italiano, diritto di famiglia, fattispecie rilevanti in tema di violenza familiare, educazione stradale); dall’aiuto nel disbrigo delle pratiche amministrative alla simulazione di colloqui di lavoro; dall’accompagnamento per l’iscrizione al centro dell’impiego a quello per il corso di cucito. L’obiettivo, come confermato anche dal responsabile dello Sprar, Marco Milano, che ho avuto la possibilità di intervistare, è che “Petruro possa rappresentare lo spazio, sia mentale sia fisico, dove mettere nuove radici e realizzare propri progetti di vita”.

Obiettivo che purtroppo si scontra con la difficoltà concreta di garantire alle persone rifugiate un inserimento effettivo nel mondo del lavoro tale da permettere loro di restare nel paese anche al termine del periodo di accoglienza. Per questo motivo, la Caritas beneventana, supportata dai vari comuni limitrofi che hanno aderito al progetto di accoglienza, sta provando ad attivare iniziative e progetti legati a fattorie e orti sociali, utilizzando le risorse di un territorio, qual è quello del Sannio, famoso per il Greco di Tufo, per i suoi ulivi e i suoi castagneti.

Cuore pulsante dell’esperienza di Petruro Irpino è di certo la Caritas diocesana di Benevento e il suo “Manifesto per una rete dei Piccoli Comuni del Welcome”. Il Manifesto, pubblicato sul sito internet della Caritas, “nasce dal desiderio di fare sintesi della lezione di San Francesco sulla solidarietà umana e la solidarietà ecologica. Pensare il Creato, l’ecosistema, come un sistema interdipendente retto da un’unica missione: la salvezza degli uomini e delle donne”. Non solo: l’arrivo di milioni di persone in fuga che bussano alle porte dell’Europa, come si legge, ha portato la Caritas a interrogarsi sul loro futuro ma anche su quello del nostro Paese, soprattutto dei piccoli borghi a rischio spopolamento, su quello del nostro welfare e sulla necessità di un cambiamento di fronte a nuove sfide. Le risposte a tali interrogativi non possono che essere, secondo la Caritas, la reciprocità, i legami, la comunità, l’essere “welcome”, risposte che purtroppo nei grandi centri urbani e nelle periferie metropolitane spesso si perdono. “Ed è così che si scopre che Petruro Irpino può divenire il centro del mondo, il centro di un cambiamento epocale e che se il mondo si divide tra comunità accoglienti e comunità non accoglienti, Petruro vuole essere comune accogliente”.

Essere un comune accogliente non è però una scelta semplice e di certo le difficoltà non sono poche. Come mi ha spiegato Marco Milano, alle difficoltà incontrate nell’inserimento lavorativo delle persone rifugiate, si aggiungono quelle legate all’inefficienza del trasporto pubblico che collega il paese a Benevento o ad Avellino. Poi sono nate alcune incomprensioni, “scontri culturali”: sull’educazione alimentare dei bimbi piccoli, come ad esempio i tempi e i modi dello svezzamento, sul rispetto di alcune regole della raccolta differenziata, dell’uso dell’elettricità e del gas o su quelle sottoscritte da ogni beneficiario nel Patto di accoglienza (ad esempio, l’articolo 3 prevede l’obbligo di comunicare tempestivamente eventuali allontanamenti volontari dalla struttura e per un periodo non superiore a tre giorni, pena l’uscita dal progetto, o il divieto di ospitare altre persone negli alloggi concessi in uso temporaneo). Alcuni problemi sono sorti anche riguardo alla partecipazione alle attività previste nel progetto, tra le quali quella di cui è assolutamente obbligatoria la frequenza è il corso di apprendimento della lingua italiana.

Problemi e difficoltà che l’équipe dell’accoglienza cerca di affrontare nel quotidiano attraverso il dialogo, il rispetto dei diversi mondi culturali, la comprensione reciproca e la volontà di spiegare, motivare ogni azione e decisione, perché, a volte, come sostiene Marco Milano “non è sempre facile far capire ai beneficiari che ogni cosa che l’équipe fa e che loro in prima persona fanno, è per loro stessi”.

Chiesanuova, “veterana” dell’accoglienza

Tra i “veterani” dell’accoglienza c’è poi Chiesanuova, definita “la piccola Lampedusa del Piemonte“: un borgo di 226 abitanti in provincia di Torino con uno dei più alti rapporti tra residenti e stranieri e che accoglie persone richiedenti asilo e rifugiate da 17 anni. Tutto è iniziato nel 2001 quando il comune decise di avviare un progetto di accoglienza diffusa con un duplice obiettivo: dare ospitalità a chi ne aveva bisogno e contrastare lo spopolamento del paese. Dal 2001 al 2006 il progetto era rivolto soprattutto ai minori stranieri non accompagnati ed era gestito dalla Cooperativa “La Casa di Andrea”. Dal 2006 ad oggi, invece, vengono presi in carico i nuclei familiari e la gestione dell’intero progetto è esclusivamente in capo all’amministrazione comunale. Come sostiene la coordinatrice dello Sprar, Annalisa Fontana, che ho potuto incontrare, Chiesanuova “è un caso unico in Italia. Qui non ci sono cooperative ma soltanto dipendenti assunti dall’ente pubblico con vari contratti che si occupano di questa iniziativa e ogni decisione che riguarda l’accoglienza deve essere deliberata dal Consiglio comunale”, e le varie amministrazioni comunali che hanno governato il paese in tutti questi anni hanno sempre appoggiato il progetto perché, come si legge nel volume curato dalla Rete dei comuni solidali (Recosol), Miserie e Nobiltà. Viaggio nei progetti di accoglienza, è considerato “un valore aggiunto per la comunità”.

Lo Sprar di Chiesanuova attualmente ospita 7 famiglie, per un totale di 25 persone, in 7 appartamenti di cui 2 di proprietà comunale e 5 reperiti nel libero mercato. Famiglie che provengono dalla Cecenia, dall’Ucraina, dall’Afghanistan, dal Congo, dall’Armenia. L’équipe dell’accoglienza, costituita da uno psicologo, un mediatore culturale e operatore legale, un’assistente sociale e due funzionari amministrativi, gestisce anche il progetto Sprar di Colleretto/Castelnuovo, comune limitrofo a Chiesanuova, che ha aderito solo di recente. I servizi offerti sono di orientamento socio-sanitario, sostegno psicologico (offerto anche agli operatori dell’equipe), mediazione linguistica e culturale, orientamento legale, corsi di lingua italiana di 18 ore settimanali, corso di preparazione e supporto al conseguimento della patente di guida, gite volte alla conoscenza del territorio, feste per partecipare alla vita del paese. “Ci sono inoltre degli insegnamenti tenuti da alcuni insegnanti del territorio che hanno messo la loro professionalità al servizio del progetto per materie quali educazione civica e storia”, come si legge nello stesso volume curato dalla Recosol. Altro servizio offerto è l’abbonamento mensile ai mezzi di trasporto pubblico per potersi spostare nelle località vicine: Cuorgnè, Ivrea, Torino. In questo modo, non sono state soppresse le linee e vengono garantite 5 corse giornaliere.

In diciassette anni di accoglienza ci sono state 11 nascite, tutte avvenute a Chiesanuova. Annalisa Fontana ne conserva le foto su una parete del suo ufficio. In un paese dove non nascevano bambini da anni, adesso “Jackiline, Ashot, Arman, Gor, Ella, Anita, Karim, Daniel” e tanti altri frequentano le scuole elementari di Colleretto/Castelnuovo e le scuole medie di Cuorgnè. Scuole che, ha tenuto a precisare la coordinatrice durante il nostro incontro, erano in realtà già attive prima dell’adesione allo Sprar: “L’arrivo dei nostri ospiti ha consentito soprattutto di ripopolare il paese più che di riaprirne le scuole, a differenza di quanto titolano alcuni giornali”.

Ma il vero fiore all’occhiello dell’esperienza di Chiesanuova sono i tirocini formativi, tutti in aziende del territorio: dal 2006 sono stati attivati 58 tirocini, 32 sono state le assunzioni post tirocinio e 3 le imprese avviate singolarmente. I settori più interessati sono quelli della meccanica, della ristorazione, dell’agricoltura, dell’artigianato, dell’edilizia, dell’agroalimentare e sanitario. “C’è Ogannes, armeno, che ha aperto un’impresa di decorazioni e sua moglie che fa l’assistente alla poltrona a tempo indeterminato da una dentista; Nick, kosovaro, è titolare di una ditta edile; Hassan arrivato da rifugiato e poi diventato uno degli addetti del progetto”, secondo quanto si legge nell’intervento di Lorenzo Castagneri contenuto nella pubblicazione La rinascita di Chiesanuova attraverso l’accoglienza. C’è, ancora, chi è impiegato nel panificio o nell’agriforneria del paese.

Le difficoltà che, invece, l’esperienza di Chiesanuova ha incontrato sono state per lo più di carattere politico, legate alla reperibilità dei fondi o alla ristrutturazione dei beni immobili demaniali. Non ci sono mai stati problemi di convivenza tra i nuovi arrivati e gli abitanti perché “la popolazione di Chiesanuova ha imparato con gli anni ad accettare persone con diverse culture. Sono stati tanti gli episodi di buona convivenza e si può affermare ad oggi che non ci sono mai stati episodi d’intolleranza”, si legge nella pubblicazione curata da Recosol. Parole che la coordinatrice ha confermato anche durante il nostro incontro: “Chiesanuova è da 17 anni che lavora nel campo dell’integrazione. Gli abitanti si sono abituati, anche quelli più anziani”. Ciò che funziona però e che fa la differenza, a suo dire, è la dimensione più umana che i piccoli comuni sanno garantire e un’accoglienza che non preveda un numero elevato di persone: “È la normalità che funziona. Vivere nello stesso posto, incontrarsi nel quotidiano, nel fare la spesa al supermercato. Qui non sei un numero. Forse la strategia è questa. Ma è necessario anche creare reti, reti amicali ed evitare i grandi numeri di persone accolte perché possono spaventare”.

Piccole comunità dove ricominciare, per i migranti e per i borghi

Certamente ogni paese, ogni borgo ha la sua storia che lo contraddistingue, dei bisogni che lo caratterizzano, ma il modello di accoglienza dei piccoli centri, con l’adesione alla rete Sprar, può essere imitato in quanto rappresenta una risposta valida ed efficace ad un fenomeno piuttosto complesso. Valida ed efficace perché chi arriva trova una casa, una comunità in cui poter ricominciare, impegnandosi fin dal primo momento nel raggiungimento della propria autonomia e inclusione; perché crea opportunità lavorative sia per chi viene ospitato sia per chi accoglie; perché offre un futuro, nuove prospettive ai piccoli centri, grazie alla capacità di quest’ultimi di garantire maggiori occasioni di incontro, prossimità, conoscenza tra mondi diversi (a differenza delle grandi città, spesso così dispersive); perché lo Sprar offre un’accoglienza “decorosa” ai beneficiari attraverso linee guida certe da seguire e standard qualitativi da garantire (a differenza del sistema dei Cas, Centri di accoglienza straordinaria, in cui la qualità dell’accoglienza è legata soprattutto alla responsabilità degli enti gestori e il cui carattere appunto emergenziale fa sì che si accettino anche soluzioni di pessima qualità); perché si tratta di un sistema che si basa su un “patto di fiducia” tra ministero dell’Interno e Comuni, protagonisti attivi del progetto, che decidono volontariamente di accogliere numeri sostenibili e concordati di persone migranti (a differenza di quanto accade con il sistema più “coercitivo” dei Cas, in cui la gestione dei posti è affidata in maniera esclusiva e diretta alle Prefetture, facendo sorgere spesso conflitti con gli abitanti di quei territori “costretti” ad accogliere). A chi dunque si domanda ancora se un’accoglienza efficace esista e sia praticabile, la risposta è: sì. E Riace, Petruro Irpino e Chiesanuova ne sono la prova.

In copertina, l'ingresso dell'ufficio Sprar di Petruro Irpino
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Eden Vitagliano
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