Tiziana Barillà ha scritto un libro sul sindaco Domenico Lucano e ha analizzato sul campo il “modello Riace”. Ne ha ricavato un’idea che va molto al di là dell’accoglienza dei migranti e che può fornire un esempio da cui ripartire. A patto che si mettano al bando le chiacchiere, gli abbagli e ci si concentri sul fare le cose, rifuggendo dalla politica fine a se stessa per puntare a portare certe idee al governo. Sì, al governo

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Riace è un raggio di sole che illumina e rigenera, ma può conficcartisi negli occhi e chiuderti la vista. Si deforma se la guardi dall’alto dell’onda dell’informazione-un-tanto-al-chilo. E quell’onda la puoi cavalcare dal di qua dell’umanitarismo e delle porte aperte o dal di là della paura che paralizza e della xenofobia che eleva muri, ma dalla sua cresta vedrai comunque un’immagine distorta. Bisogna tornare con i piedi a terra ed entrarci dentro, a Riace, respirare il salmastro della Marina sdraiata lungo la statale che fiancheggia il versante calabrese dello Jonio e poi salire su al paese vecchio, camminare per i vicoli, ascoltare l’umanità multicolore che la popola e il suo sindaco, ricostruirne la storia degli ultimi vent’anni per abbracciare infine una consapevolezza al tempo stesso semplice e dirompente: Riace non è il paese dell’accoglienza, come viene descritto in maniera abborracciata suscitando gli applausi di chi sta di qua e la riprovazione di chi è seduto di là. “Riace è un laboratorio politico in cui si privilegia l’azione, che però non è un muoversi così, tanto per fare, ma è ispirata da una ben precisa visione politica. Riace è una comunità che si autogoverna”. Le parole sono di Tiziana Barillà, giornalista che a Riace ha consumato scarpe per seguire Domenico Lucano, e che da questa esperienza ha tratto un libro, “Mimì capatosta”, in cui si racconta per chi ha voglia di saperne di più senza ricorrere alle semplificazioni grossolane il modello Riace. Con un’avvertenza: l’aggettivo capatosta non piace a Mimì, alias Domenico Lucano, il sindaco che di Riace ha fatto un modello. E a dirla tutta a questo primo cittadino che procuratori e ministri tentano di impallinare pare non piaccia neanche il sostantivo modello. Lui è diventato personaggio suo malgrado: “Il mio ideale politico non è personale ma collettivo”, scrive egli stesso nella premessa del libro di Barillà, pubblicato nel 2017 da Fandango. E le cose dice di farle per cuore più che per capa. E alla parola modello preferisce laboratorio.

La politica intrecciata alla vita

Dice pure, Lucano, che quello che fa e che ha fatto per lui “è una questione di vita”. Ecco, la vita. O meglio: la politica intrecciata alla vita. Di più: la politica che cambia (in meglio) la vita delle persone, quella parte che attiene alla sfera pubblica, almeno. E questo ci fa avvicinare alle ragioni per cui, come dice Barillà, “Riace è un laboratorio che col suo stesso esistere mostra il fallimento di un certo modo di fare politica”, che poi è il modo prevalente di fare politica. Perché a Riace la convivenza e l’accoglienza dei migranti funzionano, altrimenti – tra le altre cose – Lucano non sarebbe stato eletto per tre volte di fila. Ma funziona molto altro. Funzionano cose che migliorano la vita delle persone di Riace. Questo paesino di poco più di duemila abitanti si è staccato dalla Sorical, l’azienda che gestisce l’erogazione dell’acqua nel 90 per cento della Calabria, e mediante l’attingimento a una falda acquifera millenaria scovata nel sottosuolo si è reso autosufficiente in una regione, dice Barillà in cui “ci sono città come la mia, Reggio Calabria, dove le sospensioni di erogazione d’acqua sono continue e tutti gli appartamenti sono dotati di autoclave”. L’acqua a tutte le ore del giorno – e da queste parti è una conquista – e a prezzo di costo. A Riace la giunta Lucano ha deciso di utilizzare gli asini per la raccolta differenziata dei rifiuti porta a porta. Era l’unico modo per ovviare all’acquisto di costosissimi mezzi di raccolta adatti a transitare nei vicoli. L’uso degli asini può apparire come una stramberia, se non fosse che vengono utilizzati anche a Cuccaro Vetere, in provincia di Salerno, che è il posto in cui si producono meno rifiuti indifferenziati (cioè da mandare in discarica) in Italia. Ancora, a Riace si sono inventati una moneta locale parallela all’euro per fare in modo che chi non avesse nelle tasche quella ufficiale da spendere potesse comunque accedere a beni e servizi. Ciò per ovviare alle lungaggini con cui venivano erogati i fondi ministeriali per l’accoglienza. Ossia: chi era rimasto senza soldi in tasca, in attesa che arrivassero i fondi statali con cui venivano pagati i gli operatori, i fornitori, i proprietari di case in affitto e tutto il sistema che gira intorno allo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), poteva esibire dei buoni che il Comune erogava in misura equivalente al credito cumulato: il fornitore di beni e servizi incassava il buono (cioè la moneta parallela) e in quel modo maturava un credito nei confronti del Comune che, all’arrivo dei fondi statali, saldava il debito. Ciò ha consentito che l’economia di questa comunità non si fermasse e che nessuno rimanesse a secco.

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L’antimafia del fare

E qui arriviamo all’accoglienza, che appunto è solo una delle cose che funzionano a Riace. I soldi dello Sprar (Sistema di protezione dei rifugiati e dei richiedenti asilo) e dei vari progetti infatti, sono serviti alla comunità nel suo complesso, non tanto e non solo ai migranti. Riace attraverso l’accoglienza si è inventata una nuova vita dopo l’agonia dello spopolamento; ottanta persone lavorano nel campo dell’accoglienza in un centro che conta 2.300 residenti. È un misto di visione politica egualitaria, progetto e pragmatismo quello che ha dato vita a questo laboratorio. La politica del fare qui e ora agganciata a un orizzonte di eguaglianza e di miglioramento della vita della comunità. Semplice e dirompente. Barillà è passata da Perugia a presentare il suo libro, invitata da “Potere al popolo” a un riuscito incontro a cui hanno partecipato decine di persone, e ha scandito in maniera chiara come i principi sono ben presenti nell’operato di Lucano e della sua giunta e dell’intero paese, ma non sono mai utilizzati per essere messi in vetrina, non diventano mai parole con cui farsi belli nel mercato della politica; rimangono piuttosto ancorati alle cose da fare. Anzi: alle cose che si fanno. Prendi l’antimafia. “Ci sono almeno tre tipi di antimafia – dice Barillà -: quella formale, che fa sì che alle manifestazioni di prammatica a cui non si può mancare ti trovi le prime tre file davanti al palco piene di indagati; poi c’è l’antimafia della memoria, preziosa, che ci trasmette quanto sia importante la lotta alla criminalità organizzata e quanti risultati abbia dato; infine, c’è l’azione politica antimafia. Ad esempio: aver detto stop, a Riace, al consumo di suolo, ha fatto sì che oltre a salvaguardare l’ambiente, si bloccassero le attività come il movimento terra e l’edilizia in cui le organizzazioni mafiose sono particolarmente attive e lucrano assai”. Semplice e dirompente. E pure proficuo.

Riace è più di Riace

L’impressione che si ricava ascoltando chi la realtà di Riace la conosce bene insomma, è come farne una cartolina dell’accoglienza sia del tutto fuorviante. Quella fotografia sfocata disinnesca le potenzialità delle conquiste ottenute in questo paesino della Locride. Fa di Riace un drappo da contendersi tra favorevoli e contrari all’apertura ai migranti, semplifica e banalizza quello che invece è un tentativo di “autodeterminazione di una comunità” a 360 gradi, non solo per ciò che riguarda l’accoglienza, scandisce Barillà. E dentro la comunità ci stanno tutti: bianchi e neri. Questa è la novità dirompente di Riace. “A Riace si sono abbattute le barriere, e quando fai questo e consenti alle persone di conoscersi le une con le altre, il livello di diffidenza e quello della xenofobia automaticamente si abbassano, tendono a scomparire”, dice Barillà dopo aver toccato con mano la realtà di un centro in cui si è arrivati a punte del 50 per cento di stranieri residenti di 26 nazionalità diverse. E non ci sono stati mai né ronde né criminali né episodi di discriminazione né furti nelle case né rapine.

L’esempio (e i timori)

A Riace insomma le cose si fanno in maniera diversa. Le porte sono state aperte ai migranti ben prima che Lucano diventasse sindaco, ben prima dello Sprar, di Salvini e di Minniti, che ha iniziato a mettere nel mirino il modello Riace. E la gestione virtuosa dell’acqua, quella dei rifiuti, la moneta locale, il ripopolamento intelligente di questo posto altrimenti dimenticato lo dimostrano. A Riace si punta al risultato, più che alle procedure, certo. E questo può suscitare qualche turbamento in un assetto democratico-formale in cui conta più il rispetto della procedura che gli esiti raggiunti. Di qui una delle ragioni delle continue ispezioni, richieste di chiarimenti e sanzioni dirette verso un centro che di certo rappresenta un’anomalia nel corpo nazionale. Un’anomalia che invece di contaminare positivamente il resto del corpo producendo gli anticorpi contro xenofobia e paura, viene vissuta come focolaio da estirpare. Ciò anche perché di Riace è stata fatta una cartolina. La cartolina dell’accoglienza. Invece a Riace si bada ai diritti e alla qualità della vita. Di tutti. Questa è la sfida vera lanciata da questa comunità che si vuole autodeterminare, questa la sfida del “municipalismo libertario” – come lo definisce Barillà – incarnato da Riace. E “Riace continuerà”, è sicura Barillà “perché è un’esperienza nata per volontà di umanità a prescindere dai fondi statali”. Da qui dovremmo ripartire, noi che siamo di qua. Evitando di cadere nella trappola delle cartoline e dribblando l’accusa di occuparci solo dei migranti. A Riace ci si occupa di tutti, perché solo rendendo universali i diritti gli si dà pieno svolgimento. Questa è la visione che sottende al fare, questo è l’esempio di Lucano e dei suoi. Questa l’anomalia che intimorisce i custodi dell’ordine. Davanti ai quali, va sottolineato, non c’è il nulla, ma un’umanità che chiede risposte diverse, pur nel disorientamento. Anche stavolta, come è accaduto significativamente nel corso di un’altra iniziativa in cui si è parlato di migranti – lì partendo dalla letteratura – l’incontro organizzato da “Potere al popolo” si è trasformato in una sorta di assemblea di chi non si arrende, dove hanno risuonato ancora le stesse voci. Che fare? Come replicare il tentativo di trasformare in governo le nostre idee così ben riuscito a Riace? “Prendetevi Perugia”, risponde Barillà facendola semplice, ma indicando al tempo stesso che la via non è la contemplazione delle cartoline, non è la replica di modelli in cui la chiacchiera è padrona; non è lo schierarsi in curva tifando per la propria parte e poi tornandosene a casa. Il modello è fare la propria parte, fare le cose. Farle seguendo una visione politica ben precisa ma evitando come un’infezione che il politicismo prenda la mano. Come a Riace, dove le cose funzionano perché una comunità si è messa in testa di governarsi e non di farsi governare. Riuscendoci.

Semplice. E dirompente.

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In copertina, Tiziana Barillà a fianco di Domenico Lucano alla finestra dell'abitazione del sindaco di Riace durante la manifestazione del 6 ottobre scorso (foto di Marco Costantino)
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Fabrizio Marcucci
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  1. Rosalba Rizzo 14 novembre 2018 at 12:44

    salve, potrei avere il permesso di tradurre questo aricolo in francese e di leggerlo su Radio Riace international che si è creata da poco in Francia? ovviamente citando l’autore dell’articolo e Ribalta. info.
    cordialmente Rosalba Rizzo

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    • Fabrizio Marcucci
      Fabrizio Marcucci 15 novembre 2018 at 9:56

      Buongiorno, certo che puoi.

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