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Sono in fila alle Poste, ho il numero A74. Ora è sotto l’A55. Ce n’è da aspettare, fortunatamente seduti. Tiro fuori un libro, ne sto leggendo uno sul perché la sinistra non riesce (o non vuole) più parlare ai deboli. Vicino a me c’è un ragazzo che sbuffa. Sbircio il suo numerino, A81. Non mi ero accorto che fosse entrato. Inizia a parlare, con le solite frasi: “Oh, ma quanto tocca aspettare? Qui ci vogliono due ore”. Io faccio uno di quei mezzi sorrisetti di circostanza. Non mi piace parlare quando sono in fila, in treno, in attesa dal medico. Tanto, che ci si deve dire? E lui sbuffa. E mi dice “Ma tu quanto tempo è che aspetti? Quando sei entrato?”, “Boh… Saranno dieci minuti”, faccio io. “Ah, andiamo bene. Che macello! Tocca sempre aspettare, non c’è niente da fare”.

Eccolo, quello-che-ha-voglia-di-parlare, seduto proprio vicino a me. Mi alzo? Vado fuori a fumare, così lo stronco sul nascere? Di solito funziona, poi quando rientri quello-che-ha-voglia-di-parlare è sul cellulare, e non ti calcola più. Ma mentre ci penso, lui incalza: “Oh, ma ti pare che uno deve aspettare per pagare? Dovrebbero aspettare loro, per essere pagati!”. “Eh sì, effettivamente…”. “Sai da quanto sto aspettando che mi pagano un lavoro? Da sette mesi. E mica me lo pagano, sono sicuro”. È partito. Aiuto. Gli faccio: “Eh…”. Non basta. Continua: “2.400 euro. Anzi, 2.250, per essere precisi. 150 me li hanno dati. E lo Stato che fa? E il Governo? E questi, che fanno?”. Sono spacciato: ora parte con la tirata contro i politici, contro la casta, contro loro, e finiremo contro gli immigrati, che ci sta sempre bene (e chissà, con le scie chimiche e i vaccini? Ma no, non mi sembra il tipo). E invece, a sorpresa: “Lo Stato, per noi che stiamo di sotto“, e mette la mano parallela al pavimento, verso il basso, “non fa niente. Cioè poco, pochissimo. La Cassa Integrazione, le pensioni di invalidità. Ci vorrebbe che ti sostenesse, almeno con un po’ di soldi, mica tantissimi, ma almeno un po’. Sennò, qui, siamo fritti. Come fai a pensare a domani? A sposarti? A fare figli? Lavori e non ti pagano! Se c’hai un figlio, che fai, gli dici che non gli dai da mangiare perché non t’hanno pagato? Quello vuole mangiare, che gli frega da dove vengono i soldi per comprare la roba”.

Cavolo! Un sociologo e un politologo insieme, a sua insaputa. Mi si accende la lampadina. Sto provando a scrivere un libro sul reddito per tutti. Se dovessi intervistare qualche testimone privilegiato, sentirei uno come lui. E, alla fine, sembra simpatico. E al diavolo la mia ritrosia. E poi non ha tirato in ballo gli immigrati. Incredibilmente, rispondo al suo attaccare bottone: “In che senso non t’hanno pagato?”. E lui inzia.

“Quest’estate ho lavorato come falegname, da uno. All’inizio mi fa: sono 30 euro al giorno. Poi mi guarda meglio: mi sembri uno bravo, facciamo 40. Però dalle 8 alle 8, senza sgarrare! Io contento, 40 euro per 60, fa 2.400 in due mesi. M’aveva detto che gli servivo solo per due mesi. Certo, 5 euro l’ora… Però, butta via!”. Io gli dico “Ma anche sabato e domenica?”, e lui “Sì sì, anche sabato e domenica. Dopo una settimana m’ha dato 150 euro. Poi più niente: diceva, ora te li dò, aspetta la settimana prossima, poi il mese prossimo, poi diceva che doveva andare in banca. E niente, non me li dava. Finiti i due mesi, mi dice: ti chiamo in settimana, così ci mettiamo d’accordo per i soldi. Tu l’hai sentito? Sparito. Lo chiamo, lo richiamo. Niente. Si negava al telefono. Sono andato là, non c’era. Ci sono tornato, c’era, e mi dice: domani vado in banca e poi ti telefono. Niente. Finito lì. Lavoro fatto, niente soldi”. Gli dico: “Ma eri segnato?”, e lui “Che!? Segnato!? Tutto al nero. E quindi non posso fare niente. Dovrei fare una denuncia, ma devi mettere l’avvocato… sono spese”. “Ma se ti facevi male?”, “Niente, m’arrangiavo. Manco se n’è parlato”. Bene, non c’è che dire. “Eh, oggi il lavoro è diventato un casino…”, dico, e lui: “Un casino? È una tragedia. Te ne racconto un’altra. A gennaio sono andato a lavorare per consegnare le pizze. Giusto per guadagnare qualcosa. 20 euro al giorno, dalle 6 alle 10 di sera. Freddo, pioggia, neve, vento, tutto, col motorino. Poi mi dicevano, senti, dopo ti trattieni, per pulire? oppure, mi fai due supplì che c’ho da fare? E non potevi mica farli! Tocchi di tutto, e poi ti metti in cucina? Mancava un collega? Coprivo due turni. Su e giù per la città, di qua, di là, la gente che sbaglia l’indirizzo di casa propria, quelli incazzati perché stai in ritardo, quelli che perché così la pizza è fredda. E il capo“, fa una smorfia come per prenderlo in giro, “ti trattava come ‘na pezza da piedi: fa’ questo! fa’ quello! muoviti! qui tocca lavorare! noi lavoriamo sulla velocità, mica sulla qualità! dai, forza! Una volta non c’era il motorino: m’ha detto, beh, prendi la tua macchina. E la benzina? M’ha detto, beh poi vediamo. Capito?”. E io: “Ma qui eri segnato?”, e lui “Nooo! Al nero pure questo”. “E se ti facevi male col motorino?”, “Mi dicevano che copriva l’assicurazione del motorino”.

Ecco, va così. Parlando alle Poste, con un chiunque qualsiasi. Giovane, che vuole lavorare, disposto a prendere poco pur di farlo. Ma va così. Ho pensato: magari vive con i genitori che lo mantengono. Certo, se fosse così, non avrebbe accettato un lavoro da falegname, d’estate, a 5 euro l’ora, 8 ore al giorno, sabato e domenica compresi. Ma voglio sondare, ormai mi sono aperto: “Ma tu vivi da solo?”, e lui “No, con mia madre”. Eccolo là, mantenuto. Ma aggiunge: “Mio padre non c’è più. Mia madre è invalida al cento per cento, sta sulla sedia a rotelle, c’ha una pensione di 400 euro al mese. Una volta gli s’erano rotti i termosifoni, l’ho aggiustati e rimontati” (quindi sa fare diverse cose, penso), “c’ho fatto tardi al lavoro, in pizzeria. Si sono incazzati! Qui ci stanno da fare le consegne! dai! muoviti! Ho preso le pizze, e poi non c’ho visto più. Mi sono girato, gli ho detto tie’, fattele da solo le consegne! E me ne sono andato. Mentre andavo via, sentivo che mi dicevano ma come! le consegne! come facciamo! vieni qua! Ma io niente, me ne sono andato e non sono tornato più”.

Brutto racconto da vivere, pessimo, ma interessante (cinicamente) per chi vuole scrivere un libro sul reddito per tutti. Approfitto ancora. Prima mi aveva detto che “lo Stato non fa niente”, che “ci vorrebbe che ti desse un po’ di soldi”, che al bambino non “gli frega da dove vengono i soldi per comprare la roba”. E allora gli ho detto: “Ma se lo Stato, per assurdo, ti desse un po’ soldi al mese, così, senza che tu faccia niente?”, e lui “Beh… Dipende da quanto mi dà!”. Giusto, inoppugnabile. “Se mi dà 100 euro, non ci faccio niente”. Gli dico “Aspetta, facciamo proprio delle ipotesi: lo Stato ti dà 200 euro al mese e tu non devi fare niente, e, se lavori, continua a darteli lo stesso. Che fai?”. E lui: “200 euro… beh, se sono per sempre, mi metto l’anima in pace che non muoio di fame, almeno credo!”. “400 euro al mese?” “400… beh via, cominciamo a ragionare. Ma se lavoro me li continua a dare?”, “Sì, fai finta che sarebbe come un tuo diritto”, “Beh, allora, mi trovo un lavoretto, che tanto di più non si trova, e me ne sto tranquillo con 1.000 euro al mese. 1.000 euro al mese! magari! posso anche mettere su famiglia”. “800 euro? Che fai, smetti di lavorare?” “No, per carità, e chi ci può stare senza fare niente! 800… mi metto a fare una cosa che mi piace! C’ho pure il tempo di trovarla. O di inventarmi qualcosa per conto mio. Metto su una ditta di piccoli lavori edili!”. “E se non va bene? E se va fallita?”, “Se va fallita… vabbè, c’ho sempre 800 euro al mese, giusto?”. Arguto, ha capito subito.

Intanto, sento che nella sala delle Poste qualcuno dice “A81! Chi è A81?”. Porca miseria, sono io, l’attesa è volata. Saluto il ragazzo. “Ciao, m’ha fatto piacere”, e lui “Anche a me!”, “In bocca al lupo per tutto!”, “Crepi, ciao!”.

E mentre sto allo sportello e tiro fuori i bollettini, sento che mi arriva vicino, e mi fa, un po’ sottovoce: “comunque, con 800 euro, col cavolo che andavo a lavorare al nero per 5 euro l’ora! Facevo un’altra cosa. Anzi, c’andavo, e se non mi piaceva o non mi pagava, me n’andavo prima, o gli chiedevo di più. Guarda, anche con 400!”.

Tombale. Il libro potrebbe finire qui.

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Foto di copertina: https://pixabay.com/it
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Ugo Carlone
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