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È possibile scrivere una specie di resoconto della presentazione di due libri da parte di chi di quella presentazione è stato parte attiva? Forse è un po’ irrituale, ma ci proviamo, perché le cose da dire sono molte, e molte di queste sono proprio irrituali.

Il contesto: eravamo all’Irish Pub di Terni, al piano di sopra, nel soppalco. La luce quella dei pub (fioca, ma intensa), il pubblico quello dei pub, la scioltezza nel chiacchierare quella dei pub. Ottima scelta, quindi. Vabbè, “l’audio” non era un granché e bisognava un po’ alzare la voce (specialmente il sottoscritto) perché tutti sentissero, ma ci sta e il colpo d’occhio non era affatto male.

I libri. Uno, di Gian Paolo Di Loreto, Lo stato delle cose, l’altro, di Simone Gobbi Sabini (e non Santini, come da lapsus iniziale), Piccole città bastardi posti. Non diremo dei contenuti dei due, che lasciamo scoprire ai lettori, ma dei due autori. Gian Paolo: criminologo (Crimi, per gli amici accorsi), funzionario della Regione, giudice onorario al Tribunale dei Minorenni. Spesso vestito di nero, preciso, quadrato, ordinato. A volte lo scambiano per uno sbirro. Ma tutto è meno che sbirro: quanto gli piace tangentare e proprio immergersi in mondi che forse non sono direttamente i suoi nella vita di tutti i giorni, ma suoi lo diventano per questa voglia di raccontarli e in qualche modo viverli… Gli ultras, soprattutto, ma anche “quelli del centro sociale”, e persone ai margini, talenti inespressi, personaggi della provincia più o meno popolari, strani tipi con passati discutibili, altrettanti strani tipi con passati e presenti ineccepibili, ma con chissà quali robe dentro. E questi mondi li riversa nel libro, con passione e rigore (perché è rigoroso, dicevamo), li narra, li scava, li scopre, li fa emergere, li dettaglia nelle pieghe e negli aspetti più ombrosi e scuri. Quasi indicibili, a volte. I suoi racconti brevi di questo parlano. E ti spiazzano, facendoti dire alla fine di ognuno, con un sorrisetto a mezza bocca, “cazzo, però…”.

Simone: tutt’altro soggetto. Maglioncione colorato di lana grezza senza camicia e quindi a collo scoperto, barba, largo sorriso che nasconde un più che consistente travaglio interiore, vita politica “all’estrema sinistra” (con tante cose fatte e tanti scazzi tipici di quell’area), due occhi che aprono un mondo interiore, mamma in prima fila. E che bella capoccia… Idee e spunti che ha dato alla platea, passione (anche lui), lucidità nel delineare i punti critici dell’oggi, della “nostra” generazione, quella del dopo quelli del 68 (mi viene da dire: quella dei Nirvana), generosità (in un piccolo ma sano caos) nel proporre chiavi di lettura aggiornatissime (fino ad arrivare al reddito per tutti, non quello del Movimento 5 Stelle). Il suo è un romanzo, di quelli, appunto, generazionali, che ci racconta, ci dipinge, ci spiega, anche. Un qualcosa che ha accompagnato le nostre vite, senza che noi lo sapessimo. Vite di provincia, di contesti molto, troppo limitati troppe volte, ma che poi, alla fine, consentono anche quella tranquillità (che spesso è apatia, vero) per raccontarli, questi contesti e queste vite.

Bertoni, l’editore, ci ha scommesso su e ha accompagnato lo strano percorso binario, in cui l’uno non sapeva di quello che stava scrivendo l’altro. Tanto che, come ha ricordato Fabrizio Marcucci in apertura, Gian Paolo, nell’unica volta in cui ci siamo visti per “organizzare” (parola grossa) la presentazione, ha chiesto a Simone: “ma di che parla esattamente il tuo libro?”. Libri diversi, scritti in momenti diversi, ma con un filo comune molto molto evidente, che il caso (e l’editore) hanno voluto legare: siamo sempre lì, il mondo così com’è non ci piace e vorremmo cambiarlo. Che facciamo? Intanto, scriviamoci su, facciamogli la radiografia (Gian Paolo, vedasi copertina) e mettiamolo in forma di esperienza raccontata, che è già qualcosa (Simone).

Non è poco. Non è poco anche perché, da “quei mondi” spesso provengono parole incomprensibili in volantini indecifrabili, analisi difficilissime che bisogna ricominciare a leggere il periodo 3-4 volte per capirlo, termini sconosciuti ai più in maldestri tentativi (chissà) di coniare neologismi. Invece qui no: due libri chiari, scorrevoli, piacevoli addirittura. In realtà, due saggi scritti in forma di narrativa, visti i temi che trattano.

E visto quello che si è detto all’Irish Pub. Forse un fritto misto; ma se poi, alla fine, un “giovane” viene di sua spontanea volontà a dirti che gli abbiamo dato tantissimi spunti, che bisognerebbe parlare tanto più spesso di queste cose, perché secondo lui (ha tenuto a precisare che “assolutamente non è di sinistra”) il sociale è di tutti (che bella frase!), beh, allora magari il fritto misto è venuto bene. In un’oretta scarsa. Irrituale, anche questo.

 

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Ugo Carlone
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