Siamo, in parecchi (chi più, chi meno), arrabbiati, rancorosi, sfiduciati. E contribuiamo a fertilizzare il terreno su cui poi semina e raccoglie consensi gente come Trump o Salvini. Ma da dove origina questo risentimento? Cosa c'è sotto? E, magari, non potrebbe essere convertito in qualcosa di diverso e di positivo?

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Demagoghi e risentimento

I demagoghi di oggi attingono a “riserve ribollenti di cinismo, noia e malcontento”. Sfruttano un panico pervasivo, una sensazione “che possa succedere qualsiasi cosa ovunque, a chiunque e in qualunque momento”; che, insomma, “il mondo sia fuori controllo”. Un panico di cui hanno la responsabilità anche i media, che lo generano e i social, che lo amplificano. Parole contenute nell’ultimo saggio, L’età della rabbia, di Pankaj Mishra, dove l’autore indiano richiama anche Hannah Arendt, che prevedeva, nel 1946, un aumento spaventoso dell’odio reciproco e “di una specie di irritabilità universale verso tutti”: è il ressentiment, cioè il “risentimento esistenziale nei confronti della condizione altrui causato da una forte commistione di invidia e senso di umiliazione e di impotenza”. Persistendo e intensificandosi, questo rancore “avvelena la società civile e compromette la libertà politica, e attualmente prepara una svolta globale che porta all’autoritarismo e a forme tossiche di sciovinismo”.

Com’è stato possibile tutto ciò? Perché oggi viviamo in questo stato di paura, di rabbia, di risentimento, di rancore, fertile terreno per i demagoghi antidemocratici e illiberali come Trump e Salvini? Zygmunt Bauman aveva individuato un disagio della postmodernità tipico delle società di oggi, che deriva dal fatto che gli individui si trovano di fronte a scelte e possibilità pressoché infinite, ma solo in teoria a loro disposizione: perché, con il declino della protezione sociale, le condizioni di pari opportunità non sono affatto uguali per tutti. Stefano Tomelleri spiega come l’emergenza del risentimento sia casata da un’acuta contraddizione tra l’eguaglianza proclamata sul piano formale e dei valori e le disuguaglianze concrete sul piano dell’accesso alle risorse materiali e immateriali. Insomma, si potrebbe, in teoria, ma, in pratica, non si può. E il desiderio sempre più forte e “mimetico”, nel senso che procede per confronti e voglia di arrivare dove sono arrivati gli altri, “si scontra con una realtà competitiva e selettiva”, sfociando nella diffusione del risentimento nella vita quotidiana.

Del rancore all’italiana ha scritto molto Aldo Bonomi, richiamando recentemente il grande antropologo Ernesto De Martino, che, nelle sue ‘Apocalissi culturali‘, raccontava “ciò che ci prende quando improvvisamente non riconosciamo più quello in cui ci siamo sempre riconosciuti”: dapprima “spaesamento, poi indifferenza, quindi rabbia”. Nel ventesimo secolo, “con la società verticale ci si teneva per mano e poi o si prendeva l’ascensore sociale o si viveva la dimensione anche aspra del conflitto e della lotta di classe”. Poi, è avvenuto quello che Bonomi chiama “lo sfarinamento” e in Italia si è sviluppato, prima al Nord ma successivamente anche al Sud, il rancore, con gli imprenditori della paura che hanno avuto gioco facile perché la crisi ha dissolto i valori, i legami, gli interessi comuni. Anche la voglia di comunità è mutata e sono nate le enclave e le comunità ‘contro’, che “hanno esercitato fascino verso chi era in difficoltà, verso chi ha vissuto concretamente l’esperienza dell’incertezza sul futuro”.

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Risentimento, rabbia, rancore, frustrazione: tutte emozioni che stanno diventando sempre più collettive e che quantomeno segnalano problemi sociali di enorme portata. Ma che, in maniera forse controintuitiva, come proveremo a dire, possono diventare anche una leva per progredire, anziché regredire.

L’Economist chiede scusa (quasi)

Il 2 luglio del 2016, l’Economist ha pubblicato, senza firma, un articolo molto interessante, The Politics of anger (La politica della rabbia), in cui il giornale ultraliberista compie un’operazione autocritica di notevole portata. Il fatto di partenza è il referendum sulla Brexit, che si era tenuto una decina di giorni prima e che è stato un “avvertimento per l’ordine internazionale liberale”. L’Economist scrive che i Brexiteers hanno sì costruito la loro campagna sull’ottimismo (fuori dall’Europa, la Gran Bretagna, sarebbe stata libera di aprirsi al mondo), ma, in realtà, è la rabbia che ha assicurato loro la vittoria. Una rabbia (che preesisteva) contro l’immigrazione, la globalizzazione, il liberalismo sociale e persino il femminismo. Il fatto è che quando le persone sentono di non controllare le loro vite, attaccano (“strike out“). E “l’Unione Europea, distante, sconcertante e prepotente, ha costituito un obiettivo irresistibile”.

La diffusione della rabbia non è certo solo un fenomeno britannico, visto che, come scrive il settimanale, in tutte le democrazie occidentali “un gran numero di persone è infuriato”. Ma, di nuovo, perché? Tutto nasce dalla crisi del liberalismo, che data, addirittura, il 1989, cioè l’anno della caduta del Muro di Berlino e di quella che Francis Fukuyama ha chiamato la “fine della storia“. Quel momento ha costituito il più grande trionfo del liberalismo; ma da lì in poi, si è affermata una politica ristretta e tecnocratica, ossessionata dalle procedure. L’Economist sostiene che, sebbene nel quarto di secolo successivo la maggioranza della popolazione mondiale abbia prosperato (e su questo ci sarebbe parecchio da discutere), oggi “molti elettori si sentono come se fossero stati lasciati indietro”. Per cui, la loro rabbia è giustificata. E qui l’autocritica: “I sostenitori della globalizzazione, incluso questo giornale, devono riconoscere che i tecnocrati hanno commesso degli errori e che a pagarne il prezzo è stata la gente comune”. Errori di una certa rilevanza: una moneta europea “imperfetta”, strumenti finanziari che hanno fatto crollare l’economia mondiale, salvataggio delle banche finanziato dai contribuenti, austerity e tagli di bilancio. E i politici “piuttosto che diffondere i benefici della globalizzazione”, si sono concentrati altrove. La sinistra è passata ad occuparsi di cultura, razza, ambiente, diritti umani e politica sessuale; la destra ha giocato tutto sull’auto-promozione e sulla meritocrazia, senza riuscire a garantire a tutti la possibilità di parteciparvi. Il liberalismo, ovviamente tanto caro all’Economist, “dipende dalla fiducia nel progresso ma, per molti elettori, il progresso è ciò che accade alle altre persone”, non a se stessi. Insomma, secondo il settimanale britannico, la storia (che doveva essere finita) si è presa una bella vendetta.

Il rancore in salsa italiana: tutti arrabbiati

La vendetta della storia porta in primo piano “la gente infuriata”. E a segnalare come il rancore sia di scena da tempo nella società italiana è anche il Censis nel suo ultimo rapporto annuale. Questo sentimento si indirizza o verso l’alto (l’antipolitica, l’anticasta, etc.) o verso il basso, “a caccia di indifesi e marginali capri espiatori, dagli homeless ai rifugiati”. La causa prevalente, per il Censis, è la percezione della mobilità sociale bloccata: secondo la maggioranza degli italiani (quasi il 90% di chi appartiene ai ceti bassi), è molto difficile salire lungo la scala sociale e molto facile scivolare verso il basso. Lo pensano anche 9 millennial su 10, per i quali la sensazione di ascensore bloccato costituisce, ormai, una “componente costitutiva” della loro psicologia.

Il rancore provocato da questa sfiducia generale nelle possibilità future ha ovviamente degli effetti molto concreti. Il primo riguarda le relazioni tra le persone: “le strade della psicologia infettata dalla disillusione” (nel consueto linguaggio iperbolico dell’istituto) si cristallizzano “in inedite distanze” e “avversioni”. Ad esempio, il 66,2% degli italiani reagirebbe male se la propria figlia femmina sposasse una persona di religione islamica, il 42,4% una persona dello stesso sesso, 41,4% un immigrato. Il secondo effetto è la “inedita ingenerosità” (più forte nei ceti bassi), frutto delle conseguenze psicologiche regressive della crisi: il 45% degli italiani è contrario ad aiutare rifugiati e profughi. Va da sé che l’opinione generale sull’immigrazione corrisponda a sentimenti negativi per il 59% degli italiani, di nuovo con quote più alte tra i ceti più bassi.

Il rancore si affianca, essendone probabilmente causa ed effetto, alla sfiducia, la cui onda, secondo il Censis, ha raggiunto una “dimensione colossale”. Ed è rivolta soprattutto contro la politica: non ha fiducia nei partiti l’84% degli italiani, nel Governo il 78%, nel Parlamento il 76%. Numeri che raccontano una “insoddisfazione non estemporanea”, “slegata da singole figure politiche”, di dimensione strutturale e di lungo periodo. Una “sfiducia sistemica”, che colpisce anche i punti vitali della sfera socio-politica: il 60% degli italiani è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino semplicemente non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici, il 67% dichiara di non avere fiducia nella Pubblica Amministrazione.

Un esempio pratico, la sanità

Un esempio plastico di come si possa esprimere in concreto il rancore è quello della sanità pubblica. Per capirlo ci aiuta ancora il Censis, che, in un’altra indagine, disegna il quadro di “una sanità che chiede un surplus di sacrifici alle persone con redditi bassi e ai lavoratori, e premia i furbi: ecco l’origine del rancore per la sanità”. E la sanità, per 8 italiani su 10, “è una questione decisiva nella scelta del partito per cui votare”.

I costi privati per la salute sono decollati (40 miliardi di euro all’anno) e pesano di più su chi ha di meno: 7 famiglie a basso reddito su 10 denunciano spese per la sanità troppo alte. Parliamo di acquisto di farmaci, visite specialistiche, prestazioni diagnostiche, analisi di laboratorio, protesi. Ci si indebita, anche: nell’ultimo anno, lo hanno fatto ben 7 milioni di italiani e quasi 3 milioni hanno usato il ricavato della vendita di una casa o svincolato dei risparmi. Ancora: gli operai spendono l’intera tredicesima per pagare le cure familiari. Infine, il Censis rileva che ben 12 milioni di italiani hanno saltato le liste d’attesa nel Servizio sanitario, usufruendo di conoscenze e raccomandazioni. Ovvio che più della metà degli italiani sostenga (a ragione) che le opportunità di diagnosi e cura non siano più uguali per tutti.

E allora, “ognuno si curi a casa propria”, una delle reazioni “alla sanità percepita come ingiusta, il sintomo del rancore di chi vuole escludere e punire gli altri per non vedersi sottrarre risorse pubbliche per sé e i propri familiari”. In concreto, significa che 13 milioni di italiani sono contrari alla mobilità sanitaria fuori regione (avete capito bene, parliamo di connazionali, non di stranieri) e 21 milioni pensano sia giusto limitare l’accesso alle cure pubbliche a chi compromette la propria salute a causa di stili di vita nocivi: fumatori, alcolisti, tossicodipendenti, obesi. Gli italiani che provano rabbia nei confronti del Servizio sanitario a causa delle liste di attesa troppo lunghe o per i casi di malasanità sono il 37,8%. I più arrabbiati sono i ceti bassi e chi risiede al Sud. Molto interessante, e prevedibile, è che il rancore verso il Servizio sanitario sia più alto tra chi vota Movimento 5 Stelle e Lega, e più basso tra gli elettori di Forza Italia e Pd. Ma, ancora più interessante, sono proprio gli elettori del M5S e della Lega ad essere i più fiduciosi nella “politica del cambiamento”, in confronto a quelli di Forza Italia e del Pd.

Ma perché la rabbia?

Pankaj Mishra ha dedicato alla rabbia, e più precisamente al ressentiment, il suo ultimo libro, nel quale riesce a collegare il rancore che caratterizza le società odierne addirittura con l’Illuminismo e la nascita del mondo moderno. In sintesi: l’Illuminismo ha schiuso all’individuo le possibilità di autonomia e di autodeterminazione, liberandolo dai pregiudizi, dalla superstizione, dalla fede in Dio e orientandolo verso la ragione e la scienza (e il commercio). La fede quasi religiosa nel progresso e nella marcia in avanti della storia si è accompagnata a continue opportunità di emancipazione, nei più svariati ambiti. Ma oggi, e questo è il punto principale, “anziché marciare in avanti, la storia sembra avere fatto il giro completo”. Il progresso, ormai, è vissuto più che altro come un’illusione. È quello degli altri, come dice l’Economist, o quello di chi salta la fila nelle liste di attesa in sanità o può permettersi di pagare la visita privata senza problemi, non certo quello di chi sa di non poter salire la scala sociale. La classe media istruita, per anni celebrata come garante dei valori democratici e architrave del consenso nelle democrazie liberali, è oggi tormentata dall’ansia, che “unita alla rabbia dei nullatenenti e dei falliti, e all’indifferenza, al limite del disprezzo, della plutocrazia, nutre una cultura diffusa di crudeltà e insensibilità”.

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Oggi, scrive Mishra, la libertà conquistata sembra più una condanna che una risorsa per l’individuo, un fardello quasi intollerabile, che ha generato aspettative via via crescenti unitamente a scarsissime possibilità di realizzazione pratica ed appagante. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, si è assistito ad un indubbio aumento del benessere generale, almeno nelle società occidentali; con l’èra della globalizzazione e dell’affermazione del paradigma neoliberista, sono aumentate a dismisura le pretese individuali di libertà e gratificazione. Una specie di “rivoluzione democratica dell’ambizione”, diffusa in tutto il globo, per cui si è sviluppato un “ardente desiderio di benessere, prestigio e potere”, che si è giustapposto al tradizionale bisogno di stabilità e appagamento.

Il problema, però, è che questa enfasi sui diritti individuali si è accompagnata alla crescita della consapevolezza delle discriminazioni e delle disuguaglianze. Il mondo “non ha mai visto un accumulo di ricchezze più grandi, né una così diffusa fuoriuscita dalla deprivazione materiale”; ma questi progressi nascondono una più che squilibrata distribuzione delle opportunità. Le crisi degli ultimi anni hanno messo in evidenza che “la realizzazione degli ideali di un’espansione economica illimitata e della creazione di ricchezza privata è stata un netto fallimento”, visto che oggi la maggior parte degli individui “arranca”.

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Mishra scrive che “possiamo fingere di essere imprenditori, tirare a lucido il nostro logo personale, addobbare la nostra bancarella nel mercato virtuale come in quello reale; ma la sconfitta, l’umiliazione e il risentimento sono esperienze più diffuse del successo e della gratificazione, nell’ardua impresa di commercializzazione dell’io individuale”. C’è dunque una fortissima frustrazione, molto elevata nei paesi con un’alta porzione di giovani istruiti, che nasce proprio dallo squilibrio tra aspettative personali e realtà sostanziale. Il ressentiment sta proprio qui e (è la tesi generale del libro) è la “caratteristica distintiva di un mondo in cui il desiderio mimetico […] si riproduce all’infinito e la moderna promessa di uguaglianza si scontra con enormi differenze di potere, istruzione, classe sociale e ricchezza”.

Le persone vivono un evidente isolamento, visto anche l’abbandono dei vincoli tradizionali che tenevano insieme, in modi non sempre virtuosi, le società e che fornivano garanzie di autostima e identità. Per cui, la promessa di libertà individuale si esprime “nel vuoto” e porta con sé inquietudine, cambiamenti e pericoli molto difficili da affrontare. Le grandi differenziazioni sociali sono vissute, poi, in una prossimità resa più claustrofobica dalla comunicazione digitale, “dalla maggiore possibilità di fare paragoni invidiosi e risentiti, e dalla comune, e dunque compromessa, ricerca di distinzione e peculiarità individuali”. I media digitali sono parte in causa dell’aumento della tendenza a confrontare la propria vita con quella di chi ci sembra più fortunato. Come stupirsi, allora, del fatto che si cerchi in giro, nel web, per le strade, il classico capro espiatorio? Un nemico da inventare, su cui i demagoghi convogliano la rabbia cieca e la frustrazione di cittadini che si sentono abbandonati, e a cui imputare i propri stessi “tormenti interiori”. E qui entrano in gioco i superflui: gli afroamericani urbanizzati negli Stati Uniti, i palestinesi dei territori occupati, i musulmani che vivono in India, i profughi europei e delle isole del Pacifico. Esclusi che rendono “onorato servizio nel ruolo del temuto altro“.

Il risentimento è tutto negativo? La rabbia come leva

Non è certo facile trovare dei lati positivi nella diffusione di rabbia, rancore, risentimento. Eppure, forse non è un’operazione peregrina. Proviamo a rovesciare il problema: la rabbia non è sbagliata in sé, in quanto tale. Essendo un sentimento personale, non va giudicata in nessun modo. Ma, visto che diventa qualcosa di collettivo con implicazioni prettamente politiche (e visto che non stiamo sul lettino di un analista), può essere veicolata, appunto, politicamente, anche in modo diverso da come fanno i Trump e i Salvini. Insomma, perché regalare ai Trump e ai Salvini qualcosa che potrebbe essere anche una risorsa, da utilizzare ben diversamente? Tomelleri scrive che il risentimento, alla lunga, rischia di corrodere i legami di fiducia e collaborazione: un veleno che si propaga nei rapporti tra le persone, ma non “un veleno mortale, perché nelle giuste dosi può rigenerare una persona, un gruppo e un popolo”. Questo è possibile “quando da sentimento ripiegato su se stesso, il risentimento si rivolge alla dimensione civica e pubblica dell’agire”.

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Il fatto è che il risentimento, prosegue il sociologo, è qualcosa di molto, ma molto ambivalente. Questa sua caratteristica permette innanzitutto di evidenziare “in una visione d’insieme ciò che è nascosto in una società, in un gruppo o in una famiglia”, perché “rivela gli antagonismi ineliminabili delle relazioni quotidiane, l’uso strumentale della sofferenza per acquisire un vantaggio”; insomma, mette in luce le logiche (distorte, o comunque ingiuste) dei processi sociali: la competizione, le dinamiche di potere, le sopraffazioni, le “contraddizioni schizofreniche del nostro tempo”. Funziona un po’ come il canarino nella miniera: quando comincia a cinguettare, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Può essere considerato, il risentimento, come una spia, un allarme, ma anche qualcosa di più: proprio una lampadina che ci consente di vedere e capire meglio le ingiustizie. Un termometro sociale e un fattore di disvelamento delle contraddizioni, insomma. Ma il risentimento può addirittura illuminare “la capacità di sopravvivenza di un’organizzazione, la voglia di cambiamento, la ricerca di interventi correttivi ai conflitti”, scrive ancora Tomelleri. Questi interventi hanno prodotto troppo spesso capri espiatori e campagne di denigrazione, “ma anche innovazioni radicali della convivenza umana”. Quanti progressi si sono fatti in nome della rabbia, quanti passi in avanti sono derivati dalla presa di coscienza (infuriata, a volte pure troppo) dello sfruttamento, quanti diritti sono stati affermati dopo campagne assai rancorose contro i privilegi di altri? Scomodiamo i giganti: Gandhi non ha forse incanalato un sentimento popolare di enorme risentimento contro gli inglesi colonizzatori? I movimenti operai dei secoli scorsi non hanno permesso di far esprimere la rabbia agli oppressi? Martin Luther King non ha guidato le masse nere, parecchio arrabbiate contro i bianchi? Quando Che Guevara diceva che bisogna sentire nel più profondo del cuore qualunque ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo, non dava sfogo, appunto, ad un sentimento di rabbia? E gli esempi potrebbero continuare quasi all’infinito.

Il problema non è giudicare moralisticamente quello che gli individui, i cittadini, la gente provano in concreto; se sono infuriati, sono infuriati, c’è poco da obiettare o valutare. Bisognerebbe però capire tre cose, a nostro modesto avviso. Primo, le cause, il perché sono infuriati, da dove origina la frustrazione. Secondo, contro chi incanalano la loro rabbia: un conto è prendersela con ti chiede qualche spiccio davanti al bar, un conto è farlo contro il datore di lavoro che ti dà 300 euro al mese, al nero. Terzo, come agire sulle cause e come, eventualmente, veicolare il risentimento contro i fattori che ne sono alla base, e non all’esterno. Tutti compiti nostri, cioè collettivi.

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Ugo Carlone
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